Arezzo Polis

Cultura politica, dibattito pubblico.

Costume e società

Tags:

Nessun commento

  • Share

Bonanni e gli “hooligans” dell’anti-politica

raffaele_bonannidi Giorgio Frabetti- “Squadrismo”: così il Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha commentato l’aggressione subìta dal leader CISL Bonanni alla Festa del PD di Torino ad opera di un gruppo di Autonomi di Centro Sociale, finita con la sconcertante coda del getto del “lacrimogeno” sul palco. Senonchè, io direi che, davanti agli avvenimenti di Torino, siamo davanti, più che a degli estremisti o a degli squadristi classici, agli hooligans dell’ anti-politica. Personalmente, non credo che l’organizzazione PD, dati i precedenti, sia divenuta un tale “colabrodo” da non riuscire a controllare i “facinorosi” nelle manifestazioni pubbliche. Deve più verosimilmente ritenersi che il PD abbia acconsentito a far partecipare quei teppisti di Centro Sociale: non certo con il mostruoso proposito di favorire l’aggressione di Bonanni, nè tantomeno per fargli un attentato; credo sia fuori di dubbio che la situazione sia sfuggita di mano.  Eppure c’è da chiedersi: dov’è finita l’efficienza e l’organizzazione del servizio d’ordine di marca PCI? Forse che qualche vecchio militante non è riuscito a trasmettere l’intelligenza pratica e tecnica con cui il PCI negli anni è sempre riuscito ad isolare i facinorosi dai propri Festival de L’Unità? Ora, io non credo che il “servizio d’ordine” del PD abbia perso questo patrimonio di competenze ed esperienze: è viceversa più probabile che gli organizzatori abbiano ritenuto non “pericoloso” il Centro Sociale da cui poi è partito l’attentato a Bonanni. Ma a questo punto, si apre un ulteriore interrogativo, ineludibile: ammettendo questo Centro Sociale, il PD torinese è stato colto alla sprovvista? Oppure ha in qualche modo “accettato il rischio” che potessero accadere eventi del tipo di quelli poi accaduti? Personalmente, escludo la prima ipotesi. Da troppo tempo, gli incontri politici (della Sinistra, ma non solo) non sono più luoghi dove ci si educa a parlare: sono “macchine spettacolari”. Non contano i contenuti, contano i “facili effetti”, conta troppo spesso l’insulto, la provocazione, il “pollaio”. Ecco, quindi, che qualche fischio, qualche contestazione dei Centri Sociali avrebbe aiutato forse i democratici ad attirare l’attenzione sulla Festa PD di Torino; diversamente, la “tavola rotonda” Bonanni-Letta sarebbe stata una “morta gora” che non avrebbe catturato l’attenzione di nessuno, meglio, quindi, se condita da qualche fokloristica manifestazione anti-sindacale sulla scia delle polemiche Fiat. Da troppo tempo la politica si è trasformata in una kermesse tipo Il Processo del lunedì, e non può più di tanto a questo punto stupire se i partiti, come le Società calcistiche, per “far parlare di sè” ricorrano agli Hooligans: salvo poi (come è capitato ieri), rimanere ostaggio dei teppisti! Non vorremmo che tra poco il solerte Ministro dell’Interno (Maroni o un altro) arrivasse a introdurre la “tessera del militante” per i Festival politici, un pò come agli Stadi è stata introdotta la “tessera del tifoso”! Intendiamoci: il fenomeno degli hooligans nella politica è un fenomeno nuovo e diverso dal classico estremismo (rosso o nero), dall’anarchismo/antagonismo classici; più che una riedizione di formule del passato, mi sembra che ci troviamo di fronte ad un tipico sotto-prodotto della politica “spettacolo” degli ultimi anni. E che negli ultimissimi mesi, ha iniziato a dare manifestazioni sconcertanti e preoccupanti: si veda l’aggressione di Berlusconi a Milano il 13 dicembre 2009, ma anche l’aggressione a Dell’Utri; senza contare il gratuito precedente del 2008, quando una minoranza di studenti scalmanata e manovrata riuscì a impedire a suon di insulti la visita di Papa Benedetto XVI alla Sapienza di Roma in nome della … laicità! E’ questo il sottoprodotto, la manifestazione del livello di degenerazione che la politica può raggiungere quando da luogo di idee e di competizione genuina, scade nella ricerca dello spettacolo e dell’effetto-facile. Perchè alla fine una cosa è certa: occupa di più l’attenzione pubblica chi media il messaggio politico attraverso gesti “estremi”, magari innocui, ma che colpiscono mediaticamente, di chi cerca di portare la politica sul piano della militanza e della “riflessione impegnata”. Certo, è innegabile la tentazione di parlare davanti a manifestazioni come quelle dell’altro giorno, di “voglia di estremismo”, di situazione “pre-terroristica”, rievocando i momenti dell’ “autunno caldo” e al clima plumbeo degli anni ‘70. Ciononostante, non sono convinto di questo. A parte che di “estremismi ideologici” forse si può parlare con rigore solo nei confronti del brigatismo comunista (per la piattaforma ideologica e operativa che vi stava dietro), il solo che di fatto si presentò ad un certo punto ostinato, endemico e capace di mettere davvero in ginocchio lo Stato (vedi cas0 Moro). Il solo che con il suo populismo riuscì in qualche modo a “egemonizzare” anche l’estremismo di destra, riuscendo addirittura a “farsi imitare” da certo estremismo di destra, almeno quello più violento e “popolare” dei NAR, di non poca presa nelle borgate e negli emarginati, per le istanze di elementare ribellione che vi trovavano sbocco e a cui non era estraneo il clima di rivolta sociale comunque diffuso per la ampia seminagione della Sinistra Estrema (altro è il terrorismo “nero” di Freda etc, più elitario, più politico, ma più isolato tutto sommato). Ciononostante, però, l’estremismo di Sinistra, per essere forte ed egemone, aveva bisogno di una “classe operaia” forte per trovare legittimazione alle proprie profezie; e questo a causa del suo forte radicamento marxista-leninista, che dava alle violenze una sua “intelligenza”, un programma, una finalità, che in qualche modo la “disciplinava”! Non vi è chi non veda, del resto, come la caduta dell’identità operaia classica abbia determinato il venir meno del più rilevante backround brigatista (per quanto episodi di grave recrudescenza ce ne siano stati nel passato recente: vedi l’omicidio Biagi del 2002). Viceversa, l’estremismo dei Centri Sociali richiama la fase crepuscolare dell’ultima propaggine dell’estremismo anti-fascista dei vari Gino Lucetti, Tito Zaniboni, Anteo Zamboni, tristi epigoni e relitti dell’epoca dorata del biennio rosso e degli Arditi del popolo, sconfitti prima dalla storia che dal fascismo, che si gettarono in disperati e inutili attentati a Benito Mussolini tra il 1925 e 1926, e rivelarono con il loro patetico volontarismo isolato tutta l’insipienza di un mondo politico autoreferenziale e condannato all’incomunicabilità. In ogni caso, il volontarismo dell’aggressione, tipica espressione dell’area anarchica (oggi gli anarchici si chiamano “antagonisti”), mai come oggi è figlio del “pensiero debole” della politica e della società (Vedi BLONDET, No Global, Ares, 2002) ed è figlio di un “quasi professionismo” che talora studia le azioni “aggressive” come tattica per accrescere il clamore e l’attenzione attorno al proprio gruppo: se c’è una realtà che è schiava e subalterna alla logica della “politica spettacolo”, ovvero della “politica effetto”, questa è proprio la realtà dei Centri Sociali: nonostante questi amino “auto-rappresentarsi” come “espressione comunitaria della politica”. Ma se questa rappresentazione della realtà è esatta, deve concludersi che l’universo dei Centri Sociali, lungi dall’essere l’alternativa alla degenerazione della politica, è pienamente organico al degrado della politica ufficiale. Ecco, allora, il “legame fatale” che nella Festa Democratica di martedì ha fatto fatalmente incontrare il PD con il mondo dell’Antagonismo. Andiamoci, poi, cauti nel ”sociologizzare” troppo il fenomeno, come si faceva negli anni ‘90. Come tendeva a fare, ad esempio, uno Zigmunt Bauman, il quale era propenso a leggere le “manifestazioni antagonistiche” nella politica (comunque diffuse in Europa negli ultimi decenni), come espressione di alienazione ed angoscia indotte dal senso di impotenza politica generato dalla globalizzazione, per il predominio che in essa assumerebbe l’economia e la tecnocrazia (vedi Bauman, La Società Individualizzata, Il Mulino, 2002). Intendiamoci una volta per tutte: è sicuramente vero che il processo di globalizzazione in Italia ha generato spinte degenerative e frustrazione, come in molti altri paesi europei; è, però, altrettanto vero che questo non è l’esito obbligato della globalizzazione. Ci sono specifiche “tare italiane” che hanno portato a questa inqualificabile deriva della democrazia italiana: l’assenza di “senso nazionale”. Attenzione: non crediamo che “possedere senso nazionale” significa cantare l’inno di Mameli quando gioca la Nazionale di calcio, o significhi avere il culto delle Forze Armate e simili. Per troppi anni fino alla “grande crisi” del 2008, gli italiani hanno ritenuto che il loro avvenire consistesse nel produrre e consumare sempre più: come se il miraggio di un infinito “miracolo economico” che avrebbe sempre più distribuito ricchezza, fosse il “toccasana” a tutti i problemi. Ciò non è avvenuto, ma per un decorso molto semplice: gli equilibri economici e sociali, dopo il tumultuoso sviluppo degli anni 60-70 si sono assestati e hanno (fisiologicamente) prodotto ”rendite di posizione” ovvero si è arrivati (come nel caso del Welfare) all’esaurimento; ma questo era inevitabile, per la forza inerziale del denaro e dell’economia sulla Società. Tragico errore credere che gli “egoismi privati” dell’economia guidassero la Nazione verso una più armoniosa distribuzione della ricchezza tra ricchi e poveri. Non si è capito che, per fludificare il sistema dalle forze inerziali dell’economia (che inevitabilmente avrebbero creato privilegi e sperequazioni), si sarebbe dovuto investire nella Politica: ma non in apparati pachidermici e deresponsabilizzanti. Non si è capito, cioè, che contro la legge-giungla del mercato e del particulare, si sarebbe potuto resistere solo in nome dell’Etica della Responsabilità e della Cittadinanza Attiva. Le nostre famiglie italiane non l’hanno capito: per la famiglia italiana tipo, fino agli anni’90, il massimo della progettualità esistenziale era far lavorare presto i figli, renderli presto “animali di fatica” (e rispetto alla sindrome “della Velina e del Calciatore” di adesso, andava anche bene!); se, invece, si fosse investito di più nello Studio e nella Cultura, senza nulla togliere all’Educazione Tecnica e Professionale, forse oggi avremmo più intelligenze critiche, forse avremmo un’opinione pubblica più scaltrita ed acuta, che meglio saprebbe sorvegliare i politici e far pressione per riforme più strutturali, più capaci di proiettare l’Italia verso il futuro. Purtroppo, avendo la maggior parte delle famiglie italiane investito molto in denaro e poco in politica (come etica della responsabilità pubblica), oggi ci troviamo una Nazione che, di fronte alle degenerazioni evidenti della società e della classe politica, non sa creare i necessari anticorpi di “capitale umano” (idee, innovazione, iniziative, senso etico etc.) da cui ripartire per rifondare su basi nuove ed autentiche la convivenza civile e politica. Perchè “possedere senso nazionale è questo”: significa possedere il “capitale umano” di esperienze tale da consentire alla Nazione di non frantumarsi in mille rivoli e particolarismi, ma di ricementarsi nei momenti difficili. Non c’è da meravigliarsi, allora, se deperendo il “capitale umano” della Politica sono progressivamente e inesorabilmente andati in declino i partiti; non c’è, quindi, da meravigliarsi se i luoghi della politica sono degenerati in un Circo Barnum (come martedì con Bonanni). Contro questa tendenza degenerativa non c’è che da fare una cosa: scoprirsi Nazione e non solo consumatori o produttori di reddito, come è stato fino adesso. Tanto ormai, i cinesi e i russi sono più bravi di noi a “fare soldi” e presto toccherà a noi fare da servi a loro (come oggi noi facciamo servi loro!). Se scopriremo, invece, di essere una comunità nazionale, già almeno a livello di discorsi e di parole (le parole fanno appartenenza), ecco che ritroveremmo la prospettiva di un futuro, di una convivenza possibile anche oltre le rendite e gli interessi, ecco allora che saremo meno soli, in balia delle degenerazioni della politica e della società. Solo allora avremmo tolto all’antipolitica il terreno sotto i piedi. Recuperiamo, dunque, il senso nazionale; altrimenti, saremo perduti!

Share

Lascia un commento