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Addio Angelo Infanti, grandissimo Manuel Fantoni

Borotalco_(manuel_fantoni)di Giorgio Frabetti- Martedì 12 ottobre scorso è venuto a mancare l’attore Angelo Infanti, nato a Zagarolo nel 1939 e sottratto alla vita a 71 anni da un improvviso attacco cardiaco. Con Infanti, muore uno dei volti più simpatici e amabili del cinema e della fiction italiane. Attore dalla carriera singolare e poliedrica, iniziata da giovanissimo con “comparse dorate”ne Il Gattopardo di Visconti e poi ne Il Padrino di Francis Ford Coppola (nella quale impersonerà il ruolo del picciotto Fabrizio), Infanti ha trascorso tutto il curriculum del cinema italiano quello naif, se non “trucido” degli anni ’70-’80, che ha sempre fatto storcere il naso alla critica, ma che non di rado è oggetto di rivalutazione espressiva da parte di cineasti contemporanei (come Twentin Tarantino), passando dalla commedia all’italiana allo “spaghetti western” al “poliziottesco all’italiana”, fino ai pendant delle fiction italiane degli ultimi anni come La Piovra (di cui fu co-protagonista nella prima serie del 1984) per arrivare al più recente Gente di Mare. Dovere di cronaca ci impone di ricordare che il Nostro prese parte anche alla produzione artistica di Joe d’Amato, uno degli specialisti, negli anni ’70, del cd “porno soft”, genere che appartiene ormai alla preistoria del cinema a luci rosse, quando per girare film come Emmanuelle Nera (1975) e per mostrare qualche fugace scena di nudo senza essere incriminati per “oltraggio al pudore”, i registi dovevano accampare pseudo-finalità documentarie e talora di educazione sanitaria (per questo genere di film fu coniato dagli specialisti il genere sexploitation). Quello che colpiva in Infanti era la sua capacità di restare sempre credibile e professionale, pur nel carattere spesso dozzinale e trush dei film e delle fiction che si trovava ad interpretare; encomiabile la sua capacità di mantenere, pur nel tono purtroppo frequentemente infimo delle produzioni, un suo stile inconfondibile, un tocco di signorilità, di finezza nel gesto, nella parola, segno inconfondibile della personalità dell’artista. Come l’attore italiano della “Commedia dell’arte” che valorizza anche il copione più brutto con la sua personalità. Il grosso pubblico ha amato (e commemorato in questi giorni) Angelo Infanti per la sua interpretazione del latin lover cialtrone e malinconico Manuel Fantoni in Borotalco di Carlo Verdone (1981). In effetti, il copione di Borotalco è quello che, al momento, ne ha più valorizzato le risorse espressive e la personalità di artista: novello Conte Max, Fantoni-Infanti è un latin lover romano con tanto di villa con piscina (in cui nuotava una giovanissima Moana Pozzi), creditori alla porta e denunce per truffa, che inizia il timido e imbranato Verdone a sedurre le donne le donne con i racconti immaginosi ed improbabili di avventure esotiche e di trasgressioni fantastiche, fino a che il timido allievo emulerà il maestro, scatenando equivoci a non finire. Crediamo, però, sia migliore servizio alla memoria di Infanti ricordare il suo apporto (forse meno noto) nello sceneggiato Tre Camerati del 1973 tratto dal romanzo omonimo di Erich Maria Remarque. In quella malinconica saga di tre ex-commillitoni che tentano di sopravvivere nel marasma pre-nazista della Repubblica di Weimar, Infanti condivide il ruolo di protagonista con attori di prosa del calibro di Renzo Palmer (scomparso nel 1988) e Luigi Pistilli (scomparso suicida nel 1996), riuscendo a tener testa ai colleghi con una prova di grande professionalità e intensità espressiva. E’ una testimonianza curiosa, perché ci restituisce un Infanti calato in un personaggio del tutto inusuale ai plot di “duro” da lui frequentemente calcati al cinema e alla Tv, ovvero nel personaggio del timido e sensibile Robby Lohkamp che cerca affannosamente di costruire una propria vita ed un proprio futuro con la tisica Pat Hollman (Nicoletta Rizzi): segno della ricerca di una tenace “normalità” in un mondo (la Germania Weimar) che sta deragliando nella rovina nazista “come un treno nella nebbia senza guida” (Remarke). Una prova (se ce ne fosse stato bisogno) che Infanti non era solo un “cinematografaro” (come qualcuno lo crede), ma un attore a tutto tondo.

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