24 ott, 2010
Francesco Nuti … e vengo da lontano
di Giorgio Frabetti- Tra due settimane, con il documentario di Mario Canale “Francesco Nuti… e vengo da lontano”, il Festival di Roma riaccende i riflettori sulla parabola dell’artista toscano, troppo ingiustamente dimenticato. Il documentario ricostruisce le cronache dal set, la nascita dei tormentoni e delle gag, la passione per la musica che lo portò sul palcoscenico di Sanremo con il brano “Sarà per te”. Nel programma della rassegna, ne è prevista la partecipazione: la sua prima comparsa in pubblico dopo l’incidente. L’allontanamento dal set prima, la malattia, il dolore poi hanno fatto calare sulla sua storia un silenzio attonito: dal dicembre 2006, la già grama esistenza dell’attore è, se possibile, divenuta un “calvario”: la caduta in casa, l’emorragia cranica, il coma, l’operazione. Una sofferenza immensa, divisa con la madre, con il fratello medico Giovanni, con pochi affetti, tra cui il regista Giovanni Veronesi che non ha mai smesso di stargli accanto, ma soprattutto con se stesso. Da quella notte l’attore è entrato in un’angosciosa e indecifrabile afasia, in un insondabile mutismo. L’inizio della fine ha una data, 1994, e un nome preciso, “Occhiopinocchio”, un fiasco tremendo. Nuti non regge il colpo, s’infila nel tunnel della rabbia e dell’infelicità, inizia a bere, si confessa in pubblico, convoca disperate conferenze stampa in cui implora un lavoro. Nessuno saprà mai di preciso cosa dentro la (evidentememente fragile) psiche di Francesco si è spezzato: certo, è che da lì inizia un crollo professionale e personale che lo porta a dilapidare un buon decennio di successi e di carriera prima comica e poi cinematografica; quando, dall’inizio degli Anni Ottanta alla metà dei Novanta, Francesco Nuti, nato a Firenze nel 1955, era riuscito a fare il “grande salto” dai primi successi con i Giancattivi (successo propiziato dall’intelligente manleva protettiva di Non stop nel 1978 e del suo geniale regista Enzo Trapani) all’esordio nel cinema diretto da Maurizio Ponzi in “Madonna che silenzio c’è stasera”, fino ai film girati da regista e interprete, dove metteva in gioco tutto se stesso, con fortune alterne. Forse la ragione di tanto rapido successo e di tanto rapido declino risiede nelle parole di uno che Nuti lo conosce bene, ovverosia Roberto Benigni, per lui una specie di fratello maggiore. Benigni diceva di lui che era rimasto “monello”, e che nei confronti della vita “era generosissimo, la sperperava, era uno scialo”. Certo, in amore non si era mai risparmiato (da Clarissa Burt ad Annamaria Malipiero, madre dell’unica figlia Ginevra). Nel documentario, poi, spiegano gli autori Mario Canale e Anna Rosi Morri, si ritrovano anche ” la sua permalosità e la sua generosità, poi le prime sconfitte e la difficoltà di accettarle, gli errori e le invidie, l’insicurezza e la sfortuna e alla fine il silenzio, che abbiamo voluto rompere, perché Francesco è vivo”. Se possibile, credo proprio che Nuti rappresentasse al maglio una tradizione tutta italiana quella dell’attore come “divo”, che viene dalla Commedia dell’arte. “Divo” non tanto nel senso ovvio della parola, quanto nel senso di attore che al centro della sua arte mette sé stesso, il proprio talento istrionico, come leva essenziale di mediazione artistica: senza fare della recitazione un arte al servizio di altro, ad esempio, degli Autori etc. Una personalità non dissimile da quella di altri grandi attori italiani. Come Anna Magnani, tanto sicura della propria sensibilità drammaturgica da imporsi sul Grande Luchino Visconti, affinchè correggesse il finale di Bellissima (pensato da Zavattini); ovvero, come Volontè, amato dal pubblico, quanto odiato dai registi, cui imponeva sempre non solo il proprio stile, ma la propria visione del copione, al punto che alcuni film celebri (Sbatti il mostro in prima pagina, Todo Modo) solo formalmente sono di altri (rispettivamente Bellocchio e Petri) ma sono talmente immedesimati con la personalità artistica di Volontè. Allo stesso modo, film come Tutta colpa del paradiso o Io, chiara e lo scuro, così perfetti nella loro comicità così fellinianamente sospesa tra surreale e lirico, si sarebbero potuti concepire senza Nuti? Impossibile. Certo, non è un caso che tutti gli attori (come gli artisti) dotati di una simile personalità artistica, prima o poi trovano nei produttori chi gli sbarra la strada: Annarella, ad esempio, si rifiutava negli anni ’50 di recitare le parti che le offrivano di popolana, perché le sentiva riduttive del suo talento; Volontè addirittura fu ostracizzato dal sistema produttivo, fino al limite del mobbing e della emarginazione, lo stesso dicasi di Nuti. E’ proprio questo l’inevitabile destino degli attori di talento? Crediamo personalmente di no.