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La Shoah: il negazionismo e il revisionismo radicale

Shoahdi Federico Mugnai Sono ancora aspre le polemiche seguite alle folli parole del leader  iraniano Ahmadinejad sulla volontà da parte dell’integralismo islamico di voler cancellare Israele. Qualche mese fa lo stesso Ahmadinejad, stupì ancora tutto il mondo, affermando con un discorso delirante che la Shoah era frutto di un’invenzione da parte dei sionisti e dell’Occidente in generale. Crediamo che per tutelare nel miglior modo possibile l’integrità di Israele sia necessario che sia sempre viva una politica della memoria su quell’atroce passato che gli ebrei hanno vissuto sulla loro pelle, prima di poter realizzare il sogno di riunirsi in uno Stato unitario. Quella memoria che viene quotidianamente oltraggiata e vilipesa da più parti, seguendo un filo conduttore di polemiche che iniziarono fin dall’immediato dopoguerra. La tesi secondo cui non sarebbero mai state prese misure di sterminio contro gli ebrei deve essere giudicata allo stesso modo dell’affermazione che Napoleone non sarebbe esistito, e dovrebbe quindi passare inosservata come la tipica espressione di un meschino lunatic fringe. Purtroppo nell’era della globalizzazione, certe notizie vengono diffuse in modo talmente veloce nei blog, su facebook, che è impossibile nasconderle. Il negazionismo se suscita così tanto clamore è soprattutto perchè rimane pur sempre un osceno paradosso, che non riesce ovviamente a far presa sulla società civile. Dobbiamo invece prestare la massima attenzione ai revisionisti radicali, che tendono con tesi pretestuose di ridimensionare considerevolmente la portata dello sterminio ebraico. Allo stesso tempo bisogna comunque attribuire il merito ai revisionisti radicali di costringere con le loro tesi la storiografia ufficiale a riesaminare e a motivare meglio i suoi risultati e le sue ipotesi. Come insegnava De Felice, la storia deve essere considerata come ricerca, tesa a portare a galla una ”verità” dei fatti il più possibile oggettiva. Nella prospettiva del revisionismo radicale, più che questo approccio alla storia, esiste ovviamente un secondo fine politico. E, a differenza di ciò che si potrebbe credere, gran parte del revisionismo radicale non proviene da destra, ma da sinistra. Il revisionismo radicale nacque infatti in Francia con Paul Rassiner, già deportato e detenuto nel campo di concentramento di Buchenwald, deputato socialista al Parlamento francese. Con i suoi scritti polemici (e anche vergognosi) sulla Shoah, Rassiner (come coloro che lo seguirono) voleva essenzialmente mettere in dubbio, attraverso la contestazione di una enorme tragedia come l’Olocausto, l’intera storiografia ufficiale, considerata frutto di una concezione e visione imperialista. Sentiva inoltre una profonda avversione contro l’Israele sionista che, a suo dire, utilizzava le sofferenze del popolo ebraico per giustificare gli aspri scontri con gli abitanti palestinesi, con l’appoggio dell’opinione pubblica mondiale. Il suo successore, Faurisson, sempre proveniente dalla sinistra, negò addirittura l’esistenza delle camere a gas con formulazioni straordinariamente aggressive e generalizzanti, che rivelarono un’intenzione propagandistica o politica, e non semplicemente scientifica, come ad esempio quella seguente: “Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e unica menzogna storica che ha permesso una colossale truffa politico-finanziaria, i cui principali beneficiari sono stati lo Stato di Israele e il sionismo internazionale, e le cui principali vittime furono invece il popolo tedesco e l’intero popolo palestinese.” Indipendentemente dai francesi e dalle vergognose tesi di Faurisson, negli Stati Uniti si era formato un gruppo di storici, anch’esso promotore di tesi storiche insostenibili scientificamente. Il più noto storico del gruppo, David Irving, dopo aver scoperto un telegramma di Himmler in merito alla questione ebraica, sostenne la tesi ardita (e sconcertante) secondo la quale Hitler non sarebbe stato assolutamente informato della “soluzione finale” e via via si convinse che lo sterminio degli ebrei, sarebbe stata un’invenzione della propaganda britannica. Diversamente dalla Francia e dagli Stati Uniti, pubblicazioni dello stesso tipo avvennero in Germania da parte di estremisti di destra, che avevano legami più o meno stretti con vecchi nazionalsocialisti. Ciò che suscitò grande scalpore e sdegno fu soprattutto il volume del giurista Wilhelm Staglich (Il mito di Auschwitz) in cui l’autore tentava di smentire le migliaia di testimonianze sui campi di sterminio, affermando che in realtà non sarebbe avvenuta nessuna esecuzione di massa tramite uso di gas o forni crematori! In sintesi, la critica dei revisionisti radicali si è comunque concentrata non solo sul numero di vittime della Shoah ma anche sulla critica alle testimonianze, ai documenti, alle dichiarazioni dei vari esponenti nazisti e sulle circostanze , nel cui contesto la soluzione finale si sarebbe realizzata. Soprattutto i revisionisti radicali francesi fissano la loro massima attenzione sui problemi della soluzione finale e omettono tutto ciò che ha rapporto con questa soluzione finale: le prime e le ultime affermazioni di Hitler, la disumanizzazione degli ebrei, che era già inerente alla politica di separazione ed espulsione; il concetto di “risanamento” del corpo del popolo e quindi la politica di sterilizzazione e l’eutanasia; la politica di pulizia etnica in Oriente; gli intendimenti del “piano generale per l’Oriente”. Omettendo ciò il revisionismo radicale si muove tra una minimizzazione e al tempo stesso svalutazione di Hitler e dei suoi seguaci e una semiocculta affermazione dei suoi veri scopi e delle sue concezioni fondamentali. Una politica della memoria deve, a nostro avviso, partire dalla difesa dei valori espressi dallo Stato di Israele. Certa sinistra che difende molte istanze palestinesi, sottovaluta le continue minacce islamiche nei confronti dell’Occidente e poi si dispera con fare enfatico del dramma della Shoah, fa un uso strumentale di una immane tragedia, armando moralmente chi oggi tendenzialmente si prefigge scopi simili a quelli nazisti. Infine ancora oggi, a causa di certa storiografia marxista siamo solo riusciti a dare dell’Olocausto un’immagine spettacolare, ma superficiale, che non tiene conto delle cause remote di quel gran genocidio. Come ci insegna il grande storico tedesco Nolte, guardando anche al bolscevismo e ai suoi precedenti metodi di sterminio, potremo avere una comprensione maggiore di ciò che è a valle della Shoah, potendo così consolidare la memoria storica e avere gli anticorpi necessari ad individuare e sconfiggere i nemici della civiltà e controbattere in maniera fermissima a chi vuole ridimensionare o addirittura negare l’Olocausto.

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