9 ott, 2010
Storia del fascismo- 2a parte: Mussolini e l’interventismo nel caos di Versailles
di Giorgio Frabetti- L’opinione storiografica corrente rinviene le cause della nascita del fascismo nella cd “vittoria mutilata” e nella frustrazione delle ambizioni territoriali dell’Italia, espresse da una borghesia impoverita e incrudelita da una guerra, che l’aveva vista “dissanguarsi” in sacrifici umani e finanziari per permettere poi solo a capitalisti e operai di fabbrica di arricchirsi. Questa opinione è certamente vera quando mette in relazione la nascita del fascismo con la “cattiva” gestione dei “frutti politici” della guerra da parte della classe dirigente italiana. Sarebbe, però, errato, come mostra di fare non poca storiografia di Sinistra (vedi Chabod), addebitare tale situazione al velleitarismo e alle megalomania dei ceti borghesi conservatori che avevano gestito la guerra. In particolare, si tende a dimenticare che i problemi di gestione del dopoguerra in Italia derivavano da due fattori tra loro interdipendenti: da un lato, la cattiva impostazione dei rapporti geopolitici in Europa da parte delle èlites democratiche dell’Intesa, troppo utopiche nella loro impostazione ferma sostanzialmente al mondialismo ottocentesco di matrice kantiana; dall’altro, la debolezza politica dell’interventismo (specie di Sinistra), troppo debole elettoralmente, troppo incerto quanto a rappresentanza sociale e troppo diviso in impostazioni divaricate che andavano dal Nazionalismo conservatore di Salandra al democratismo radicale di Nitti, Amendola, Bissolati. Caratteristico, comunque, del primo dopoguerra, è la stretta interdipendenza che viene a sussistere politica estera e politica sociale interna, al punto che gli errori e le carenze dell’una trascinano l’altra in un corto circuito che sarà letale per la fragile architettura dello Stato liberale giolittiano. In fondo, accreditare in capo alla megalomania della borghesia e alla Destra gli errori di gestione del dopoguerra è valutazione che tende a mettere troppo in sordina gli effettivi errori e le pesanti responsabilità della fazione di Sinistra dell’Interventismo, che, con la sua miopia politica (estera e interna), non si rese conto di trascinare (pur senza volerlo) il Paese verso il caos: ad un certo punto, in particolare, le carenze e gli errori di questa fazione furono talmente gravi da generare nell’opinione pubblica borghese dell’immediato dopoguerra, la sensazione (non del tutto infondata) che i democratici Bissolati, Nitti etc. non fossero altro che il “cavallo di Troia” dei Comunisti. Purtroppo, almeno in campo internazionale, la Pace di Versailles, grande momento di riscatto delle scuole geo-politiche democratiche (e già interventiste), marginalizzate (Julius Frobel e Woodrow Wilson) dalla politica ottocentesca dei congressi, fu impostata su presupposti ideologici e politici che, se da un lato avrebbero ben potuto definirsi profetici e avanzati (liquidazione degli equilibri di potenza tradizionali, Europa unificata sotto le insegne del principio di auto-determinazione dei popoli, del libero mercato e della democrazia), dall’altro, erano talmente utopistici che non avrebbero garantito una vera “politica di sicurezza europea”. Se vogliamo trovare un paragone con la situazione geopolitica uscita dalla vittoria dell’Intesa non andremo troppo lontani dalla verità nel sostenere che la Pace di Versailles in fondo replicò il caos ideologico e geopolitico del 1848, ma con conseguenze più tragiche, diffuse e devastanti. Come nel 1848 (specialmente in Francia), presto il comunismo strumentalizzò e surclassò il democratismo pure uscito sulla carta vittorioso: se ieri (1848) c’era Karl Marx che predicava la provvisoria e strumentale alleanza con i borghesi demo-giacobini per abbattere l’ordine borghese, all’inizio del XX Secolo c’è Lenin che, con le stesse motivazioni, sostiene l’opportunità della Guerra Europea voluta dai democratici radicali. Con l’aggravante, però, che nel 1919 non c’è più un Partito Comunista che si limita ad agitare e a teorizzare la rivoluzione, ma c’è un Comunismo che si è intronizzato in una grande Ex-Potenza come la Russia e che ambisce ad espandere la sua influenza (non solo ideologica) sull’Europa intera (in specie i nuovi Stati Slavi e la Germania), approfittando dei torbidi sociali dell’Europa del dopoguerra: una situazione capace di indurre pesanti “effetti domino” di delegittimazione dei tradizionali equilibri statuali (delegittimati a priori come “borghesi”). E’ alla luce di questo che si può comprendere perchè il vuoto di politica internazionale lasciato aperto a Versailles diventa automaticamente fonte di crisi e instabilità sociale, propagando la sua infezione devastante in politica interna. Questo sarà soprattutto vero per Nazioni “giovani”, come l’Italia (ma anche la Polonia, l’Ungheria, la Germania), che sulla carta avrebbero dovuto uscire rafforzate e tutelate dalla Pace di Versailles, e che, invece, furono infettate direi quasi in modo purulento dal bolscevismo, a causa del carattere recente della loro unificazione e a causa della presenza di forti partiti socialisti (come in Italia) portatori di forti risacche anti-militariste e anti-nazionali e, quindi, non riassorbibili in nome di quel “minimo comune denominatore” di “patriottismo democratico/internazionalista” che pure aveva informato la politica di Versailles: un simile assetto, infatti, presupponeva comunque un ordine statuale; nel quale, invece, le masse socialiste non ci si riconoscevano perchè … ”borghese”! Non c’è, allora, da stupirsi se, in parziale analogia con gli eventi del 1848 in Francia, la borghesia italiana, davanti ad una politica oscillante tra giacobinismo democratico e comunismo, davanti alla prospettiva di caos interno, davanti alla prospettiva di non poter conseguire alcun beneficio dall’ordine internazionale post-bellico, cercò una soluzione politica radicale, come il fascismo (su questa parziale analogia tra fascismo e bonapartismo post-1848, vedi parzialmente l’interpretazione del comunista austriaco “eretico” Thalheimer in uno scritto del 1930, riportato da De Felice nel volume Il fascismo nelle interpretazioni degli storici e dei contemporanei, Laterza, 1970). Anche sul versante del “fronte interno” italiano, l’analogia con il 1848 percorre tutte le fasi salienti dell’interventismo di Sinistra. Se, infatti, guardiamo ai primi passi dell’esperienza interventista subito dopo Sarajevo (28 giugno 1914), ovvero se guardiamo alle “anime” che componevano il composito movimento contro la Triplice Alleanza (che avrà come riferimento il quotidiano mussoliniano Il Popolo d’Italia), non fatichiamo a ritrovarvi supergiù gli stessi protagonisti , gli stessi movimenti del 1848: i socialisti di Bissolati e Bononi (espulsi dal PSI nel 1911), repubblicani radicali come Nenni, i proto-comunisti come Gramsci, i sindacalisti rivoluzionari alla De Ambris, Corridoni, dalla collocazione oscillante tra posizioni più “insurrezionaliste” di marca soreliana e posizioni più democratiche. C’è, persino, tra gli interventisti una fronda anarchica, come quella degli “anarco-novatori” che fa capo a Massimo Rocca, Italo Gaggioli e Leandro Arpinati (anche loro futuri fascisti, ma con alterne vicende). In tutto questo marasma politico e internazionale quale era in questi anni la posizione di Benito Mussolini? Ora, scendendo dal quadro generale alla situazione personale di Mussolini, deve dirsi che, per uno di quei singolari paradossi della storia, sia nelle vicende della Sinistra socialista sia della Sinistra interventista, Mussolini era stato un protagonista. Lo riconoscerà lui stesso pubblicamente il 03 gennaio 1925, nel suo fatale discorso alla Camera: “Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi”. La propaganda interventista era iniziata nel celeberrimo articolo sull’Avanti del 18 ottobre 1914 Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva, nel quale, Mussolini, rieditando formule interpretative tipiche del giacobinismo-rivoluzionario ottocentesco, interpretava la guerra come “occasione rivoluzionaria” propizia per il PSI. Queste valutazioni costeranno a Mussolini le dimissioni da Direttore dell’Avanti nell’ottobre 1914 e la sofferta espulsione dal PSI per la fondazione del Popolo d’Italia. Contro le troppo facili interpretazioni che hanno addebitato la “conversione” di Mussolini a spirito “mercenario” (es. a presunti “traffici” tra Mussolini e il “sotto-bosco politico” monarchico-salandrino es. Naldi), deve dirsi che le vere motivazioni che spinsero Mussolini all’interventismo furono prettamente politiche. Come ebbe a confidare in via riservata a Giuseppe Prezzolini, già nel 1911, alla sua prima “grande uscita” da leader socialista al Congresso di Reggio Emilia, Mussolini vedeva il socialismo impantanato nella palude di un riformismo sindacalista da Trade Unions prossimo ad evolversi in una direzione economicistica e corporativa, tale da assimilare il PSI (presto o tardi) al sistema giolittiano. Secondo il “futuro Duce” questa situazione avrebbe tolto spazio e legittimazione alle radici agitatorie, rivoluzionarie e “quarantottesche” del socialismo e, in prospettiva, avrebbe comportato il sostanziale “suidicio” politico del PSI. Non è difficile sostenere che la ragione stava dalla parte di Mussolini: il PSI di Lazzari e Serrati, rivoluzionario solo verbalmente, ma nei fatti corporativo, ”scaricando” le prospettive rivoluzionarie più determinate del “futuro” “Duce”, si sarebbe lasciato trascinare nell’inerzia di un pacifismo e di un’intransigenza classista, che, pure redditizi sul piano elettorale, sarebbero risultati del tutto sterili sul piano pratico. Gli effetti politici nefasti di una simile stasi non mancheranno, del resto, di farsi sentire di lì a poco: il partito, pur forte elettoralmente e rappresentativamente negli anni dell’ante-marcia, non mancherà, infatti, di incamminarsi verso il rapido declino politico. Non è possibile in questa sede dare conto di tutti i passaggi, le prese di posizioni, complesse e anche contraddittorie dei vari esponenti dell’interventismo di Sinistra. In realtà, in questi anni l’opera politica di Mussolini è, nonostante le ambiziose intenzioni, assai incerta. Anzitutto, nei mesi successivi l’intervento del 24 maggio 1915, il giornale e il movimento iniziarono a traccheggiare: un po’ per l’allontanamento del Direttore Mussolini (partito frattanto volontario per la guerra), a seguito del quale il quotidiano peggiorerà le proprie edizioni, calando come tiratura; un po’ per le divisioni politiche effettive. Se, da un lato, un indubbio effetto della propaganda mussoliniana (almeno di lungo periodo) fu il clima di mobilitazione e”unione sacra” che si creerà in Italia all’indomani della disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917, dall’altro Mussolini non impiegò molto tempo a rendersi conto che un simile “spirito unitario” era artificioso, tenuto in piedi com’era solo dallo stato eccezionale della guerra. Come già anticipato sopra, l’interventismo di Sinistra pativa, infatti, un peccato, una debolezza originaria: si prestava, cioè, a subire la facile concorrenza del Partito socialista, il quale aveva gioco facile nel rilevare come l’interventismo di Sinistra fosse subalterno alla Destra nazionalista e funzionale al suo sistema “militarista”. Una simile posizione “antagonista” oggettivamente si rafforzò a seguito della Rivoluzione d’ottobre del 1917 e della Pace separata della Russia a Brest-Litovsk (1918) e farà pagare all’interventismo italiano un prezzo politico salatissimo: nelle consultazioni del novembre 1919, infatti, i partiti pro-intervento dimezzeranno i loro voti rispetto alle elezioni del 1913 (rendendo impossibile l’elezione di Mussolini e dei suoi Fasci); mentre il pieno dei voti lo farà il (neutralista) Partito Socialista, il quale, riporterà la maggioranza relativa con il 32% dei voti e 156 seggi! Una simile maggioranza certificò, senza possibilità di equivoci, come, dopo anni di guerra, l’elettorato italiano aveva “ritirato la delega” sia ai partiti della Destra Nazionalista e conservatrice (che con Salandra e Sonnino avevano gestito la guerra sul piano militare e diplomatico) sia alla Sinistra democratico- radicale (che aveva “supportato” il conflitto politicamente). Nel caos, nel vuoto di potere sia in politica interna e di politica estera che si andava frattanto delineando, per Mussolini a poco a poco si creeranno le condizioni che ne favoriranno l’ascesa al potere. Gli anni, però, che vanno dal 1919 alla fine del 1920 furono ancora per Mussolini anni confusi, in cui, pur dopo la fondazione il 23 marzo 1919 dei Fasci di combattimento (futura base del PNF) non appariva ancora chiaro il futuro del fascismo: le stesse prospettive di Mussolini, che aveva dedicato tutto sé stesso alla causa dell’interventismo e che a questa causa aveva dedicato un quotidiano, con la fine della guerra, parvero ulteriormente incerte. In questi anni, il futuro “duce” seguì in diretta lo “sbandamento” del fronte interventista, le sue “mattane” nazionaliste e mondialiste, fino ai due “suicidi” politici di Leonida Bissolati e di Gabriele D’Annunzio, i quali avevano cercato (con motivi e direzioni diverse) di dare uno sbocco politico consolidato all’interventismo. Leonida Bissolati aveva incarnato il volto wilsoniano, democratico, umanitario e mondalista dell’interventismo, ma si era attirato l’odio e l’avversione della borghesia quando aveva dichiarato che, nelle trattative di Versailles, la questione dei “compensi” territoriali dell’Italia avrebbe dovuto passare in secondo piano a favore dell’edificazione della “pace democratica” universale. Mussolini, pure personalmente legato a Bissolati, dovette “sacrificarlo” politicamente: memorabile fu il fiasco del discorso di Bissolati alla Scala l’11 gennaio 1919, quando una gazzarra organizzata nel pubblico dai futuristi (cui partecipò lo stesso Mussolini) gli impedì sostanzialmente di parlare. L’altra speranza dell’interventismo era stato d’Annunzio, il quale aveva occupato illegalmente la città di Fiume, già rivendicata dall’Italia, ma negata all’Italia dalle posizioni wilsoniane. Per un momento era sembrato agli italiani che l’occupazione di Fiume fosse il dignitoso riscatto dalle posizioni “rinunciatarie” di Bissolati e di Nitti (divenuto frattanto Primo Ministro ed esecrato da d’Annunzio come “Cagoia”); ben presto, però, le ambigue alleanze con sindacalisti rivoluzionarie (De Ambris) e con esponenti para-comunisti alieneranno a d’Annunzio le simpatie dell’opinione pubblica borghese, faranno venire meno il sostegno di Mussolini, e favoriranno la chiusura dell’esperienza fiumana quando, nel “Natale di sangue” del 1920 e nell’indifferenza generale, Fiume cadrà sotto i cannoneggiamenti dell’esercito italiano regolare. Cosa resta dell’originaria esperienza interventista al fascismo? Se una non piccola parte dell’interventismo di Sinistra diverrà irriducibilmente avversa a Mussolini (De Ambris, Amendola, Nitti), non si può, però, negare che dalle sue fila usciranno dirigenti fascisti di primo piano come Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Edmondo Rossoni. Come non si può negare che i vaghi auspici di “sindacalismo nazionale”, coltivati da Mussolini ad imitazione della CGT francese tra il 1917 e il 1918 nel Popolo d’Italia (divenuto frattanto e non a caso “quotidiano dei combattenti e dei produttori”), per dare uno sbocco sociale e politico concreto all’interventismo di Sinistra, rivestiranno un ruolo non secondario nell’influenzare quella vaga ispirazione “laburistica” che giungerà poi nel ventennio alla (pur fumosa) elaborazione corporativa di Giuseppe Bottai. Rivelatosi l’interventismo di Sinistra un “vicolo cieco” per Mussolini, il futuro “Duce” a poco a poco si troverà trascinato nel torrente impetuoso del “biennio rosso” (1919-20), quando, a causa dell’ ostinato ed irriducibile antagonismo al movimento socialista (consolidato da anni di lotte interventiste), il fascismo divenne il “marchio” della reazione borghese e agraria contro le masse operaie rivoluzionarie. Mussolini, quindi, si rese presto conto che l’unico spazio politico che avrebbe potuto “coltivare” era a destra, nella borghesia che cercava “ordine”. Di lì a poco, questa borghesia, dai referenti moderati ormai troppo deboli e troppo poco rappresentativi, avrebbe trovato nel futuro “Duce” il proprio estremo puntello, la propria “scialuppa di salvataggio”.