11 dic, 2010
Storia del fascismo-10a parte: Mussolini e l’Italia alla vigilia dell’intervento
di Giorgio Frabetti- Quando Mussolini il 10 giugno 1940 dichiarerà guerra contro Francia e Inghilterra, scegliendo di combattere a fianco della Germania hitleriana, per l’Italia si aprirà il baratro della disfatta militare. Il regime entrerà in un lento, ma inesorabile declino. Nella prossima puntata, entreremo nel dettaglio dei momenti e delle fasi in cui si consumò il distacco dal regime della società, dell’Industria, della Monarchia, dell’esercito fino al 25 luglio 1943 (salva l’appendice, crepuscolare e malinconica di Salò). Diversamente, in questa puntata, ci interessa valutare l’intervento in chiave per così dire retrospettiva, come punta di iceberg di una fase “trionfalistica” del fascismo iniziata dal 1936, con la vittoria in Etiopia, appunto. Una cosa, infatti, va preliminarmente chiarita: quando Mussolini pronunciò “il discorso” dal balcone di Palazzo Venezia, la reazione dell’opinione pubblica non fu particolarmente negativa né pessimistica. Certo, in non piccoli settori della società (mondo cattolico, mondo contadino etc.) la preoccupazione di un conflitto lungo e difficile era certamente viva e presente; deve comunque anche dirsi che almeno la borghesia media e patriottica (un po’ meno la borghesia “alta”) accolse l’intervento entusiasticamente, folgorata dai successi riportati da Hitler contro la Francia nel maggio 1940. Nessuno, infatti, si sarebbe potuto aspettare un crollo tanto repentino della Francia (principale bastione continentale dell’Europa); in questa situazione pareva inconcepibile che l’Italia non si accodasse all’alleato germanico per spartire le glorie e il bottino di guerra. Con questo, comunque, non si vuole certo dire che Mussolini entrò in guerra “costretto” dall’opinione pubblica; si intende soltanto precisare che l’entusiasmo “patriottico” di non piccola parte della borghesia verso l’intervento era il frutto concatenato di una politica (oliata accuratamente da Mussolini) iniziata con la guerra di Etiopia e proseguita con le glorie di Monaco del settembre 1938, che tanto consenso e fiducia avevano procurato verso Mussolini come Capo Militare e Diplomatico. All’inizio dell’èra fascista, negli anni ’20, lo scenario internazionale era ancora lontano dall’offrire all’Italia l’opportunità di “dare prova” di sé; in questo periodo, le parole di Grandezza Nazionale pronunciate da Mussolini avrebbero potuto sembrare solo una “promessa”, un “acconto di fiducia”. Dopo la Guerra di Etiopia e in avanti, parve finalmente agli italiani che, grazie al fascismo, anche i destini militari italiani fossero entrati in una fase nuova e che Mussolini avesse mantenuto le sue premesse. I voti della generazione di “Vittorio Veneto” in nome della quale Mussolini aveva assunto il potere il 30 ottobre 1922 parvero, quindi, finalmente esauditi e il fascismo ne risultò ulteriormente e profondamente legittimato agli occhi degli Italiani. Questi eventi sono essenziali per comprendere la ragione vera del successo del fascismo sul “lungo periodo” : sul fascismo, su Mussolini, come erede delle speranze interventiste, si concentrava la speranza diffusa che, dopo il “debito di sangue” pagato dall’Italia con la Grande Guerra, si aprisse per la Penisola un periodo di Prestigio, Pace e Prosperità, che, da un lato, faceva premio sulle classiche aspirazioni di patriottismo borghese di marca risorgimentale (tradite dal machiavellismo del trasformismo e del giolittismo) e dall’altro faceva leva su un patriottismo più diffuso, popolare (nel confuso magma di sentimenti garibaldini, repubblicani e simili fermentati dall’interventismo prima e dal fascismo poi), diffusosi specie con la mobilitazione seguita alla disfatta di Caporetto (vedi al riguardo, le parole di De Caprariis). Su questa base, è possibile dire che tra fascismo e Italia fu contratta una sorta di obbligazione politica che conferì al regime una legittimità di fondo, aldilà delle forzature e delle involuzioni autoritarie e repressive di Mussolini. In particolare, senza considerare questa specie di “patto tacito” tra Fascismo e Nazione (vedi parole di Furet nella prima puntata della Ns. storia), non si potrebbe capire perché Mussolini riuscì a mantenere il consenso anche in momenti molto critici e difficili (vedi Delitto Matteotti), nè si può capire la vera ragione per cui, ad un certo punto questi valori patriottici facessero premio anche sui tradizionali valori liberali del parlamentarismo e del pluralismo politico, legittimando la soppressione delle opposizioni ufficiali (portatrici di “disfattismo”: significativo il parallelismo con la dissidenza dei soldati!). Questa precisazione (iniziata negli ultimi volumi di Renzo De Felice della monumentale biografia mussoliniana) riveste secondo noi la massima importanza ai fini della Ns. storia. Nel breve periodo, ci permette di mettere in luce, il vero motivo per cui, anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia e i primi insuccessi (Grecia, Taranto, Capomatapan), l’opinione pubblica (come risulta dai rapporti della Polizia) non giungesse subito al definitivo distacco verso il regime e Mussolini (distacco che, invece, maturerà definitivamente nella primavera-estate 1943 con la perdita della Tunisia e l’invasione della Sicilia). Sul lungo periodo, questo discorso ci permette di valorizzare la discussa convinzione dello storico reatino Renzo De Felice, secondo il quale il fascismo, nonostante i compromessi e le ambiguità, sarebbe durato ancora a lungo, se non fosse stato fermato dalla guerra. Lungi dall’attribuire a queste valutazioni del grande storico giudizi nostalgici, si deve, comunque, registrare in queste parole un livello di lucidità nell’analisi del fascismo mai prima attinto né dai contemporanei né dagli storici. Tutti gli oppositori (Nitti, Croce, Gramsci), non si aspettavano che il regime fascista sarebbe durato, apparendo ad essi i suoi conati di autoritarismo più espressione di debolezza che di forza; una previsione, del resto, piuttosto ragionevole e legittima, considerando come il regime in fondo si era espresso nei primi anni: ideologico, rivoluzionario e monolitico nella forma, ma conservatore, pluralistico e conflittuale nella sostanza, un simile regime pareva proprio contenere in sé i germi della più rapida e inevitabile dissoluzione. Viceversa, dopo la Guerra di Etiopia, il fascismo conobbe un “salto qualitativo” che sarebbe temerario sottovalutare: i successi militari del Regime in Etiopia e poi la Politica di Monaco conferirono, infatti, a Mussolini riserve di consenso prima impensate, per la prova di “maturità” offerta dal regime e dall’Italia. E si badi: ai fini di questo giudizio, poco importa che il regime fosse nella realtà diviso e frazionato in particolarismi feroci (vedi il sistema di potere creatosi attorno a Galeazzo Ciano), né ha molto valore registrare come non cessarono mai nemmeno le resipiscenze di alcune frange tradizionalmente più “tiepide” verso il fascismo (Industria, Chiesa). A questi fini, conta solo un dato: il consenso verso al regime esisteva ed era tale da conferire ai suoi leader una capacità e una spinta progettuale prima impensata. Mussolini (ma anche Bottai) comprese questo e comprese che il momento era propizio per iniziative di riforma e di rinnovamento dell’Italia in senso fascista anche molto audaci, anche contro i “diaframmi” e i freni che fin lì aveva condizionato l’azione politica del regime. Quindi, Mussolini approfittò subito dell’occasione offerta dalla vittoria in Etiopia per “sbilanciare” a favore del fascismo gli equilibri fin lì contratti con i vecchi “fiancheggiatori”, la Monarchia, la Chiesa, l’Industria. Preme, comunque, rilevare come questo “programma” di “fascistizzazione”, pur con connotati molto affini ai totalitarismi nazista e comunista, avvenne secondo dinamiche proprie, tali da rendere il fascismo un unicum nel panorama dei “totalitarismi” novecenteschi. La “fascistizzazione”, innanzitutto, prese di mira la Società Civile, non lo Stato. Pur beneficiato dalla forte immissione nei quadri del potere di alcuni suoi elementi, e pur beneficiando del nuovo corso “dorato” del fascismo, il PNF non acquistò mai l’importanza centrale che acquisirono i partiti comunisti e nazisti, i quali finirono per subordinare inflessibilmente al Partito la burocrazia statale. In questi anni, però, il rapporto Partito-Stato, pur conoscendo un indubbio riequilibrio nel compromesso fascismo-fiancheggiatori, conobbe, per così dire, un aggiornamento significativo. Fino alla Guerra di Etiopia Mussolini aveva privilegiato i “fiancheggiatori”, tenendo il PNF in una sorta di “riserva indiana”, nella consapevolezza che il fascismo e i suoi esponenti non erano popolari: se Mussolini, per non essere travolto dei fascisti rivoluzionari (scontenti dell’alleanza con i conservatori), aveva offerto a questi le sue riforme politiche “totalitarie” (soppressione delle opposizioni, Gran Consiglio etc.) in “pegno” di una “Rivoluzione da fare” ma differita “a tempi migliori”, sul versante dei fiancheggiatori conservatori, il Duce dovette cedere molto e garantire al massimo livello la continuità del preesistente assetto economico-sociale, come “pegno” della perduta libertà. Con la Guerra di Etiopia, non mutò in modo vistoso questa impostazione del regime e dei rapporti di potere interni (ad esempio il fascismo mantenne fermi e rafforzò i ruoli e le cariche direttive della burocrazia di derivazione ancora giolittiana: vedi Bocchini, Capo della Polizia e Leto capo dell’OVRA); certo, però, mutò la coscienza del PNF come èlite egemone. Il Partito, cioè, maturò un più deciso protagonismo politico e riformatore, mostrando una più decisa tendenza a liberarsi dalla precedente tutela dei “tecnici” fiancheggiatori, imposta fin lì da Mussolini nei momenti decisivi. Pensiamo solo che le principali riforme che decisero la costruzione del regime (dalla riforma sindacale, alle leggi fascistissime etc.), furono frutto di Volt, Rocco, Serpieri, della “Commissione dei 18”, tutti espressione di conservatori o nazionalisti solo “prestati al fascismo”, non di “fascisti della prima ora”. Viceversa, dal 1936 in poi, sono i fascisti a dettare l’agenda delle riforme, rivendicando al fascismo una egemonia “definitiva” sulla Società Civile e rivendicando così al fascismo stesso la prerogativa di decidere per il futuro dell’Italia. Su questa “maturazione” del fascismo ebbero certo un peso decisivo, oltre alla vittoria di Etiopia già menzionata, anche il successo nazionalsocialista, che parve un diretto erede del fascismo e parve confermare come profetica l’intuizione di Mussolini. Di questa mutata consapevolezza del fascismo, sono una chiara testimonianza le elaborazioni di Panunzio e Costamagna, dedicate a esplorare il futuro del fascismo dopo Mussolini, declinando in diverso modo l’immedesimazione del fascismo sia con la Nazione sia col proprio tempo, sottolineando l’uno (Panunzio) il ruolo del fascismo come “fattore unificante” della Nazione, l’altro (Costamagna) sottolineando una possibile proiezione estera e “imperiale” del fascismo in analogia con il Nazionalsocialismo. Un dualismo, però, sul quale il fascismo in questa fase non riuscirà ad avere raggione a causa dell’improvviso impatto della guerra e che sarà a sua volta deleterio e foriero di lacerazioni come vedremo negli anni del conflitto. Anche la strategia del PNF per la conquista e l’egemonia dello Stato mutò: se per molti anni il PNF e i Suoi Segretari avrebbero potuto sembrare personaggi se non “di parata” comunque privi di effettivo potere, la Segreteria Starace, pur con i suoi innegabili limiti, manifestò una consapevolezza politica maggiore delle precedenti. Passato alla storia come una semplice “testa di legno” di Mussolini, per gli slogans della “campagna del voi”, Starace segna un diverso stile rispetto agli esponenti “intransigenti” come Farinacci e Rossoni, troppo propensi a fare politica da posizioni di “barricata”, forti del cameratismo delle loro squadre e della loro forza bruta, ma politicamente isolati. Certo, i risultati immediati di Starace furono prevalentemente “simbolici”, come la “sfida” al Re Vittorio Emanuele III (il Garante dei “fiancheggiatori”) come l’istituzione nel 1938 (per il Re e il Duce) del grado di “primi marescialli dell’Impero” e della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (con ciò, abolendo la residua finzione dell’elettività che derivava dallo Statuto Albertino). Allo stesso modo, Starace ebbe un ruolo decisivo sia nella “polemica antiborghese”, sia nella polemica contro l’Azione Cattolica, la quale non solo aveva ripreso più o meno le stesse posizioni che il regime aveva cercato di limare nel 1931, ma rappresentava, altresì, la principale fonte delle resistenze che il PNF incontrava nella via di una “fascistizzazione” integrale delle masse e dei giovani (sul punto, abbiamo già detto nella quinta puntata). In questo, però, Starace si muoveva non senza acutezza nella prospettiva del “dopo Mussolini”, convinto che il PNF non dovesse limitarsi a vagheggiare miti “sansepolcristici” passati, ma inserirsi attivamente nella spartizione della torta del potere che si stava aprendo con la prospettiva del “dopo Mussolini”. Fu, comunque, un “segno dei tempi” l’alleanza tra un “fascista di partito” come Starace e un uomo “di apparato romano” come Ciano, uno che, se non fosse stato genero di Mussolini, avrebbe potuto essere inquadrato come uno dei tanti funzionari e uomini di potere romani accodatisi al fascismo per ragioni di convenienza, non certo per fede, né per spirito “sansepolcrista” o squadrista. Alleanza difficile, se non impossibile in altri tempi (ricordiamo le lacerazioni tra i “ras” locali e il fascismo “romano” ai tempi del Delitto Matteotti), ma che fu resa possibile dal particolare contesto dell’epoca e delle diverse “amalgame” che il particolare contesto suggeriva. Il clou comunque delle battaglie del regime fascista negli anni 36-39 furono la “questione giovanile” e la “polemica antiborghese”: temi, come vedremo tra breve, strettamente intrecciati. Negli anni 36-39 la polemica “antiborghese” (preanunciata da Mussolini nel discorso all’Assemblea Quinquennale del PNF il 18 marzo 1934 alla vigilia del plebiscito di quell’anno) entrerà nel vivo (e che sarà compendiata nel libro di Sulis Processo alla Borghesia del 1941 (voluto fortissimamente dal Duce). Nella polemica contro lo “spirito borghese” di “adattamento”, “soddisfazione”, “tendenza allo scetticismo, alla vita comoda, al carrierismo” Mussolini vide non solo l’occasione per dare un chiaro messaggio ai “fiancheggiatori” (affinchè non si facessero alcuna illusione di egemonizzare il regime, magari avviandolo verso una certa quale “liberalizzazione”), ma vide anche l’occasione per regolare un vecchio conto con l’ “Alta Finanza” e l’ “Alta Industria” che al fascismo erano sempre state refrattarie (per quanto formalmente ossequiose). Come avremo modo di vedere nelle prossime puntate, l’Industria non voleva rapporti conflittuali tra Italia e Francia (essenzialmente perché principale importatore), nè vedeva di buon occhio la Germania, essendo questa la principale concorrente per le esportazioni italiane nei mercati emergenti del Danubio. L’Alleanza con la Germania prima, l’entrata in guerra poi e le sconfitte accentueranno il distacco dell’Industria che sarà poi conclamato negli scioperi nelle Industrie del Nord Italia nel marzo 1943. A contrappunto di ciò, però, va anche detto che l’Industria, anche se espresse qualche forma di “consenso passivo” al regime, non passò mai prima del 1943 al “dissenso attivo” verso il regime, essenzialmente per i legami e per i benefici che essa conseguiva dagli interventi pubblici e dalle sovvenzioni dell’IRI. E non meno ambiguo fu comunque Mussolini: il quale se arrivò in questi anni a gesti eccessivi come quella di far intercettare i telefoni del Sen. Agnelli e del Direttore Generale della FIAT Valletta, non pensò però nemmeno mai di penalizzare l’Industria Privata con confische, requisizioni, redistribuzioni “traumatiche” dei redditi, paragonabili ad esempio alla confisca dei beni degli Ebrei in Germania e ai massacri dei kulaki in URSS. Viceversa, a Mussolini interessò “delegittimare” la borghesia sul piano dei valori. Per Mussolini era la storia che lavorava a favore delle ragioni della Rivoluzione Fascista, a causa del declino dell’Europa (complice il calo demografico); declino, al quale l’Italia fascista avrebbe tenuto testa consolidando l’educazione nazionale e militare della popolazione. In questo modo, Mussolini evitava il “salto nel buio” di provvedimenti che lo avrebbero reso inviso ai “poteri forti” (di cui pure continuava ad avere bisogno), e nello stesso tempo “scaricava” sulla formazione delle giovani generazioni l’onere di ridistribuire, in futuro, le gerarchie sociali e etico-sociali in senso integralmente fascista, rompendo i ponti con i compromessi fascismo-“fiancheggiatori”. In questa direzione, l’atto più importante fu la promulgazione della Carta della Scuola il 15 febbraio 1939 da parte del Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. Grandioso progetto di una Scuola come “palestra di educazione nazionale integrale”, alla cui opera educativa avrebbero dovuto concorrere le organizzazioni giovanili fasciste come la GIL e l’ONB, la riforma nasceva in diretta polemica con la Riforma Gentile del 1923, che, potenziando l’educazione intellettuale e umanistica, era stata, per così dire, la “palestra formativa” adatta più per il “clerc fiancheggiatore” del fascismo (tecnico, burocrate, professionista), che per il fascista integrale. La riforma Bottai, per converso, tentò di diffondere l’educazione tecnica e professionale (scoraggiando l’accesso alla scuola media delle famiglie di artigiani, operai e salariati), senza compromettere i livelli culturali della Scuola, promuovendo, in questo senso, anche l’istituzione (grazie a ONB e GIL) di collegi/caserma per la formazione superiore dei giovani meritevoli ma privi di mezzi. Sempre in questa direzione, Bottai progettò di istituire in tutti i corsi di Studi corsi di Educazione al lavoro che avrebbero dovuto costituire il portato della cultura corporativista di Bottai. Oltre ai provvedimenti del 1937 a sostegno della natalità (che comportarono restrizioni nell’impiego femminile nei negozi e negli altri Pubblici Esercizi), lo zenith di questa “campagna antiborghese” fu il “discorso semisegreto” tenuto da Mussolini il 25 ottobre 1938 al Gran Consiglio del Fascismo, dove il Duce illustrò i “poderosi cazzotti nello stomaco” dati alla borghesia: l’abolizione del Lei a favore del Voi (espressione contadina tradizionale, che non incontrò soverchie resistenze), l’introduzione del Passo Romano, l’introduzione della legislazione razziale. Su quest’ultimo argomento, si è molto scritto, esprimendo indignazione e riprovazione pressocchè universale. La questione razziale fu al centro di vari dossier del regime, dalla “campagna antiborghese”, alla politica coloniale fascista in Etiopia, alla politica estera. Se in punto di propaganda, il tema antiebraico servirà al regime per rappresentare l’Ebreo come l’emblema del “borghese pantofolaio” (secondo un’iconografia non poco diffusa nel tradizionale mondo contadino, che ad esempio aborriva per principio attività finanziarie in cui gli Ebrei eccellevano), l’adozione del programma antiebraico e delle successive leggi razziali (finalizzate non allo sterminio, quanto a favorire l’aggregazione degli Ebrei in “gruppi chiusi”) vanno intese come una delle manovre più ciniche e machiavelliche mai messe in atto da Mussolini sul fronte della politica estera, nella logica di quei “giri di valzer” diplomatici tipici del fascismo e già illustrati nelle due puntate precedenti. Questi scellerati provvedimenti, infatti, serviranno al Duce, da un lato, per “compensare” Hitler delle attenzioni sull’Italia, nella prospettiva di frenarne i propositi di legare l’Italia alla Germania e, dall’altro, serviranno a Mussolini per “usare” l’arma della discriminazione ebraica (con i connessi moti sionisti che induceva) come “merce di scambio” per l’azione mediatrice dell’Italia tra Germania e Francia-Inghilterra. Mussolini, in particolare, tentò di approfittare del moto di discriminazione anti-ebraica di Hitler per attivizzare i propositi di colonizzazione sionisti degli Ebrei che sapeva guardati con interesse dall’Inghilterra che, in quegli anni, era preoccupata oltremodo di stabilizzare i propri Domini coloniali, infestati dall’incipiente nazionalismo arabo e dalla concorrenza giapponese (Mussolini, al riguardo, accarezzò anche di mettere una parte dell’Etiopia a disposizione di una colonia ebraica sionista). Deve comunque dirsi che, quando motivava l’opportunità di allontanare i funzionari di Stato ebrei italiani perché sarebbe stato “indelicato” farli venire a contatto con esponenti di Stato tedeschi, Mussolini esprimeva (aldilà del paradosso apparente) la netta consapevolezza che l’epurazione degli Ebrei in Germania non aveva solo per Hitler una rilevanza di politica interna, ma anche un potenziale risvolto ideologico, capace di motivare un’iniziativa bellica della Germania contro gran parte del mondo borghese (come oggi è assodato dal lavoro scientifico di Ernst Nolte). La questione razziale, però, fu anche l’occasione per Mussolini di farne la “rampa di lancio” per la costruzione di un’effettiva “unità nazionale” anche in senso etnico (in questo ancora suggestionato da Splenger), nella prospettiva di portare in porto la “riforma morale degli Italiani”, ovvero di consolidarne l’educazione nazionale e militare (sulla scia dei saccheggi in Etiopia degli italiani vista da Mussolini come espressione di grave arretratezza “coloniale” della Penisola). Ora, in chiusa a questa puntata di storia del fascismo, possiamo trarre un bilancio di questa “riforma morale dell’Italia” messa in atto dal regime fascista. Non può non colpire a questo riguardo un’incongruenza: fino al 1938, nel pieno delle aspettative trionfalistiche galvanizzate dalla Guerra di Etiopia, i propositi di “rinnovamento fascista” avrebbero potuto ritrovare una loro coerenza, favorendo il consolidamento della “nazionalizzazione” delle masse italiane, facendo dell’Italia una specie di “Stato-Caserma” alla Prussiana, in nome di un nazionalismo sulla carta reso oltremodo rigido dalle restrizioni delle leggi razziali. Ciononostante, nel 1941-43, lo stesso regime, vista ormai la posizione militare sempre più subalterna dell’Italia, riprese inopinatamente a parlare di “primato morale e civile degli italiani” (Bottai, Orestano), riscoprendo il bagaglio “internazionalista” della letteratura politica italiana da Cesare Balbo a Vincenzo Gioberti, in una accezione di “larvato” pacifismo. La spiegazione di questa virata la si ritrova da un lato nel tentativo del regime in quegli anni di accreditare l’Italia come interlocutrice politica di riferimento per una “pace di compromesso” tra Germania e Alleati (ben vista anche dal Vaticano); dall’altro, il regime fu penalizzato nei suoi progetti di rivoluzione nazionale fascista a motivo dei tempi stretti della guerra, che ne impedirono le principali tappe riformatrici (vedi riforma della scuola). Curiosamente, nel “revisionismo” della tradizionale retorica nazionalista, all’interno del fascismo, si riproducevano toni non tanto dissimili dalla retorica “rinunciataria” di Bissolati i quali contribuirono non poco ad esacerbare i contrasti tra correnti moderate e intransigenti del PNF (fin lì sopite dopo la guerra di Etiopia), fino alla dissoluzione del 25 luglio 1943. E’ a questo punto, con la disfatta definitiva delle truppe italiane in Tunisia nel maggio 1943 e con lo sbarco in Sicilia, che crolla l’obbligazione politica a sfondo patriottico che aveva sin lì cementato il rapporto Duce-Italiani. Se l’entrata in guerra a fianco della Germania era stato un duro colpo per quella borghesia moderata che si riconosceva nelle tradizione risorgimentali di “Patria e Libertà” (che aveva mal digerito la guerra alle potenze democratiche Francia, Inghilterra e USA), il fascismo si alienò altresì la fede patriottica delle masse di più recente “nazionalizzazione”. Con ciò segnando un gap negativo nella formazione di una tradizione nazionale del popolo italiano i cui effetti nefasti sono tragicamente visibili ad occhio nudo, anche adesso.