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Storia del fascismo-08a parte: Fascismo e Stati Democratici alla prova della Guerra di Etiopia

monacodi Giorgio Frabetti- La seconda guerra mondiale è stata dipinta dagli studiosi più lucidi (vedi Nolte) come “guerra civile ideologica”. Questa connotazione antifascista lo si dovette all’influenza dell’URSS (specie nella Conferenza di Casablanca del 23 gennaio 1943) la quale ebbe un ruolo determinante nel strumentalizzare pro domo sua i connotati di “democrazia radicale” della guerra quale “lotta della democrazia e dell’antifascismo” con i quali gli alleati si erano mobilitati. In quest’orizzonte, molto condiviso (in passato ma anche ora) dalla storiografia e dalla pubblicistica, si è portati a ritenere che tra principi della democrazia e principi del fascismo corresse un abisso, un baratro, nel quale era impossibile ogni conciliazione. Di contro, si attribuisce all’alleanza Hitler Mussolini (che accompagnò le Potenze dell’Asse nel secondo conflitto mondiale) un carattere necessario, come di “fascio” (di qui, la nozione di “nazifascismo”) in cui obbligatoriamente avrebbero dovuto convergere (per necessità storica) tutti i nemici della Democrazia (come se sul fronte opposto non ci fosse l’URSS …); un “fascio” di cui comunque la Seconda Guerra Mondiale avrebbe avuto ragione. Questa visione è del tutto errata e distorta, frutto della speculazione ideologica sulla II Guerra mondiale indotta dalle Sinistre. Non solo, infatti, il rapporto Hitler-Mussolini non fu il rapporto tra due dittatori fideisticamente e ciecamente fedeli l’uno all’altro, ma fu animato prima e dopo la guerra da molte ombre, riserve. In particolare, verso Hitler Mussolini adotterà (pur sbagliando) un atteggiamento eminentemente strumentale e opportunistico (non ideologico), cercando di “usarlo” (ed eventualmente logorarlo) per un “equilibrio di compromesso” conveniente per l’Italia tra Germania da un lato e Francia e Inghilterra dall’altro. Ma allo stesso modo, Francia, Inghilterra (e marginalmente l’URSS), fino alla seconda guerra mondiale (salva la parziale eccezione per la Guerra di Etiopia) non erano state avverse al regime fascista ma lo avevano accettato. Ciò non paia strano e sorprendente. Nonostante lo Statuto della Società delle Nazioni affermasse (sull’onda delle dottrina frobeliane e wilsoniane) i principi della democrazia universale, l’Europa accettò senza difficoltà il fascismo italiano come interlocutore legittimo delle relazioni internazionali, perché, nel caos geopolitico e sociale (vedi “biennio rosso”) indotto dalla Pace di Versailles (sui cui tratti rinviamo alla Ns. seconda puntata) il regime fascista venne realisticamente considerato un fattore di stabilità. Questa premessa è fondamentale per comprendere le linee di lungo periodo della politica estera del regime, essenziali nell’economia di queste puntate di storia del fascismo specie negli ultimi atti fondamentali che porteranno il regime alla catastrofe: l’alleanza con la Germania e la disfatta dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Senza questa premessa, comunque, non si potrebbe comprendere il contesto nel quale Mussolini potè giocare il “grande gioco” della conquista dell’Etiopia mèta eminente del suo programma dittatoriale. Prima di procedere avanti nella descrizione della sharada geopolitica nel quale Mussolini, da piccolo Cavour, espresse il suo unico, vero “capolavoro diplomatico” (l’Etiopia), dobbiamo dar conto dei motivi che spinsero Mussolini a coinvolgersi nel “grande gioco internazionale”. Innanzitutto, perché l’Etiopia? In primo luogo, l’Etiopia coronava i sogni di Mussolini di veder riconosciuto nel mondo  il rango di potenza politica e militare all’Italia; in secondo luogo, per Mussolini, la conquista dell’Etiopia doveva servira ad avviare una nuova fase del fascismo, sbilanciando a suo favore i compromessi con i fiancheggiatori moderati e la classe dirigente accentuandone la “fascistizzazione” (ma il punto sarà trattato nelle prossime puntate). Inoltre l’Etiopia per l’Italia rappresentava ancora una ferita aperta da rimarginare ed era un conto ancora aperto che gli italiani sentivano, dopo la bruciante sconfitta di Adua del 1896. Da ultimo, giocava l’aspirazione di “dare un posto al sole” all’Italia in un momento di crisi economica. Non da ultimo, giocava l’intenzione di riscattare la “vittoria mutilata”, dopo una guerra in nome dei 600000 morti, etc. Detto questo, comunque, non guasta tratteggiare il personale stile che Mussolini osservò nella gestione della sua politica estera, specie prima della guerra di Abissinia. Da un lato, cioè, la politica mussoliniana, con il suo “realismo competitivo”, si pone in netta continuità con la concezione diplomatica della vecchia classe dirigente e dei Funzionari di “carriera” del Ministero degli Esteri (Contarini in primis, Segretario Generale), testo a valorizzare il “sacro egoismo” dell’Italia, speculando sul divide et impera tra le Potenze, facilitato per altro nel dopoguerra dalle manifeste lacune del “sistema di sicurezza” continentale di Versailles; dall’altro, Mussolini era convinto che l’Italia avrebbe trovato uno spazio suo proprio in Europa perché punta di consapevolezza di un processo storico avanzato. In altre parole, Mussolini credeva che il conflitto, che aveva attraversato l’Italia tra tradizionalismo nazionalista e comunismo sarebbe presto esploso in tutti i Paesi Europei, gettandoli nel caos. Il fascismo (secondo il Duce) era la terapia, la profilassi contro questo caos; e questo avrebbe facilitato l’Italia sul piano geopolitico, mettendola naturalmente in grado di mediare tra le Potenze europee. Una visione che si rivelerà tragicamente illusoria, perché le possibilità di realizzazione geopolitica del fascismo erano strettamente condizionate (lo si vedrà anche nelle puntate a venire) dalla tenuta dell’equilibrio di Versailles (anche se “dinamizzato”, ad esempio, dalla presenza di una Germania più aggressiva). Ora, l’Europa disegnata a fatica dopo Versailles cercò di esprimere una geopolitica di “contenimento” delle “ambizioni continentali” della Germania, in una chiave di conferma/consolidamento dello schema geo-strategico di “accerchiamento” della Germania a Ovest (Francia, Inghilterra) e a Est (Russia) già perseguito della Triplice Alleanza pre-bellica. Ciononostante, il sostanziale defilamento dell’URSS dalla Triplice con la Pace separata del 1918, aveva contribuito a rendere un simile assetto continentale, finita la guerra, sostanzialmente “zoppo”. In altre parole, l’equilibrio europeo del primo dopoguerra era pericolosamente scoperto e precario ad Est. Consapevole che la posizione italiana era indispensabile per la stabilità del continente europeo, ovvero sul centro-europa, sul Mediterraneo e il Medio Oriente (specie in funzione di “contenimento” vuoi della Germania, vuoi dell’URSS), la politica estera del Duce oscillerà sempre tra due pendoli, già in vista della conquista dell’Etiopia: da un lato, Mussolini e la “carriera” non contrasteranno mai a fondo gli equilibri geopolitici di Versailles (nonostante fossero la risultanza della “vittoria mutilata”), nella consapevolezza lucida che il rispetto dello status quo in Europa fosse la principale cambiale da presentare “all’incasso” di Francia e Inghilterra per i compensi coloniali promessi all’Italia con il Patto di Londra e disattesi a Versailles (vedi dichiarazioni di Stresa nel 1935); dall’altro, Mussolini e la “carriera” cercarono di “fluidificare” al massimo i rapporti di potenza (in ciò agevolati dal parallelo interesse dell’Inghilterra) contando che, alla minima avvisaglia di un “cambio di alleanza” dell’Italia (ad esempio, verso Germania, Polonia, Ungheria), per la paura della minima destabilizzazione dell’equilibrio continentale europeo, la Francia sarebbe stata costretta ad intervenire ed ad assecondare i desiderata fascisti. Questa oscillazione di Mussolini comportava inevitabilmente per l’Italia una politica, che oggi chiameremo, dei “due forni” tra Francia e Inghilterra, le sue super-potenze che, per diversi motivi, erano le principali custodi dell’assetto dell’equilibrio europeo uscito da Versailles: si consideri, altresì, che Mussolini e la “carriera” erano assolutamente consapevoli che sarebbe stato irrealistico conquistare colonie in Africa senza ottenere il benestare dei principali competitor coloniali dell’Italia. Non può apparire allora un caso, se, a questo scopo, la Francia fu la potenza che Mussolini “trattò” per prima e con maggiore attenzione. La Francia, in particolare, faceva molto “pesare” a Mussolini che Parigi aveva già “dato molto” all’Italia ai tempi di Versailles assicurandogli la stabilità di Trento e Trieste contro pretesi rigurgiti revanchisti dell’Impero Austro-Ungarico. Un atteggiamento “freddo” verso l’Italia che per la Francia, si spiega senza fatica: riconoscere, infatti, il diritto alle colonie, come desideravano Mussolini e la “carriera”, significava elevare l’Italia al rango di “potenza europea”. Questo riconoscimento avrebbe significato da un lato una deminutio di prestigio per la Francia, dall’altro avrebbe creato un pericoloso precedente, perché avrebbe favorito la legittimazione internazionale di una posizione “revisionista” di Versailles (il fascismo appunto) che avrebbe potuto indurre altre revisioni in chiave nazionalista. A sua volta, però, la Francia oscillò sempre: dura e settaria nelle affermazioni pubbliche ora verso la Germania (trattata punitivamente al limite del razzismo politico) ora verso le “piccole potenze” (specie l’Italia), ma alla fine si mostrava arrendevole. In effetti, la durezza francese alla lunga era insostenibile, perché Parigi aveva bisogno di potenze “marginali” come l’Italia per la stabilità del claudicante “sistema di sicurezza” continentale di Versailles: di qui, l’“arrendevolezza” verso l’Italia, prima nel 1927, in occasione dei Trattati di amicizia dell’Italia verso Ungheria e Polonia, quando, per ingraziarsi l’Italia da ulteriori manovre potenzialmente destabilizzanti sull’Est, la Francia iniziò un’incredibile politica di repressione del “fuoriuscitismo” antifascista italiano, arrivando addirittura a sopprimere il “Corriere degli Italiani” (dopo che fino ad allora era stata prodiga di asilo politico).Per avere ragione, però, delle riserve anti- “revisioniste” che nella Francia frenavano le aperture all’Italia, Mussolini comprese presto che avrebbe dovuto bluffare, facendo le viste di favorire e cavalcare strumentalmente e opportunisticamente tutti “revisionismi” nazionalistici degli Stati: di qui, i suoi movimenti verso la Piccola Intesa, verso la Jugoslavia, ma soprattutto verso la Germania, l’antagonista numero uno della Francia: i fatti del 1927 dimostravano, infatti, che la Francia, posta di fronte ad un simile “spauracchio”, avrebbe accondisceso presto o tardi alle richieste italiane (come di lì a non molto sarebbe stato in occasione delle conversazioni Laval-Mussolini del gennaio 1935 che avvallarono la guerra di Etiopia). Il periodo di permanenza al Dicastero degli Esteri di Grandi (1929-1932) segnò la punta della speculazione mussoliniana sulla Francia, favorendo al massimo tutti i fattori di competitività della “cugina d’oltralpe” con la Germania. Deve, però, anche dirsi che, con Grandi Ministro degli Esteri, la strategia mussoliniana del “litigare spesso, rompere mai!” apparve anche meno attuale, di fronte alla sempre più netta ascesa di Hitler al potere in Germania. Davanti, cioè, al pericolo sempre più reale che la Germania, resuscitando come Potenza, potesse ritornare un pericolo per la pace mondiale, Mussolini prese le distanze dal suo Ministro degli Esteri e dai suoi “giri di valzer”: in questa situazione, il Duce riassunse gli Interim degli Esteri per attuare un politica più raccolta, che gli consentisse di “stare alla finestra” e di “capitalizzare” il risultato dell’Etiopia. Se fino ad allora, infatti, l’Italia non aveva ottenuto granchè dalle altre potenze, era anche evidente che la crisi sempre più manifesta ed evidente della politica di Versailles riapriva tutti i giochi possibili; l’Italia doveva cogliere le nuove opportunità che le si presentavano. Una prima avvisaglia del “tempo mutato” fu già nel 1932 la dichiarazione della Francia, tramite il nuovo Ministro degli Esteri Laval, di disponibilità sull’Etiopia. A questo punto, tra il 1932 e il 1934, il percorso verso l’Etiopia diventa politicamente spianato e senza ostacoli per Mussolini: l’Italia, infatti, riuscirà ad offrire a Francia e Inghilterra il suo impegno a garantire la stabilità dell’equilibrio europeo contro aspirazioni nazionalistiche della Germania. Un primo essenziale passo in questa direzione (più politico che diplomatico) sarà il “patto a quattro” tra Italia, Germania, Inghilterra, Francia del 1933. Concepito per regolare le residue “pendenze” della Germania sulle questioni di applicazione più urgente rispetto al trattato di Versailles (disarmo etc), il patto codificava una prassi di consultazione che aggiornava, in nome della pace e dell’equilibrio, il “Patto a due” (Francia-Inghilterra) di Losanna del 1932, includendovi, però, anche Italia e Germania: un binomio essenziale che permetteva a Mussolini di “agire in deterrenza” sulla Francia ammorbidendola, ma in una prospettiva in cui comunque l’Italia mostrava di agire con “buona volontà”, con spirito di moderazione verso la Germania: quindi, senza revisionismi programmatici. Il patto non entrerà in vigore perché vanificato frattanto dall’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni, ma costituirà per Mussolini la vera prova generale del “patto di Monaco” del 1938, nel quale il Duce vedrà sempre (complice le sue coordinate geopolitiche) l’ottimo delle relazioni internazionali dell’Italia. Un modus operandi, quello di Mussolini, che il Duce metterà a segno ancora nel 1934 in concomitanza con l’assassinio del Cancelliere Austriaco Dolfuss nel putsh nazista di Vienna, quando i timori francesi e inglesi dell’Anchluss e dell’annessione dell’Austria alla Germania accreditarono effettivamente Mussolini come intermediario capace di moderare Hitler : grande impressione, a questo riguardo, suscitò in Europa il dispiegamento di divisioni italiane tra il Brennero e Tarvisio, a chiaro monito della Germania e a chiaro segno della fedeltà dell’Italia ai desiderata francesi di stabilità dell’Austria e della Mitteleuropa (il che la dice lunga sul preteso legame ideologico indissolubile tra nazismo e fascismo!). A questo punto, come le carte dimostrano, l’iniziativa mussoliniana per l’Etiopia si fa frenetica ed entra nella fase diplomatica conclusiva e decisiva: garantita dalla buona fede italiana, la Francia concesse sostanzialmente “mano libera” all’Italia sull’Abissinia (accordi Mussolini-Laval del gennaio 1935) . Acquisito il placet della Francia, l’Etiopia era di fatto già in mano italiana, sacrificata dalla realpolitik. Frattanto, sul finire del 1934, era già scattato il casus belli della Guerra di Etiopia, gli scontri di Ual-Ual al confine eritreo, che determinò le dure rimostranze di Mussolini e le minacce di agire unilateralmente con la forza sull’Etiopia in rappresaglia anche contro gli arbitrati della Società delle Nazioni (sugli avvenimenti militari entreremo meglio nel dettaglio nella prossima puntata). Paradossalmente, fu un po’ più difficile per il Duce gestire la reazione inglese: indifferente, ovvero complice di ogni fattore che potesse dinamizzare gli equilibri europei continentali (come la politica fascista fin lì espressa), l’Inghilterra viceversa si mise “di traverso” a Mussolini proprio alla vigilia dell’inizio del conflitto. Sull’opposizione inglese (per altro saggiamente moderata da Grandi divenuto frattanto ambasciatore a Londra), nacque tutta la mitologia fascista della “Perfida Albione”, che complottava contro gli “interessi vitali” dell’Italia. In realtà, l’opposizione dell’Inghilterra non fu radicale: da un lato, era frutto di uno stile imposto ai governanti conservatori inglesi sia dalla pressione elettorale esercitata dai laburisti (in nome dei temi della Sicurezza Europea) sia dall’impressione suscitata dal referendum pacifista della Lega per la Pace, molto sfavorevole all’iniziativa unilaterale dell’Italia. Dall’altro, gli Inglesi erano agitati da preoccupazioni reali: se, cioè, l’Inghilterra non riteneva il controllo dell’Impero Etiopico suo “interesse vitale”, era anche vero che la zona Etiopica era pur sempre situata su una rotta (Suez, Mar Rosso, Oceano Indiano) strategica per le vie navali dell’Inghilterra. Di qui, in assenza di precisi accordi assunti in precedenza con l’Italia sui rispettivi interessi, l’Inghilterra temeva che Mussolini potesse frapporre ostacoli nelle rotte mediterranee, ma soprattutto nelle rotte asiatiche, sempre più tallonate dal dinamismo giapponese. Un chiaro aut aut a Mussolini in questo senso furono le sanzioni economiche verso l’Italia, tese a far sentire sull’Italia il peso della mancata collaborazione inglese (ma che furono poi annacquate dal prezioso intervento di Laval, eliminando il blocco su petrolio e carbone); così come il posizionamento (dimostrativo) nel Mediterraneo della Home Fleet. Mussolini comunque agì sui timori inglesi, lasciando sempre intendere la sua disponibilità ad un prossimo compromesso con l’Inghilterra, non solo sull’Etiopia, ma su ogni altro aspetto di politica estera, presentando come “patente di lealtà” dell’Italia il precedente accordo con Laval. In questo senso, la manifesta assenza di “aspirazioni aggressive” di Mussolini in Europa servirono da implicita garanzia. Certo, Mussolini non ignorava che una “scopertura” inglese verso l’Asia, ove si fosse davvero consolidata, avrebbe costituito un rischio anche per Mussolini, perché l’Inghilterra, inevitabilmente sarebbe stata portata ad abbandonare il “basso profilo” fin qui tenuto ed ad interferire maggiormente sul “continente”, ad esempio allineandosi con la Francia sulla questione tedesca ed a irrigidirsi verso i “giri di valzer” italiani. In effetti, gli avvenimenti successivi alla Guerra di Etiopia dimostrarono un atteggiamento progressivamente sempre più preoccupato dell’Inghilterra verso il continente che si tradurrà in una maggiore insofferenza inglese verso le pretese di libera iniziativa dell’Italia e ad una maggiore richiesta di allineamento della Penisola a Francia e Inghilterra. Con le vicende etiopiche comunque il “dinamismo geopolitico” dell’Italia avrebbe visto sempre più ridurre i suoi margini. Mussolini aveva auspicato come ottimale per gli interessi dell’Italia un “equilibrio competitivo” tra Europa di Versailles e Germania, nel quale l’Italia, grazie alla sua “speciale storia”, avrebbe potuto svolgere un ruolo di “terzo imparziale” valorizzando il suo potere contrattuale. Viceversa, dopo l’affermazione di Hitler, dopo che fu liquidata l’Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia, ovvero dopo che fu collassato l’intero “sistema di Versailles”, in Europa dominerà una diversa polarità conflittuale: la contrapposizione ideologica e geopolitica insieme tra nazionalsocialismo-bolscevismo (preludio alla Guerra Fredda). Un fatto nuovo, rispetto al periodo precedente, dove fascismo e Stati Democratici avevano convissuto senza grossi problemi. Può apparire paradossale con il “senno del poi”, ma nessuno oggi tra gli storici nega più che l’Italia in questo periodo, per gestire gli equilibri geopolitici di cui abbiamo parlato, si rapporta più frequentemente con Francia e Inghilterra (pure tanto lontane in senso etico-politico) e non con la Germania: che pure sulla carta potrebbe sembrare la Nazione più affine l’ abitus ideologico fascista. Ma è proprio il realismo delle relazioni internazionali a farci capire come certe forzature ideologiche dei rapporti Italia-Germania e Francia-Inghilterra (indotti dalla propaganda della seconda guerra mondiale e dal clima di “guerra ideologica” che si creò) siano del tutto fuori dal reale: come, ad esempio, l’opinione di chi crede ad un “nazifascismo” come un fronte ideologico a priori ostile verso le grandi democrazie europee di cui Mussolini viene ritenuto un’avanguardia.. La storia delle concrete relazioni internazionali dell’Europa di quel periodo ci attesta, invece, che, tra il 1922 e il 1936 e anche dopo, per Mussolini i principali riferimenti di politica estera restano Francia e Inghilterra: Mussolini, infatti, non perse mai di vista la convinzione (diffusa nella “carriera”) dell’indispensabilità di questo rapporto, come sull’Africa, così sul Danubio. In questa chiave, si coglie la vera ottica con cui Mussolini guardò al rapporto con la Germania. La considerazione, cioè, che Mussolini ebbe verso la Germania e Hitler fu sempre subordinata a questa coordinata geopolitica di fondo specie per “spaventare” la Francia e rendere indispensabile il “potere contrattuale” italiano alla stabilità dell’Europa; ma con lo scopo di dividere utili e dividendi (Danubio etc.) che l’Italia avrebbe dovuto godere separatamente dalla Germania, evidentemente coperta dall’ombrello protettivo “continentale” di Francia ed Inghilterra. Per questo essenziale motivo “realistico”, i rapporti di Mussolini verso Hitler non furono mai motivati, come troppo spesso si crede, da affinità o infatuazioni ideologiche (che Mussolini per altro non nutriva, avversando il misticismo militare nazista e delle SS). Questo equivoco va finalmente sfatato. Come vedremo, nelle prossime puntate, fu la maggiore rigidità delle relazioni italo-inglesi-francesi verso il 1938-39 (alla vigilia della guerra) ad indurre Mussolini a “flirtare” con Hitler fino ad arrivare alla rovinosa stipula del Patto d’Acciaio del 1939. Un’alleanza che, però, Mussolini aveva concepito in termini analoghi al “patto a quattro”, per forzare l’irrigidimento verso l’Italia di Francia e Inghilterra: con lo scopo, cioè, di ritornare ai vecchi “giri di valzer”, non per condividere con Hitler (come credono molti) le atrocità dei lager e lo sterminio della seconda guerra mondiale.

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