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Il Ministro, i “caccia” e l’enigma-Afghanistan

la-russa1di Giorgio Frabetti- ”L’Italia è l’unico Paese che in Afghanistan che non ha armato i propri bombardieri con le bombe, tutti gli altri lo hanno fatto” Ignazio La Russa, ministro della Difesa accende la questione all’indomani della morte dei quattro Alpini in Afghanistan. Sullo sfondo, la Nato dà il via libera: armare gli aerei è compatibile con il mandato dell’esercito italiano. Bersani ribatte: “Necessario chiarire il ruolo dei militari italiani”. Raccogliamo volentieri questa sollecitazione del Segretario PD, perché è bene rendersi conto una buona volta cosa bolle davvero in pentola in quel gran calderone che è diventata la cd “missione di Pace” in Afghanistan. Per quanto riguarda la proposta immediata di La Russa, questa si situa in una tendenza in atto da tempo nella politica del Dicastero della Difesa in Italia: “appesantire” il dispositivo militare italiano in un’ottica di “protezione delle forze”. In effetti, con il rafforzamento della guerriglia nell’Afghanistan, dovuta a complessi riposizionamenti tattici (spesso errati) dei Paesi Anglo-Sassoni della NATO, le perdite anche per gli italiani hanno cominciato a farsi sentire: in questa chiave, quindi, la scelta della Difesa italiana nel 2005-06 di inviare alla missione in Afghanistan equipaggiamenti sempre più pesanti: elicotteri d’attacco Mangusta A129, veicoli altamente protetti come il Dardo e il Lince è sicuramente servita a salvare molte vite tra i soldati italiani. E’ deplorevole comunque che i politici italiani (da Casini a Di Pietro) cavalchino le parole di La Russa quasi fossero una boutade di uno “cui piace giocare ai soldatini”, ignorando quanto sia difficile e tormentoso gestire i problemi di armamento del contingente italiano. Certo, la missione italiana è iniziata con la convinzione di svolgere un mero supporto ai vincitori (in questo caso, gli USA) con il minimo rischio (in non debole analogia con l’intervento italiano contro l’Austria nelle “radiose giornate di maggio” del 1915 e contro Francia e Inghilterra nel 1940). E così certamente l’opinione pubblica ha colto la missione in Aghanistan, “digerendola” come una normale “missione di pace”. Si sarebbe potuto immaginare che la NATO (e l’Italia) avrebbero avuto una discreta parte in azioni di contrasto alle guerriglia? Non è dato sapersi, ma certo nemmeno gli USA erano del tutto preparati ad una “quasi guerra” dove non si confrontano (come piacerebbe ad un Carl Schmitt) un esercito regolare contro un altro esercito regolare, ma un esercito regolare contro bande di guerriglieri. Bande arcaiche, non tecnologizzate (almeno non come le intendevano gli USA) ma dotate di una motivazione straordinaria ad immolare la propria vita e soprattutto dotate di una penetrazione sul territorio capace di dare filo da torcere al più potente esercito del mondo (abbiamo forse dimenticato il parallelo italiano della guerra contro i briganti nel Sud tra il 1861 e il 1864?). Gli USA puntavano sull’asimmetria delle forze in campo, sulla loro superiorità tecnologica ed economica, ritenendola sufficiente per “tenere sotto controllo” l’Afghanistan e invece … Certo, onore al merito, tutto si può dire delle forze italiane, ma non che non abbiano fatto fronte con onore e puntualità ad un quadro di forze del tutto imprevisto e forse anche imprevedibile: non possiamo al riguardo dimenticare, oltre ai vari attentati subiti dagli italiani (da Nassirya in poi), l’attacco subito dagli italiani il 24 agosto 2003 (Camp Salerno e Chapman) dalla guerriglia; attacco seguito e preceduto da un continuo e pesante “tiro di fuoco” ad opera di razzi lanciati da 103, anche 122 km di distanza sui Ns. ragazzi. Un impegno che ha fruttato all’Italia nel 2005 (in piena escalation della guerriglia) il comando nella persona del generale Mauro Del Vecchio dell’ISFAL (Forza Internazionale di Assistenza e di Sicurezza), contingente incaricato di proteggere la sicurezza del debole esecutivo Karzai. Ora, con questo non intendiamo arrogarci il ruolo che non ci spetta di analisti politico-militari. Semplicemente, crediamo di aver fornito sufficiente “carne al fuoco” per rendere la complessità della realtà afghana vero rompicapo geo-politico. Di fronte a questa realtà, non possiamo ignorare il realismo cui effettivamente sono ispirate le parole del Ministro La Russa, quando parla dell’opportunità di armare i cacciabombardieri italiani. Se c’è qualcosa di allarmante in queste parole, è altro: è davvero sufficiente parlare dell’Afghanistan in termini di semplice armamento, in termini così tecnici? Come l’Afghanistan fosse un problema di logistica e non il rompicapo dei rompicapi della geopolitica mondiale? Queste battute, purtroppo, ormai compendiano la filosofia del “tirare a campare” e del “navigare a vista” che presiede la gestione afghana: ma non da parte dell’Italia (che è solo una pedina), quanto dei dirigenti politici della missione, dalla Casa Bianca USA di Obama. Laddove, cioè, ti aspetteresti decisioni di lungo respiro e di lungo periodo, ci si riduce a vivacchiare con considerazioni di breve periodo, riducendo l’Afghanistan ad un problema di “logistica” tecnica, come fosse un problema banale “di ordinaria amministrazione”. Così fa Obama, che promette il ritiro da Kabul nel 2011, ma intanto (01 dicembre 2009) rafforza il dispositivo militare con 50.000 uomini. Così fa Hillary Clinton, Segretario di Stato che si barcamena tra i falchi e le colombe del partito democratico, tra i militaristi, i politici e i pacifisti, dicendo tutto e il contrario di tutto, che dichiara “flessibile” la data del ritiro. Tutti stratagemmi di un’Amministrazione cui il “giocattolo” della “guerra asimmetrica” è letteralmente esploso in mano e che non sa decidersi per non subire le inevitabili conseguenza di un’implosione politica che falcidierebbe i democratici USA alle prossime elezioni di novembre e renderebbe matematicamente impossibile la rielezione del Presidente nel 2012 (si veda su questo punto l’articolo di Mazzonis, Come Obama [non] decide nel bel numero di Limes- Afghanistan, addio! nr. 02/2010). Nell’improbabile eventualità che Obama si decida nel breve sull’Afghanistan, agli USA non resta altro che “lasciar fare” i generali, delegare loro in chiave tecnocratica e non politica “l’ordinaria amministrazione” delle forze militari: un modo per non scontentare la casta del Pentagono e “lasciarla sfogare”, ma senza scoprire politicamente la Casa Bianca. Qui, però, sta anche il lato spiacevole e forse un pò cinico del “non decisionismo” obamiano: non può cioè sfuggire che questa strategia, mentre favorisce l’attendismo di Obama e del suo staff, dall’altro “scarica” sui partners USA coinvolti in Afghanistan gli oneri di una missione pesante che non può più qualificarsi di peacekiping. Qui, allora, si ritrova il cuore politico della vicenda sul quale dovrebbe indirizzarsi la discussione italiana nel lungo periodo (aldilà della faccenda contingente dei “caccia”): fino a quando l’Italia e gli altri alleati dovranno pagare (anche in termini di vite umane) per l’indecisione” di Obama? Senza scadere nel vieto pacifismo, e senza nemmeno cedere al “militarismo” acritico, è difficile non pensare che si può anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignità umana, per la civiltà, ma bisogna anche fare i conti con i risultati che ci si è prefissati; risultati modesti, di cui la politica non può non farsi carico (su questo tenore, le dichiarazioni di Piero Fassino, molto ragionevoli). Quindi, aldilà dell’acritica adesione alla politica americana, aldilà del pacifismo da due soldi del “via tutti”, il problema vero è –parafrasando il titolo di un bell’articolo di Santoro ne L’Occidentale di sabato scorso- che l’Italia può anche restare in Afghanistan, ma deve chiedere spiegazioni ad Obama: per noi questa guerra sta rivelando un grave costo politico, sociale e di vite umane. Allora, basta balletti inutili: come dice Santoro, “se l’America nicchia, se nonostante il tanto esaltato multilateralismo, Obama non riesce a coinvolgere la comunità internazionale e le grandi potenze dell’area nel processo di stabilizzazione del Paese, se non è chiaro, insomma, quali sono gli obiettivi per sedersi da vincitori al tavolo delle trattative con il nemico “pentito” o sconfitto, allora gli alleati degli Usa devono avanzare delle proposte e magari qualche soluzione”. Questo è anche il nostro auspicio.

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