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Storia del fascismo 6a parte-Il fascismo e il mondo economico

mussolini battaglia del granodi Giorgio Frabetti- Il fascismo, nei suoi 20 anni di regime, mutò spesso pelle e orientamento economico: fu liberista e produttivista (quasi oltranzista) nei primi tempi con De Stefani, fu sindacale e laburista con l’esperienza bottaiana della Carta del Lavoro e del Corporativismo, fu statalista e dirigista ai tempi della fondazione dell’IRI, senza per altro mai approdare ad una fisionomia definita e senza creare, pure in nome dello “Stato fascista” asset politico-econiomici paragonabili alle grandi potenze europee (Germania in primis). La storia del rapporto fascismo-mondo economico, comunque, è in prima istanza la storia di un modus vivendi oscillante e altalenante, essenzialmente improntato alla “mediazione”, nel quale il Duce giocò, talora, ad assecondare i desideri e le aspirazioni degli industriali, talatra a contrastarli usando il condizionamento ideologico dello “spauracchio comunista” e l’organizzazione delle masse del PNF (essenzialmente i Sindacati). Contrariamente alle opinioni comuniste (Amendola, Longo) che vedono nel Fascismo solo la “testa di legno” del Capitale (specie nel 1926, ai tempi della “quota 90”), nessun ceto economico fu “organico” al fascismo: se il rapporto con gli agrari fu più stretto, per ovvie ragioni legate alla politica fiscale allora essenzialmente daziaria (e comunque la politica agraria fascista frutterà all’Italia l’autosufficienza cerealicola), il rapporto con l’Industria fu molto complesso, articolato e travagliato, con punte di diffidenza e riserbo sia per tutto il biennio 1922-24 (il cd “primo Governo Nazionale”), sia oltre, ovvero negli anni 1925-27. Per il mondo industriale, in particolare, il fascismo era un utilissimo alleato per stabilizzare l’Italia, ma non avrebbe dovuto prendere troppo piede; soprattutto gli Industriali ritenevano di potersi liberare di Mussolini alla prima occasione utile, per tornare al vecchio gioco dei partiti, ritenuto più fluido e funzionale per la loro logica lobbystica . Fu solo, come vedremo, la consumata abilità manovriera di Mussolini (specie sfruttando la pressione dei Sindacati) a stringere sempre più gli Industriali nelle maglie di una rete, costruita su un reticolo indissolubile di comproessi e reciproche concessioni, il regime appunto, dal quale, neanche volendolo, avrebbero potuto uscire facilmente. Poco significativa, comunque, appare la politica economica fascista dei primissimi anni, complemento delle inadempienze dei Governi demo liberali e dei rinvii degli anni precedenti: risanare il bilancio per tutelare i risparmiatori e la lira, ridurre la burocrazia. Una politica che era indilazionabile e che il mondo economico accettò con disciplina. All’indomani delle elezioni politiche del 1924, però, quelle della cd “legge Acerbo”, pur celebrate sotto il fortissimo condizionamento dello squadrismo, proprio nel “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano, il “listone” nazionale raggiunse solo il 54% (con un 65% di media nazionale) e, per converso, si registrò una forte affermazione del PSU di Turati e Matteotti: segno delle “riserve” che il Nord sviluppato esprimeva al fascismo (che andava delineandosi come pericolosa diarchia Mussolini-Farinacci) e segno evidente che il Nord stava cercando una “riserva legalitaria” contro le “mattane” squadristiche. Una diffidenza verso il non represso illegalismo fascista che Mussolini coglieva apertamente anche nel fatto che gli Industriali, pur ossequiosi e leali con il Governo, preferissero però risolvere le vertenze sindacali con i sindacati tradizionali (bianchi e rossi che fossero) a scapito di quelli fascisti, per altro ancora deboli organizzativamente e vaghi e velleitari nei loro propositi di “sindcalismo integrale” (che per di più agli industriali facevano ricordare con inquietudine le velleitarie esaltazioni agitatorie dei “sindacalisti rivoluzionari” d’antan). Un problema questo che si trascinerà per anni, anche dopo che i sindacati non fascisti saranno dichiarati fuori legge (e che sarà alla base dello “sbloccamento” della confederazione sindacale fascista del 1927). In un primo tempo, alla vigilia del delitto Matteotti, Mussolini cercò di far fronte a questa potenziale ostilità nei suoi confronti, “imbarcando” i confederali nel Governo. Si è molto discusso sui termini di questa alleanza, che poi a causa del Delitto Matteotti non andò in porto: la ricostruzione più attendibile della vicenda, comunque, la si trova raccontata nelle pagine di Renzo De Felice, il quale ritiene che Mussolini pensasse a coinvolgere nel Governo a titolo di “partecipazione tecnica e personale” il Dirigente CdGL Ludovico d’Aragona. Un’operazione che avrebbe permesso al Duce di cooptare nel fascismo l’ala “tecnica” e pragmatica della CdGL (in mancanza di riferenti sindacali fascisti affidabili), provocandone la rottura con l’ala più politica ed ideologica di Buozzi (intimo del Segretario PSU Matteotti) e soprattutto avrebbe permesso a Mussolini una adeguata “copertura” sul versante dei lavoratori, per giungere a trattare in posizioni di forza con un ceto industriale volubile e riservato. La trattativa non andò in porto, ma Mussolini perseguì ugualmente nel prosieguo del suo governo una simile politica improntata a siffatta logica “mediana” e “pendolare”. Ciò fu particolarmente chiaro nei primi mesi del 1925, quando, in piena svalutazione della lira a causa delle manovre sul franco francese, il ceto industriale reagì molto male alla politica del Ministro De Stefani di introdurre dei balzelli sui titoli azionari (con forte limitazione del loro anonimato, fin lì garantito dai tempi della Marcia su Roma) provocandone nel giugno successivo le dimissioni (complice un passo ufficiale di Confindustria su Mussolini) con la sostituzione di un uomo, Volpi e Belluzzo, di diretta emanazione dell’associazionismo sindacale dell’Industria. In un momento politico difficile, ancora contrassegnato dai postumi del “delitto Matteotti”, il fascismo, mentre si trovava forte e vittorioso rispetto alle organizzazioni politiche popolari (su cui pendevano i provvedimenti successivi al 03 gennaio 1925), si trovava, però, ancora in difficoltà con le èlites. Per controbilanciare una situazione di svantaggio che, alla lunga, avrebbe potuto ridare fiato agli oppositori demoliberali, Mussolini caricò il sindacato fascista di Rossoni, nel quale fino a quel momento aveva nutrito poca fiducia, facendone la principale arma di pressione sugli industriali, per costringerli ad ammorbidirne le pretese e la presa sul Governo. Complice la “testa d’ariete” Rossoni, leader delle Confederazioni sindacali fasciste, si arrivò nel settembre al famoso “patto di Palazzo Vidoni” che segnò uno spartiacque decisivo, perché fissò la prima pietra di quel “sistema di relazioni industriali” che era fin lì mancato al regime fascista: le Associazioni Datorili si impegnavano a riconoscere nei Sindacati fascisti i soli interlocutori legittimi, con ciò esautorando la CdGL e gli altri sindacati antifascisti (rispetto ai quali però Confindustria rifiutò la “messa fuori legge”, chiedendone solo la sopravvivenza come “associazioni di fatto lecite”), ma esautorando di fatto anche la Confederazione Rossoniana, alla quale veniva impedita la costituzione di “fiduciari” di fabbrica, complice l’abolizione delle “commissioni interne” (con conseguente “sradicamento” del sindacalismo fascista dalle fabbriche). Il patto di “Palazzo Vidoni” pose, quindi, le premesse dello “sbloccamento del sindacato fascista” che si realizzò nel 1927, quando, prendendo a pretesto la nuova legge sindacale che escludeva la lotta di classe e dichiarava illecito il vecchio sindacato, fu imposto lo smembramento della Confederazione Sindacale Fascista, con conseguente ridimensionamento del potere del loro leader Edmondo Rossoni. Ridimensionato Rossoni nel programma di una liquidazione del “rassismo” e dell’intransigentismo della “prima ora” (vedi dimissioni di Farinacci dalla Segreteria PNF all’inizio del 1926), si deve anche dire che Mussolini non abbandonò la tattica di “usare” la tematica laburista per far pressione sulla contro-parte industriale, ma anzi (grazie anche all’accorta e intelligente politica di Turati per altro un ex democratico nittiano) fece della tutela delle ragioni del Lavoro la missione principale del PNF. Segni di questa persistente attenzione del regime verso il mondo del lavoro furono la Carta del lavoro del 21-22 aprile 1927: frutto di un defatigante lavoro tra Sindacati e Associazioni Datorili, la Carta enunciava, pur senza forza di legge, ma con straordinaria lungimiranza, i diritti e le garanzie fondamentali dei lavoratori (si parlava di ferie retribuite, di assistenza per la maternità, di assicurazioni contro le infortuni e la disoccupazione con grande anticipo sui tempi). Un atto di grande impegno e spessore che suscitò molta impressione all’estero per il suo carattere “avanzato” e che non mancò di strappare il plauso anche di sindacalisti ex-CGdL (frattanto auto-scioltasi il 04 gennaio 1927). Un atto essenziale, comunque, onde delimitare ulteriormente il “perimetro” delle “relazioni industriali” Stato fascista-Industria, che segnava almeno idealmente il “prezzo virtuale” che il mondo economico avrebbe dovuto pagare al fascismo per la conservazione di non pochi loro privilegi e fissava la “rendita” ideale che i lavoratori si sarebbero dovuti attendere accettando la politica sociale del regime, in luogo del vecchio sindacalismo. Non si creda comunque che il PNF si limitasse a fare solo retorica sul Lavoro per fare poi da “guardia bianca” al capitalismo. Fu grazie all’organizzazione del consenso dei lavoratori che il fascismo riuscì a reggere alla tremenda crisi economica del 1929-34 seguita al crollo delle borse di Wall Street, laddove questa in altri Paesi (Germania e Spagna) la “grande depressione” rinfocolò i Comunisti e diffuse il caos sociale. Nell’impossibilità di riepilogare tutti i passaggi del rapporto fascismo-Sindacati, basterà comunque in questa sede ricordare i colloqui Mussolini-Capoferri (dirigente sindacale di Sesto S. Giovanni, già roccaforte “rossa”) che nei primissimi anni ’30 segnarono lo spartiacque tra una concezione ancora “paternalistico/autoritaria” (ma immatura) del Sindacato e una concezione più dinamica, aperta alle esigenze dei lavoratori la quale, grazie al rilancio dei “fiduciari” di fabbrica, favorì la fioritura del Sindacato fascista e il radicamento nel mondo operaio, riuscendo così ad ottenere al regime un’adesione più spontanea e non solo di comodo (anche permettendo alcune pur limitate forme di democrazia interna). Essenzialmente per questo motivo (e non solo a causa della repressione poliziesca), i Comunisti (la punta più organizzata dell’antifascismo) non riuscirono a cogliere l’occasione per rovesciare il regime, nonostante la congiuntura della “grande crisi” si presentasse sulla carta la più propizia per mettere in seria difficoltà Mussolini. Come anticipato in apertura, però, il fascismo, nonostante le sue pur sue conclamate velleità nazionalistiche, non riuscì mai nell’intento di integrare economia, politica e Stato Sociale in modo analogo ad altri Stati Autoritari come quello bismarkiano o almeno in modo da competere con i potenti asset politico-industrial-militari di Inghilterra e (in parte) Francia, capaci di garantire efficienti “economie di guerra”. Di qui, verranno le approssimazioni e gli errori nella gestione della II guerra mondiale; ma questo risultato era anche inevitabile e conseguente alla politica mussoliniana (anche economica), pur sempre condotta sul filo del compromesso e di un profilo mediatorio abbastanza “basso”, giocato sempre sul filo del reciproco tatticismo e utilitarismo. Un sistema, nel quale le divisioni tra ceti e gruppi socio-economici, lungi dal fondersi in un unico crogiuolo, erano destinate a persistere e a far sentire sulla politica la propria forza inerziale, specie attraverso la burocrazia (la quale negli anni della guerra avrà un ruolo decisivo nel favorire il divorzio tra Mussolini e il sistema economico alla vigilia del 25 luglio 1943). Nel “camaleontismo” economico di Mussolini, certo non mancano momenti “dirigisti”, ma sono tutti momenti episodici che non si legheranno in una politica organica. A complessi motivi di prestigio e di politica economica è legata la politica della cd “quota 90”, ovvero la politica di stabilizzazione forzosa sulla lira nel cambio con la Sterlina per contenere le negative ripercussioni sulla lira delle speculazioni sulla moneta estera (specie il franco). Dal punto di vista prettamente economico, la stabilizzazione a “quota 90” nelle intenzioni del Duce avrebbe dovuto proteggere il valore d’acquisto dei salari e tutelare i risparmiatori. Una politica quest’ultima particolarmente sentita in un periodo in cui erano purtroppo molto frequenti i dissesti e i fallimenti delle banche (tra il 01° luglio 1925 e il 30 giugno 1926, molti istituti bancari minori erano caduti in dissesto!). Non è possibile, qui, scendere nei dettagli, molto tecnici e complessi dell’operazione, basterà riepilogare alcuni tratti essenziali. Nel timore cioè che, non governata, la svalutazione della lira conducesse ad esiti simili a quelli della contemporanea Repubblica di Weimar, Mussolini impresse la stabilizzazione forzosa della lira, assumendo con piena consapevolezza i rischi di un aggravamento delle condizioni della cd “economia reale”, la quale  ben presto si trovò (come paventato dal Ministro Volpi) in condizioni svantaggiose nel cambio (complice il perenne deficit della bilancia commerciale dell’Italia), sfociando a sua volta in crisi economica, disoccupazione e calo dei salari (per altro alla vigilia della più fatale crisi del 1929). Ciononostante, attorno alla “quota 90” si creò un clima, se non di consenso, certo di disciplina “patriottica” presso le forze economiche che segnò una netta controtendenza rispetto al tradizionale e feroce lobbysmo politico dell’Industria e della Finanza italiane. La politica della “quota 90” contribuì a conferire enorme prestigio al Duce come “salvatore della lira” e rafforzò enormemente il regime, permettendogli senza eccessivi scossoni la svolta delle leggi eccezionali del 1926 (con le quali le opposizioni furono definitivamente messe fuori legge). Come sempre, però, accade in Mussolini, mancò sempre un disegno di più largo respiro capace di saldare economia nella vita nazionale. In questa ottica va anche analizzata l’istituzione dell’IRI nel 1933. Primo istituto di “intervento statale nell’economia” (creato insieme all’IMI, Istituto Mobiliare Italiano) già accarezzato negli anni 10 da Nitti, l’IRI fu espressione dell’indubbia propensione di Mussolini di applicare all’Industria il motto “tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato”, anche in contemporanea con l’esperienze USA di un new deale (nate a loro volta sull’influsso keynesiano) che il Duce seguiva personalmente con grande interesse. Ciononostante, se tramite l’IRI non si realizzò un’integrazione economia-Stato degna di una “grande potenza”, ciò lo si dovette a vari e complessi fattori. Anzitutto, la ispirazione ideologica di Mussolini: favorevole al “corporativismo” nella sua accezione bottaiana di sintesi del vecchio antagonismo di classe nella superiore eticità dello Stato, ma refrattario ai programmi concreti (pure auspicati da Bottai) di programmazione e pianificazione dell’economia. Ancora una volta nelle contraddizioni ideologiche che minarono l’univocità di indirizzo della politica economica fascista troviamo le ambiguità e i “gesuitismi” sui quali si era fondato e aveva prosperato il regime. Pur non rifiutata, la “programmazione dell’economia” era sentita come “rivoluzionaria” e troppo “avanzata”, e tale da rubricarsi in quella “Rivoluzione differita” in cui per Mussolini consisteva la Rivoluzione fascista. Secondo il Duce, cioè, il regime avrebbe solo posto le basi di una Rivoluzione che nel lungo periodo sarebbero state le future generazioni a cogliere, ovvero in un tempo in cui il Duce (suggestionato da Splengher) riteneva sarebbero maturati i presupposti di un generale “rinnovamento di civiltà” di cui l’Italia fascista sarebbe stata l’avanguardia. Evidentemente, però, l’alibi della “Rivoluzione differita”, se non impediva a Mussolini di dare nell’immediato qualche soddisfazione al Corporativismo bottaiano (vedi legge del 1934), contemporaneamente permetteva allo stesso Duce di considerarne le attuali realizzazioni solo sperimentali e non defintive, senza che mai alle Corporazioni fosse riconosciuto quel monopolio nella Direzione della politica economica che finora era sempre stata saldamente nelle mani del Capo del Governo e sulla quale poi si era edificato l’equilibrio e il modus vivendi tra fascismo ed economia fino ad allora. Modus vivendi che, quindi, non mutò dai suoi tratti per cui si era consolidato nel 1925-26, nemmeno dopo la svolta “corporativa” ed interventista dell’IRI e dell’IMI. Nel periodo post Wall Street, pertanto, l’IRI e l’IMI divennero per lo più una camera di compensazione per i “salotti buoni” dell’industria e delle banche, che riuscirono a scaricare sull’IRI oneri per operazioni di investimento e finanziamento che difficilmente avrebbero ottenuto sul libero mercato dopo la profonda crisi finanziaria del 1929. Mancando di organicità il rapporto fascismo-economia, mantenendosi nel regime fascista Politica ed Economia “due rette che non si incontravano mai”, si arrivò al tristissimo spettacolo della guerra, nella quale a cedere fu forse più il “fronte interno” del “fronte esterno” (per altro minato, quest’ultimo, da difficoltà e errori esiziali “a monte”). Invece di produrre concordia, la II guerra mondiale esasperò la latente competitività tra Fascismo ed èlites economiche: anche a causa va detto dell’immaturità di un ceto politico fascista che, ideologizzando la guerra come passaggio per liquidare i residui “fiancheggiatori” produsse divisioni, competizioni, dove era esiziale che si producessero per la tenuta nel fronte interno, come l’Annona (vedi celebre litigio a Palazzo Venezia nel 1941 tra il Segretario PNF Adelchi Serena e il Ministro dell’Agricoltura Tassinari). Ma il vero “25 luglio” tra Fascismo ed industriali lo si registrò nei primi di marzo del 1943, quando l’ondata di scioperi “politici” nelle industrie del Nord Italia certificò senza possibilità di equivoci che i Sindacati fascisti non erano più in grado di mantenere la disciplina dei lavoratori nell’ “economia di guerra”. In questo clima, quindi, tra la ripresa degli scioperi e lo scacco del sindacalismo fascista si consuma l’agonia del regime, che di lì a qualche mese cadrà sotto la scure dello sbarco degli Alleati in Sicilia e del voto del Gran Consiglio.

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