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Storia del fascismo 4a parte- Tra “normalizzazione” e “seconda ondata” nasce il regime fascista

muss002di Giorgio Frabetti - Sull’argomento della formazione dello Stato fascista, abbiamo dedicato un post (Il “cesarismo” politico di Mussolini del 24/08 u.s. su questo newsmagazine) in cui abbiamo spiegato che Mussolini “formò” lo Stato fascista (eversivo nella lunga durata) avendo la massima cura di rispettare nell’immediato non solo la lettera, ma anche lo spirito della tradizione costituzionale dello Statuto Albertino, che pur sempre calava una Costituzione su una base di monarchia assoluta ed accentrata. Questa continuità (evidente) tra legislazione liberale e legislazione fascista è stata colta da Sabino Cassese nel libro Lo Stato Fascista, uscito recentissimamente per gli “economici” della Feltrinelli. La descrizione dello Stato fascista contenuta nel libro è reale e certo rende impossibile ritrovare nel fascismo i crismi dello “Stato totalitario” come li riconoscerà una studiosa come Hanna Arendt, ovvero la assoluta concentrazione del controllo nell’esecutivo e nella polizia (la stessa, infatti, accederà ad un giudizio del fascismo come “totalitarismo monco”). Ridurre, comunque, l’analisi dello Stato fascista, solo al lato giuridico, ignorandone il lato politico, sarebbe un grave errore. Lo Stato fascista non era presente nei piani di Mussolini il giorno del suo insediamento a Montecitorio, né lo sarà nemmeno nei primi mesi del 1925. Viceversa, lo Stato fascista nascerà solo con la soppressione dei partiti di opposizione, a seguito dell’ultimo attentato al Duce del 31 ottobre 1926 in un particolarissimo contesto politico. Alla creazione dello Stato fascista si arrivò, comunque, come esito della continua oscillazione del fascismo tra le aspirazioni alla “normalizzazione” dei fiancheggiatori moderati e alla “seconda ondata” rivoluzionaria degli Squadristi. Per un verso, lo Stato fascista con la rottura che comportò verso la legalità liberale tradizionale fu la prova di quanto fossero pesanti e determinanti le minacce su Mussolini di una possibile “recrudescenza” dello Squadrismo che avrebbero potuto “detronizzare” il Duce stesso. Per un altro verso, però, con la creazione dello Stato fascista, Mussolini si assicurò un notevole margine di dinamismo alla sua posizione politica, favorendone oltremodo il consolidamento del potere. Mentre cioè Mussolini, con la creazione dello Stato fascista, otteneva dalle Squadracce e dal PNF la definitiva sottomissione allo Stato e ai Prefetti (vedi Circolare 05 gennaio 1927 ai Prefetti), contemporaneamente il Duce tramite l’architettura dello “Stato totalitario” (secondo la definizione coniata dal Guardasigilli Rocco, vero “legista” del fascismo) si assicurò presso il movimento fascista una specie di pegno/promessa di una “rivoluzione da fare” quando l’evoluzione dei tempi lo avesse permesso, senza compromettere gli equilibri fin lì raggiunti da Mussolini con i principali referenti economici e sociali conservatori e moderati. Dall’altro (e il punto è messo bene in evidenza dallo storico Melograni), l’istituzione dello Stato fascista con le sue “cambiali rivoluzionarie” sarà molto utile per Mussolini, il quale, pur issato al potere da equilibri e compromessi conservatori, non ne sarebbe stato subalterno ed avrebbe così reso impossibile una qualsiasi alternativa politica alla sua leadership di tipo moderato tradizionale (Salandra, Orlando, Tittoni). I primi sforzi del Governo  Mussolini (composto fino al 1924, oltreché da fascisti anche da popolari, liberali) alla normalizzazione del fascismo erano, comunque, resi nell’immediato difficili per la scarsa maggioranza parlamentare dell’Esecutivo. Per questo motivo, uno dei primi atti cui il nuovo “Governo Nazionale” diede massimo impulso fu la riforma della legge elettorale, che fu poi la legge Acerbo approvata nel novembre 1923: in forza di questa legge, cioè, si riconosceva al partito che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti un premio di maggioranza pari a 2/3 dei seggi parlamentari. Non si sopravvaluti eccessivamente il carattere “pre-totalitario” di questa legge: le leggi elettorali, infatti, dall’inizio dello Statuto, fino a Cavour e Giolitti, sono sempre state concepite per mettere l’Esecutivo in condizione di monopolizzare la battaglia elettorale e per imporre gli uomini “ministeriali” in Parlamento (con evidenti penalizzazioni per l’opposizione). Mussolini, essenzialmente, cercò nella legge elettorale lo strumento per consolidare la propria maggioranza ed essere meno dipendente oltreché dai partiti anche dalle Squadracce, divenute frattanto sempre più ingovernabili e teppistiche. Con questa politica Mussolini sfrutterà al massimo la voglia d’ordine della borghesia per indurla a fare quadrato attorno al proprio governo, per dare finalmente stabilità al Paese (vedi la polemica “revisionista” di Rocca e Bottai, inizialmente avvallata anche dal Duce). In questa prima fase, il vero scoglio da superare sono i popolari di Sturzo, i quali più di tutti appaiono intransigenti nel sostenere le ragioni della legge elettorale proporzionale (con la quale si è votato tra il 1919 e il 1921), in nome di un radicale anti-giolittismo visto dal prete di Caltagirone come causa prima della dipendenza clientelare del Mezzogiorno. Mussolini, quindi, avrà buon gioco nel liquidare politicamente Sturzo (nell’indifferenza degli altri partiti), prima emarginandolo sul versante ecclesiale (tramite trattative separate e segrete con Card. Gasparri sul salvataggio del Banco di Roma con le quali il Duce si “accalappierà” le simpatie del Vaticano) e poi estromettendo i ministri popolari dal Governo; un’operazione che lo porterà a vedersi approvata senza intoppi con l’astensione ufficiale del PPI (ma con molti deputati cattolici dissidenti a favore) la legge Acerbo. E in effetti, farsi indebolire da Sturzo nei propri poteri di controllo del territorio e dell’ordine pubblico, in nome di nobili, ma astratti principi di “democrazia parlamentare” integrale, per di più in un momento in cui le squadracce diventano sempre più arroganti, è l’ultimo pensiero per Mussolini, il quale teme di giorno in giorno di essere travolto da squadracce sempre più numerose e talora non più guidate da esponenti fascisti della “prima ora”, quanto da delinquenti, avventurieri, se non vecchi “sovversivi rossi”. Mussolini ha ragione di temere quanto sta accadendo, perché dal 1922 al 1924 la dissidenza fascista monta (vedi Sala, Forni, Padovani): talora, esprime la rabbia per la politica di “normalizzazione” del fascismo di Mussolini, sentita come tentativo di annacquare il fascismo in un generico moderatismo patriottico e come tradimento della Rivoluzione; talora, la dissidenza assume la forma filybustering delle “intelligenze con il nemico”, e vedrà molti esponenti (specie i più torbidi) cercare rapporti (spesso mediati dalla Massoneria) con organizzazioni extra-legali antifasciste come Italia Libera, Arditi del Popolo, o con i partiti antifascisti repubblicani e finanche Socialisti Unitari (non a caso, questi partiti, capaci di “venire alle mani” nell’agone politico, saranno gli unici ad incassare successi elettorali alle difficili elezioni del 1924, pure vinte dal “listone” fascista). Mussolini reagì a questi “torbidi” istituendo la Milizia Volontaria di Difesa Nazionale, la quale permetterà al Duce di attivare un’intelligente politica di divide et impera rispetto ai ras delle Squadre, facendo leva sulle gelosie tra ras delle origini (Balbo etc.) e fascisti “ultimi arrivati”. Essenziale, in questa strategia mussoliniana, l’introduzione della regola dell’incompatibilità tra Guida della Milizia e Carica Parlamentare, che aiuterà non poco le Autorità di Polizia periferiche ad emarginare (se non tutti) almeno alcuni degli elementi più torbidi, ponendo le effettive premesse di quella “normalizzazione” e sottomissione del PNF allo Stato che sarà definitiva solo nel 1927. In questo modo, le aspirazioni alla “seconda ondata” si incanaleranno nella versione politicamente più accorta e duttile di Farinacci, il quale, colta per il momento l’inferiorità politica e l’immaturità delle Squadre, offre a Mussolini una specie di “armistizio”; armistizio, però, politicamente revocabile alla prima occasione in cui il fascismo dovesse eccedere in concessioni liberal-democratiche, a seguito delle quali ogni equilibrio avrebbe potuto essere messo in discussione, anche ricorrendo ad un nuovo scossone rivoluzionario. Di qui, grazie alla “garanzia” politica di Farinacci si creerà un ambiguo modus vivendi Mussolini-Squadre (ben descritto nel colloquio tra il Duce e il Sen. Conti): rassicurato che le Squadre non marceranno contro di lui in una “seconda Marcia su Roma”, Mussolini, infatti non calcherà troppo la mano nella loro repressione, accompagnando così al divide et impera verso i vertici, una politica di larga tolleranza verso la “base” e verso le violenze squadristiche, specie contro esponenti di opposizione (pensiamo ai più clamorosi assalti contro Nenni, Nitti e Amendola), come non mancherà di denunciare Giacomo Matteotti nel suo ultimo discorso il 30 maggio 1924. Nello stesso tempo, una simile politica non era esente da rischi, almeno nei primissimi anni: legandosi troppo all’estremismo, infatti, Mussolini avrebbe potuto compromettere il profilo moderato e normalizzatore tanto ricercato per assicurarsi la maggioranza nelle elezioni del 1924. E poi quale prezzo avrebbero fatto pagare le Squadre, se alle elezioni avesse vinto una formazione (quale fu poi il “listone”) essenzialmente composta da moderati, fiancheggiatori, se non “afascisti”? In effetti, all’indomani delle elezioni generali del 06 aprile 1924 (svoltesi a detta di Giolitti in un contesto di ordine pubblico “indegno dei Paesi civili”), che videro l’affermazione del “blocco moderato” cercato da Mussolini attorno al fascismo, la reazione degli intransigenti non mancò e si materializzò nel Delitto Matteotti (leader socialista riformista); delitto che fu subito “usato” da alcuni personaggi che ne furono coinvolti (De Bono, Dumini, etc.) per ricattare Mussolini per le sue tolleranze verso l’illegalismo fascista nelle violenze ai danni delle opposizioni (nacque allora il mito della cd Ceka fascista). Delitto che fu usato da Farinacci per far pendere sul Duce (accusato di “contegno francescano”) la minaccia di una nuova “ondata rivoluzionaria”. In un primo tempo, Mussolini ebbe ragione di queste aspirazioni rivoluzionarie solo con i provvedimenti di polizia del Ministro dell’Interno Federzoni (già nazionalista) seguenti al famoso discorso del 03 gennaio 1925, quando le misure contro la stampa e i circoli non autorizzati se si rivelarono molto duri per le organizzazioni di opposizione extra-legale dell’antifascismo e per i partiti antifascisti frattanto ritiratisi nell’Astensione Parlamentare (Aventino, su cui torneremo nelle prossime puntate), furono un autentico “giro di vite” sull’intransigentismo e il dissidentismo fascista (pensiamo ai sequestri subiti dal giornale La Conquista dello Stato per gli articoli intransigenti di Curzio Malaparte). Il regime, comunque, per come oggi è conosciuto, sorse via via quando con l’attentato Zaniboni del 04 novembre 1925 e con l’attentato Zamboni del 31 ottobre 1926 (che per altro negli anni manterrà pesanti strascichi polemici interni al PNF per supposti coinvolgimenti di Leandro Arpinati, storico ras di Bologna) fu chiaro a Mussolini che la gestione in condominio con il “Moderato” Federzoni dell’ordine pubblico non aveva dato i risultati sperati in termini di stabilizzazione del regime. Di qui, la rottura del fascismo con i crismi della legalità liberale si fa sempre più netta ed evidente: la nuova legge sulle attribuzioni del Capo del Governo che, secondo l’accezione letterale dello Statuto, non risponde più verso al Parlamento ma solo verso il Re, la legge che regola l’iniziativa legislativa esclusiva del Governo (l. 100/1926), la legge sulle Associazioni, che per altro viene eversivamente e rivoluzionariamente applicata dal Duce contro la Massoneria, schierata per lo più su posizioni antifasciste e spesso corriva con l’antifascismo più estremista. Ma il vero Diciotto Brumaio di Mussolini avverrà nel novembre 1926 (dopo l’attentato Zamboni) con la soppressione dei partiti politici non fascisti, l’istituzione del PNF “Partito Unico”, la decadenza dei deputati aventiniani, l’istituzione della Pena di morte per gli attentati al Re e al Capo del Governo, la formazione dei Tribunali Speciali per la Difesa dello Stato e l’istituzione dell’OVRA. Gli atti comunque più qualificanti in senso fascista furono l’erezione del PNF a “Partito Unico”, il cui pendant fu l’istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, presentato come la “costituente della Rivoluzione permanente”il quale consentì a Mussolini di dare una soddisfazione simbolica ai farinacciani e sostenitori della “seconda ondata”. Aldilà di alcuni poteri di designazione del Capo del Governo e di influenza sulla successione reale (tutti strumentali al Duce per indurre il Re a desistere da eventuali propositi di sostituire il Duce, ove all’occorrenza magari con esponenti non fascisti ma “costituzionali”), il Gran Consiglio del fascismo restò quell’organismo pletorico, burocratico, che era dal 1923: utile come “camera di compensazione” dei più anziani leader fascisti della “prima ora”, ma non tale da riconoscere al PNF alcuna supremazia di “direzione politica” paragonabile al Consiglio generale dei Soviet in URSS. Perché negli anni del consolidamento del regime, Mussolini tutto cercherà, fuori che il rafforzamento del PNF e dei Sindacati, sempre più destinati (nella prospettiva mussoliniana) ad essere svuotati e sottomessi allo Stato, ovvero all’Esecutivo, alle Prefetture e agli organi periferici tradizionali. Una simile svolta comunque ebbe termine il 24 marzo 1929, quando il popolo italiano, con il nuovo sistema di designazione plebiscitaria dei deputati fascisti, idealmente ratificò il nuovo regime politico. Quale lezione trarre dal passaggio allo Stato liberale allo Stato fascista? Da un lato, lo Stato fascista appare l’evidente cedimento alla logica rivoluzionaria del movimento fascista e della generazione dei combattenti; dall’altro, però, la facilità e la disciplina con cui il Paese vi si adeguò, nonostante le alterne vicende di Mussolini, fu la riprova della fiducia che il Duce nel tempo si era conquistato nel Paese, riuscendo ad apparire il soggetto più adatto per gestire la crisi del dopoguerra e per aprire all’Italia le prospettive di una storia nazionale rinnovata dalle speranze della vittoria del 1918.

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