4 dic, 2010
Storia del fascismo-09a parte: Mussolini dal “patto a quattro” al “patto d’acciaio”
di Giorgio Frabetti- Si sa, nella strategia dei grandi condottieri come Cesare e Napoleone, la strategia non è solo il frutto di considerazioni e pianificazioni razionali; ma è anche frutto di estro, fantasia, di componenti “visionarie” e di istinto. Non per niente, da Von Clausewitz, in poi, quando si parla di “strategia” si usa parlare contemporaneamente di arte e scienza. Allo stesso modo, queste due componenti (razionalità e visionarietà) si accompagnarono nella politica estera mussoliniana, dopo la vittoria dell’Etiopia. Fondato l’Impero senza troppa difficoltà, grazie ad un imponente dispiegamento di mezzi (non escluso la maschera antigas) e un indovinato utilizzo degli ascari come “massa di sfondamento” sull’elementare, ma agguerrito esercito di Aliè Salasiè, Mussolini potè vantarsi con sufficiente sicurezza dal balcone di Palazzo Venezia la sera del 09 maggio 1936. Come anticipato nella scorsa puntata, la conquista dell’Etiopia fu certo un piccolo “colpo di genio” diplomatico alla Cavour, e costituì un indubbio “momento di gloria” per Mussolini. Un momento di gloria che purtroppo per il Duce non si ripeterà più (salvo l’effimera Conferenza di Monaco del 1938) per tre essenziali motivi. Il motivo immediato è quello più evidente e noto: Mussolini tra il 1936 e il 1939 si avvierà verso un’alleanza, quella con la Germania, che lo porterà alla disfatta militare e politica del 1940-45. “A monte”, però, di questa disfatta militare e politica stanno però fattori di medio e lungo periodo più rilevanti. Innanzitutto, gli eventi di Etiopia avevano messo a nudo la precarietà del sistema di sicurezza di Versailles, rendendo di fatto difficile all’Italia (che da quegli equilibri dipendeva: vedi Trento e Trieste) sviluppare la propria politica del “peso determinante” tra Francia e Inghilterra (“litigare spesso, rompere mai”). In secondo luogo, risulta ampiamente documentato che tra il 1936 e il 1940, Mussolini sopravvalutò le possibilità di realizzazione dell’Italia: da un lato, sopravvalutò, dopo la guerra di Etiopia, l’effettiva maturazione politica e militare; dall’altro, sopravvalutò le propri doti di condottiero “cesareo” (come la intendeva lui, alla Splenger), sopravvalutando altresì il potere contrattuale dell’Italia verso le altre potenze (in primis Francia e Inghilterra). In terzo luogo, Mussolini, con la nomina del trentatreenne genero Galeazzo Ciano (marito della prediletta figlia Edda), perse quel contributo di lucidità fin lì garantito da uomini navigati e realisti come Grandi ovvero Contarini, Suvich, Aloisi che provenivano dalla “carriera”: per altro, Galeazzo commise l’errore di nominare, al posto del vecchio Aloisi, in nome della “fascistizzazione” di Palazzo Chigi, un oscuro funzionario di partito. A queste condizioni, quindi, l’Italia si avviò alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Sarebbe però ingiusto dare la colpa solo a Mussolini e alla sua supposta “megalomania” per gli errori commessi allora in politica estera: se, infatti, è fuori dubbio che tra il 1936 e il 1940, Mussolini conobbe un’effettiva fase di involuzione caratteriale e psicologica (un po’ dovuta al fisiologico declino legato all’età e un po’ per il trauma dovuto alla grave malattia della figlia minore Anna Maria), gli atti di politica estera del Duce di questi anni (come gli atti politici in generale), vanno meglio inquadrati, come lucidamente spiega De Felice, in quella generale “crisi di crescenza” in cui si trovò il fascismo all’indomani della guerra di Etiopia. Un successo enorme, che accresceva indubbiamente i meriti del fascismo presso gli italiani e accresceva in altra misura i “crediti” che i fascisti ritenevano di avere acquisito in termini di fedeltà degli italiani dopo anni di regime, ma che coglieva altresì il PNF (allora affidato all’incolore Achille Starace) in piena crisi di identità e progettualità, talora paralizzandone o disorientandone gli esponenti. Talora, questa crisi favorirà l’involuzione del regime in senso “clientelare” (vedi Galeazzo Ciano che si atteggerà a Premier-ombra, grazie al suo esteso potere clientelare ereditato dalla famiglia e grazie anche ai rapporti tra Mussolini e la famiglia di Claretta Petacci, sua amante ufficiale dal 1936); talora, la crisi attivizzerà l’estremismo che morderà il freno e riterrà maturi i tempi per cogliere i frutti della Rivoluzione fascista fin lì … differita da Mussolini (vedi iniziativa Farinacci il 05 marzo 1937 in Spagna, vedi missione della Milizia in Spagna, vedi l’antisemitismo di Preziosi). Nei più sensibili (Bottai), la crisi sarà occasione di riflessioni sul futuro del regime (una volta morto Mussolini) e del “corporativismo” (in questo deve leggersi la posizione di Bottai che è particolarissima, come vedremo). Certo, questa crisi non aveva nulla di paragonabile ai termini, gravi ed insanabili, che saranno conclamati nel voto sull’ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943: il potere “mediatorio” di Mussolini era, invece, ancora ben saldo. Certamente, però, nel clima di allora di relativo disorientamento del fascismo, Mussolini colse la “palla al balzo” e ne approfittò per assecondare più del solito “i falchi” del suo partito, rispetto alle “colombe” fiancheggiatrici, ritenendo cioè che i tempi fossero maturi per sbilanciare sul fascismo i compromessi fin lì accettati con la classe dirigente tradizionale e prefascista. Sui riflessi in politica interna di questo “nuovismo” (leggi razziali, polemiche sull’Azione Cattolica, frizioni con la Monarchia sul “Maresciallato dell’Impero”, polemica anti-borghese etc.) si dirà più diffusamente nella prossima puntata. In questa sede, basterà dar conto di come queste preoccupazioni di una “nuova direzione politica del fascismo” si riversarono (e non in minima parte) nella politica estera, conferendo a questa, pur nella continuità di fondo con la linea precedente, una maggiore propensione verso l’audacia e il “nuovismo”. Con ciò, la politica estera fascista sarà fatalmente più “zoppa” e più disarmonica di prima, evidenziando non poche distonie tra la strategia di fondo di Mussolini e la tattica, con esiti alla lunga deleteri. Un esempio conclamato di questa distonia è la gestione della guerra civile spagnola, la quale presto diventò (contro le intenzioni di Mussolini e di Ciano) una vera “palla al piede”, una vera “zavorra” che ostacolò la realizzazione della priorità di politica estera di quel periodo: ottenere il riconoscimento dell’Impero e stipulare un accordo generale con l’Inghilterra che regolasse (dopo i contrasti insorti con la guerra di Etiopia) i rapporti Italia- Inghilterra sui mari. Lasciandoci nella conclusione della scorsa puntata, abbiamo trattato dell’atteggiamento ambiguo tenuto dall’Inghilterra verso la guerra di Etiopia (vedi Home Flett, sanzioni etc.), propensa ad adottare verso l’iniziativa militare italiana una ostilità “tattica”, affinchè la Penisola, conquistando l’Impero del Negus, non creasse problemi alle zone di influenza inglesi verso l’Asia (tallonata sempre più dal Giappone). Mussolini, confidando (a ragione) sul carattere strumentale e tattico dell’intransigenza inglese (tale da non poter sbocciare in una vera guerra Italia-Inghilterra), riuscì a non farsi condizionare, portando a termine vittoriosamente (anche contro le previsioni) l’iniziativa abissina, confidando che il tempo avrebbe lavorato per quel compromesso che Italia e Inghilterra perseguivano. Come abbiamo visto, però, questo atteggiamento inglese tutto sommato benevolo verso l’Italia era condizionato dall’assenza di alterazioni dello status quo continentale da parte della Germania. Viceversa, in contemporanea con la fine della guerra di Abissinia, Hitler sfiderà in modo clamoroso gli equilibri di Versailles occupando la Renania (che, per vincolo di Trattato di Pace, avrebbe dovuto restare smilitarizzata, come fascia “cuscinetto” tra Germania e Francia, Alsazia e Lorena). A queste condizioni, l’Inghilterra si sarebbe interessata più attivamente sul continente e avrebbe adottato verso l’Italia una politica meno disponibile nei confronti dei “giri di walzer” di Mussolini. Per converso, poi, la rimilitarizzazione della Renania, accresceva in Hitler un autonomo potere contrattuale verso l’Inghilterra, diminuendo i margini per un autonomo apporto negoziale dell’Italia in chiave di “mediazione” (come nel “patto a quattro”). Nella situazione europea seguita all’ascesa al potere di Hitler, infatti, venivano a rovesciarsi a scapito dell’Italia i termini degli equilibri continentali. Se, cioè, fino ad allora, la Francia aveva avuto bisogno dell’Italia, per la stabilità della propria posizione “continentale” (e tra l’altro tra il 1936 e il 1939 non avrebbe dato all’Italia particolari fastidi a causa della pressione tedesca), all’Inghilterra sarebbe bastato che la Germania offrisse concrete garanzie che la flotta britannica e l’Impero non sarebbero stati toccati. Fu questo l’appeasement Londra-Berlino, auspicata dal Ministro Inglese Eden (principale avversario del Duce ai tempi della Guerra di Etiopia), che via via si sviluppò tra l’Oltre Manica e Hitler e che sarà alla base della implicita “linea di amicizia” che Hitler osserverà sempre anche nella Seconda Guerra mondiale, quando (per non indispettire gli Inglesi) il Fuhrer tenderà sostanzialmente a “disimpegnarsi” nelle operazioni nel Mediterraneo (Libia, Iraq) sulle quali invece premeva Mussolini. Naturalmente, una prospettiva di accordo Inghilterra-Germania, oltre a costituire la fine della logica del “patto a quattro” (sul quale Mussolini continuava a fondare la sua strategia verso le principali potenze europee), avrebbe vieppiù reso marginale il ruolo internazionale di Mussolini, il quale così si sarebbe trovato a trattare l’accordo generale con l’Inghilterra dopo la Germania, ma in condizioni subordinate, di evidente debolezza. In queste condizioni, ci si sarebbe aspettato da parte dell’Italia un atteggiamento duttile e non ostile verso l’Inghilterra: invece, grazie alla miopia di Galeazzo Ciano, il Duce si trovò (talora suo malgrado) a reiterare con i Britannici lo stesso gioco del “litigare spesso, rompere mai!” (già adottata verso la Francia tra il 1926 e il 1935); una politica pericolosa, che avrebbe potuto intrappolare l’Italia in un “vicolo cieco” , davanti al mutato atteggiamento dell’Inghilterra verso l’Europa. Se alla fine Mussolini non si alienò la disponibilità inglese, ciò fu essenzialmente a causa dell’Anchluss dell’Austria nel 1938, che non solo costò le dimissioni del “falco” Eden, ma determinò anche il riallineamento del premier inglese Chamberlain su posizioni più filo-mussoliniane, nella prospettiva di utilizzare l’Italia come “carta di riserva” per moderare la Germania. La non pregevole gestione dell’accordo generale Italia-Inghilterra (stipulato poi il 16 aprile 1938 e passato alla storia come “accordo di Pasqua”) non fu che la coda finale di una politica italiana resa schizofrenica, quando non apertamente isterica non solo per l’inesperienza e per le “bizze” di Ciano (il quale non gradì mai l’intraprendenza dell’ambasciatore a Londra Grandi, ritenendolo una sorta di “ministro degli esteri-ombra”), ma anche per il contemporaneo coinvolgimento dell’Italia nella guerra civile spagnola (tra il 1936 e il 1939) che irrigidirà non poco i rapporti Italia e Inghilterra per la condotta ambiguità del Duce verso la Spagna. Perché la guerra civile spagnola creasse problemi all’Inghilterra non è impossibile comprenderlo: l’Inghilterra temeva che l’Italia, assumendo sia pure informalmente il controllo militare delle Baleari e dello stretto di Gibilterra, creasse problemi ai navigli inglesi sul Mediterraneo. Con riguardo alla discesa in campo a favore dell’alzamiento spagnolo, oggi si può ben dire che Mussolini cadde vittima della astuta “disinformazione” dalla Germania, la quale fece di tutto per favorire il coinvolgimento di Mussolini nella guerra civile spagnola, per isolare l’Italia e arrivare all’appeasement con l’Inghilterra da sola senza pagar dazio alla mediazione italiana (come ai tempi del “Patto a quattro”). Dopo un’iniziale e ingente richiesta di aiuto in termini di mezzi armati e logistica, l’idea di mandare in Spagna un contingente italiano fu di Ciano e della Milizia Fascista (la quale, dopo il defenestramento di De Bono a favore di Badoglio dalla Guerra di Etiopia appena conclusa e vinta, intendeva conseguire una “rivincita”). Inizialmente, Mussolini non vide niente di male in questa prospettiva (che per altro gli avrebbe tolto dai piedi la “zavorra” della milizia) e in agosto mandò un contingente di 100.000 uomini, senza nemmeno consultare Franco, il quale commentò irritato: “Quando si mandano soldati in territorio altrui, si chiede almeno il permesso!”. Mussolini, comunque, inviò questi uomini in Spagna, in chiave eminentemente simbolica e dimostrativa, convinto fermamente che la guerra sarebbe stata brevissima, che Franco avrebbe sgominato i rivoltosi in poco tempo come segno di appoggio per una “rivoluzione sorella” del fascismo. Fu così che, mentre Franco usufruiva dell’impegno italiano per scaricare cinicamente sull’Italia gran parte dei costi di una guerra civile che intendeva portare avanti nella logica del “massimo risparmio” dei propri uomini, Mussolini rimase intrappolato in un impegno sempre più contro-producente, che determinò enormi fastidi interni (vedi omicidio dei fratelli Rosselli del 1937, cui Mussolini fu estraneo, ma che fu ordito dal SIM e da Ciano, per dare un segnale contro il risveglio della propaganda antifascista dopo la sconfitta di Guadalahara dello stesso anno) e moltissimi fastidi internazionali (perchè allontanava le prospettive di un accordo italo-inglese, “costringendo” il Duce a visite e atteggiamenti verso la Germania che erano del tutto sgraditi perché non facevano che fomentare aspettative tedesche per un legame più stretto Italia-Germania). Una situazione che bloccava le trattative anglo-italiane e che era quanto mai gradita per la Germania per giungere (senza l’Italia) all’appeasement con l’Inghilterra di Eden. Il momento più drammatico di questa vicenda fu la Conferenza di Nyon, indetta dopo che l’Italia ebbe affondato navi inglesi e sovietiche dirette in Spagna; un evento per altro caduto malauguratamente in uno dei tanti pourparler avviati da Grandi per “sbloccare” i rapporti italo-inglesi che, quindi, furono duramente segnati. Dicevamo sopra che, nonostante le vicenda spagnola, i buoni uffici Chamberlain-Grandi e il precipitare della situazione europea con l’Anchluss, favorirono lo sbloccamento dei rapporti anglo-italiani verso gli “accordi di Pasqua” dell’aprile 1938. Successivamente, nel settembre 1938, quando l’Europa sarà sull’orlo della seconda guerra mondiale per le rivendicazioni hitleriane sui Sudeti, la mediazione di Mussolini sarà indispensabile per evitare il conflitto. In quei giorni, la popolarità di Mussolini raggiunse il culmine quale vero e proprio “Principe della Pace” in Italia e nel mondo. A questo punto, a conclusione di questa puntata di storia del fascismo, la Ns. narrazione merita una piccola pausa. Considerando questi eventi, gli storici (primo fra tutti De Felice) si trovano davanti a un dilemma: nel 1938, la situazione internazionale era negativa per l’Europa, ma molto promettente e positiva per l’Italia. Il nuovo dinamismo della Germania, infatti, agevolava oggettivamente l’Italia che, come interlocutrice preferenziale su Hilter, diventava la mediatrice numero uno verso Francia e Inghilterra. Addirittura un Paese tradizionalmente “schizzinoso” verso l’Italia come la Francia (per di più dominata dal Governo antifascista del Fronte Popolare) parve disposta a tutto, dopo l’Anchluss, pur di ricercare l’accordo con l’Italia fascista. Perché Mussolini non colse questa grande opportunità politica che pure gli si offriva, rimanendo ad esempio “neutrale”, senza cioè allearsi con la Germania (e entrare di lì a poco in guerra con Francia ed Inghilterra)? Gesto paradossale e suicida, perché se c’era mossa che, in quel momento (alla vigilia dell’invasione della Polonia), avrebbe potuto impedire a Mussolini qualsiasi margine di manovra diplomatica verso Francia e Inghilterra, questo era proprio l’Alleanza con la Germania. Inoltre, a Mussolini si contesta di aver cercato un’alleanza o un modus vivendi diplomatico con un pazzo criminale come Hitler, rendendolo quindi più potente e più pericoloso per l’Europa. A queste obiezioni, e a parziale attenuante di Mussolini, si deve rispondere su vari piani. I motivi di questa politica vanno cercati, nell’immediato, nel precipitare della situazione internazionale già poco dopo Monaco, nella primavera del 1939 e, più sul lungo periodo, nelle contraddizioni della politica estera fascista, rimasta, nonostante i toni e la retorica, di fatto subordinata a Francia e Inghilterra. Monaco, infatti, fu una breve gloria per Mussolini. Ogni illusione cessò nella primavera 1939, quando, liquidati gli impegni di Monaco, per la rettifica dei Sudeti ma nell’integrità dello Stato Cecoslovacco, Hitler invase la Boemia e la Moravia, riducendo la residua Slovacchia a Stato-Satellite della Germania e premendo sulla Polonia (l’ultimo bastione di Versailles). Il disconoscimento del patto di Monaco, però, fu anche un tremendo scacco anche per Mussolini, il quale si trovò di fronte ad un bivio. Certo, il Duce nell’immediato avrebbe potuto ottenere “parecchio” dalle mediazioni pro-Francia e pro-Inghilterra; era, però, altrettanto vero che Francia e Inghilterra erano le uniche potenze di fatto capaci di controbilanciare la crescente pressione tedesca sull’Europa e quindi davvero decisive ed indispensabili per negoziare direttamente con la Germania le ultime residue opportunità di pace. Certo, gli Alleati avrebbero confidato sul Duce per il suo prestigio su Hitler; ma in questo caso, l’Italia avrebbe potuto solo subire strategie delle altre Potenze, senza poter dettare essa stessa (e a suo favore) l’agenda delle priorità internazionali. Per sottrarsi a questo cul de sac diplomatico, e per ripetere il miracolo dell’Etiopia, Mussolini scelse di … osare. Di qui, la decisione di invadere l’Albania e la stipula del Patto d’Acciaio vanno lette come tentativo estremo di controbilanciare a favore dell’Italia (e rafforzandone il “peso determinante”) i già precari e instabili equilibri europei, pur nella continuità del “patto a quattro”. Con l’invasione e l’annessione del Regno di Albania il 07 aprile 1939, Mussolini non intendeva certo sfoggiate chissà quale “baldanza imperialistica”: semplicemente, a Mussolini un simile gesto serviva come prezzo politico da “far pagare” ad Hitler in caso di alleanza con l’Italia, nonché necessario per far presente a Francia e Inghilterra che, se avessero voluto la pace, non avrebbero potuto ignorare l’Italia. Senza voler indulgere a facile qualunquismo, lo storico non può fare a meno di notare i rischi di questa “politica dell’audacia”: se l’audacia aveva aiutato Mussolini in un terreno extra-Europeo come l’Etiopia nel 1935-36, dove (aldilà di alcuni fastidi) non aveva patito particolari interferenze, ben più difficile sarebbe stato per l’Italia “osare” in Europa. Non si può fare a meno di notare a questo riguardo come, percorrendo questa prospettiva (illusoria) di una parità italo- tedesca, Mussolini giungerà anche allo sconsiderato intervento contro la Grecia del 28 ottobre 1940! Dopo l’invasione dell’Albania, Italia e Germania addivennero nel maggio 1939 alla conclusione del Patto d’Acciaio, concluso in questa chiave. Una simile audacia tutta faustiana, Mussolini, la pagherà cara, venendo associato ad Hitler come “criminale di guerra” e patendo la stessa damnatio memoriae che, finita la guerra, cadrà su tutti i personaggi (Daladier, Chamberlain) che tra il 1933 e il 1940 tentarono di negoziare con Hilter. E così siamo al secondo dei punti da noi evidenziati: perchè non si agì subito per eliminare Hitler subito dalla faccia della terra? Come noto, è stato contestato a Mussolini, specie dalla storiografia e dalla pubblicistica successiva, di aver tenuto (come Chamberlain, Daladier) un atteggiamento sostanzialmente “complice” di Hitler, con ciò avvallando sia pure implicitamente come legittimi i suoi crimini. Ora, a scanso di equivoci, deve dirsi che questa lettura è troppo rigida ed inadeguata, perchè tende ad esasperare il criterio del “senno del poi” nell’interpretazione di un contesto storico tutta particolare come l’Europa di Versailles del primo dopoguerra, senza cogliere quell’irrisolta e ambigua linea di transizione tra il tradizionalismo militare degli Stati di impronta ottocentesca e il novus ordo degli Stati Democratici, tipica del primo dopoguerra. In quegli anni, cioè, complice queste coordinate politiche internazionali, se non fu ritenuto un delitto contro l’umanità per Francia e Inghilterra trattare con il Dittatore Mussolini, così non fu ritenuto “criminale” (a carico di Francia ed Inghilterra) trattare con Hitler: e questo in nome dello status quo e dell’equilibrio europeo. Se in seguito (specie dopo il 1941) questa politica fu tacciata di “collaborazionismo”, arrivandosi addirittura da parte degli Alleati a proclamare l’obbligo di “non trattare” con l’Asse (vedi Conferenza di Casablanca), considerando così Italia e Germania alla stregua di “banditi” internazionali, fu per la cesura netta nelle relazioni internazionali che si determinò dopo il 1941. Crollato, cioè, il sistema di Versailles, al suo posto era subentrata un guerra “ideologica” tra nazismo/fascismo e antifascismo. L’azione di Mussolini (come di Daladier, Chamberlain), va, invece, inquadrata come l’azione di un politico … di un’altra epoca, che agiva cioè con coordinate di riferimento del tutto diverse da quelle successive al 1941, fermamente ancorate a Versailles. Con riguardo, poi, alle obiezioni che insistono sulla iniziale scarsa reazione dell’Europa di Versailles al nazismo e ai suoi crimini, va poi detto, come ha riconosciuto lo storico Ernst Nolte, che la via dei campi di sterminio per come è conosciuta oggi non era prevedibile negli anni ’30, perché questa di fatto conobbe un impulso decisivo e determinante solo con l’inizio della seconda guerra mondiale. Quindi, non si può addebitare a Chamberlain, Daladier, Mussolini di … “sapere”: di questa realtà, il Duce si accorse solo dopo l’invasione della Jugoslavia nel 1941, cercando di salvare ove possibile la vita agli ebrei. Inoltre, Hitler, data la non brillante prova di politica interna offerta prima della guerra era per lo più visto nel consesso internazionale come un fenomeno effimero (anche dal Duce medesimo). Con questo, la visione del regime hitleriano che Mussolini (e Daladier, Chamberlain) avrà del nazismo, in queste specifica prospettiva, sarà quella di un regime tradizionalista di destra, per quanto anomalo, ma in fondo simile ai tanti che erano fioccati nell’Europa “democratica” di Versailles (dall’Italia, dalla Spagna, alla Polonia, all’Austria di Dolfuss …). Regimi che erano comunque stati tollerati da Francia e Inghilterra, per evitare il “pericolo maggiore” rappresentato dal Comunismo, molto grave per la ferocia delle lotte e dei massacri di massa che induceva e per il forte potenziale di destabilizzazione sul già debole equilibrio di Versailles. In questo senso, si ritrova la chiave per comprendere perché, nel periodo anteriore al 01 settembre 1939 e anche dopo, almeno fino all’intervento dell’URSS (vedi politica di Chamberlain fino a Dunkerque e della Repubblica di Vichy), i rapporti anglo-francesi e italo-tedeschi non assunsero mai i toni della guerra ideologica, né l’antifascismo (prima del 1941) fu il collante che mobilitò le Potenze Democratiche contro l’Asse (nonostante le mobilitazioni antifasciste sulla Spagna etc). Salito Hitler al potere, questa politica di Versailles si aggiornò al moderato “revisionismo” del cd “patto a quattro” (di cui Mussolini fu certo lucida avanguardia). E in questa logica di fondo, Mussolini stipulò il “Patto d’Acciaio” con la Germania, aldilà dello stile baldanzoso e un pò “guascone” che ostentò dopo i successi di Etiopia. Lo storico Renzo De Felice ha, al riguardo, definitivamente chiarito che Mussolini, fin lì incerto e oscillante, si decise all’Alleanza organica con la Germania, solo quando emerse la proposta tedesca di inserire nel testo di trattato una procedura permanente di consultazione con l’Italia in caso di prossima guerra. Il Duce, quindi, firmò il Trattato, rassicurato dalla garanzia di continuità che esso sulla carta offriva con la prassi di Monaco e con il “patto a quattro”. Quella clausola non fu mai applica. Di lì a poco le vere intenzioni della Germania sarebbero risultate chiare, senza possibilità di equivoco: dopo il Patto Ribbentropp-Molotov (con l’URSS), fu chiaro che Hitler si stava “coprendo” ad Est e si accingeva a invadere la Polonia (come avvenne il successivo 01 settembre 1939). Già precario e debole ad Est, caduta la Polonia, il sistema di Versailles era finito e con esso ogni illusione di poter contenere Hitler concedendo rettifiche alla Germania era segnata. Finiva Versailles, ma finiva anche per Mussolini ogni illusione di poter esercitare sull’Europa un “peso determinante”.