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Giustizia, dove eravamo rimasti?

berlusconi-alfanodi Giorgio Frabetti-  Lasciandoci prima di ferragosto, avevamo detto che la crisi Silvio-Berlusconi era da ritenersi “congelata” fino a settembre; avevamo altresì detto che il clou della crisi sarebbe stato raggiunto sulla questione Giustizia. Così è stato: nemmeno due settimane fa, iniziata la trattativa sui famosi ”05 punti”, è sorto subito un ”braccio di ferro” finiani-berlusconiani sul “processo breve”. “Siamo d’accordo al 95 per cento sui punti proposti dal premier” aveva minacciosamente dichiarato Italo Bocchino: ecco quale era il residuo 5 per cento di disaccordo. Auspice Napolitano, in questi giorni, è apparsa una prima schiarita tra finiani e berlusconiani: i secondi hanno dichiarato il “processo breve” emendabile su iniziativa del Ministro Alfano, i secondi hanno apprezzato la disponibilità a modifiche. Non è chiaro, al momento, come la situazione evolverà. Per il momento, il centro-destra è attestato sullo stallo politico. Come succede sempre in queste circostanze, il problema non è di ordine legislativo, ma politico. Il “processo breve” come rivelato da Bruno Tinti, Magistrato su Il Fatto Quotidiano di martedì scorso, è una vecchia misura tecnica già pensata dal centro-sinistra almeno nel 2004 per realizzare legislativamente la garanzia della “durata ragionevole del processo”, stabilita dall’art. 111 Cost. (”giusto processo”) e dalla Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo. I punti tecnico-giuridici della discussione, che hanno diviso centro-destra e centro-sinistra (e che lo divide ancora), sono essenzialmente due: la portata del “diritto transitorio”, ovverosia l’efficacia del “processo breve” sui processi in corso, affinchè la misura non diventi una “amnistia di fatto” (preclusa, in assenza della deliberazione dei due terzi delle Camere dall’art. 82 Cost.) e la computabilità nel tempo di durata massima del processo del tempo necessario per l’acquisizione delle prove (il centro-destra come noto è contrario), ovvero le dilazioni per impedimento dell’imputato e rogatorie internazionali. Ma come ognuno può vedere il dissenso è tecnico e non giustifica certo i toni apocalittici con il quale PD e IDV hanno fin qui presentato la misura: “Che senso ha – dice Bruno Tinti nel Fatto – celebrare processi per reati che si prescriveranno con certezza prima che sia possibile arrivare al processo di appello?”: si perchè questa è la ratio del “processo breve”, una misura per proporzionare i tempi del processo penale con i tempi della prescrizione e colpire l’inerzia dei giudici, la sua incapacità organizzativa, la sua pigrizia (si spera con sanzioni disciplinari). “Il punto è – prosegue Tinti – che questa norma [il "giusto processo"] se B. non ci fosse [...], sarebbe l’unica ragionevole tra quelle che compongono il disegno di legge Alfano”. “Se B. non ci sarebbe”: ennesima riprova di “mala fede” politica usata dalla Sinistra (ma vedi anche BARBERIS nel num. 03/2010 de Il Mulino per il Presidenzialismo) per rinviare le riforme, pure quando le si riconoscono; perchè delle due l’una, o le riforme servono al Paese, e allora B. o non B. si approvano, oppure l’opposizione non vuole assumersene la responsabilità, e allora il problema è dell’opposizione, ma non di B. Al momento, però, i principali ostacoli sulla via del “processo breve” non discendono dall’opposizione, ma dai finiani, che finora hanno opposto un vero e proprio veto a questa riforma. Visto che  ciò che divide non è il merito tecnico-giuridico del provvedimento, evidentemente, la posta diventa politica; e se la posta è politica, difficilmente Fini arriverà a mediazioni con Silvio, nonostante i caloumet della pace che in questi giorni sta visibilmente ostentando. E’ vero che il “processo breve” aiuterebbe Silvio ad ammortizzare i colpi del processo Mills, se la Consulta dovesse interdire un ulteriore proroga del “legittimo impedimento”. Ma è anche vero che se, contrariamente alle previsioni, Silvio riuscisse a ripararsi dalla scure giudiziaria, Fini perderebbe l’alibi dell’ “emergenza istituzionale” che sola gli consentirebbe di presentarsi di fatto come il principale premier di riferimento per un’union sacrèe, ovvero per un’ Alleanza Costituzionale tra centro-sinistra, UDC e finiani. Che è poi l’unico argomento politico che Fini può utilizzare per ”mettere sotto scacco” la leadership berlusconiana, attualmente indebolito, poco disposto (nonostante le apparenze contrarie) alle elezioni anticipate, e messo nell’angolo dal niet leghista di un “cambio di maggioranza” con l’UDC. Come già spiegato in molti miei interventi in questo newsmagazine, Fini non ha intenzione di uscire dalla maggioranza di centro-destra (altrimenti, diverrebbe un ennesimo partitino inutile e si condannerebbe al declino); nè è intenzione di Fini realizzare un Ribaltone; a lui basta bluffare, ovvero basta minacciare a Silvio la realizzabilità teorica del Ribaltone per riallineare sulle sue posizioni la maggioranza di centro-destra nella prospettiva di riallinearla alla sua leadership. Per succedere a Silvio, in altre parole, Gianfranco ha bisogno, direi è quasi costretto a strumentalizzare la voglia di Ribaltone del PD. Ma per realizzare questo scopo, ha bisogno che Silvio appaia indebolito dagli attacchi della Magistratura: Silvio, quindi, pare proprio costretto a passare per questa “porta stretta”, specie quando vere alternative all’attuale stallo non ci sono, o almeno paiono proprio non esserci. E’ probabile, quindi, che, perdurando lo stallo, Fini possa logorare ulteriormente con successo Silvio; ma fino a quando? Questo è il problema: e se Silvio ad un certo punto, dovesse “staccare la spina” al Governo e mettere alla prova Fini, per il leader modenese quale alternative resterebbero? Nessuna: è quasi impossibile che Fini si aggreghi al nuovo Ulivo, come paventato da Bersani. Quindi, se è vero che il tempo gioca a favore di Fini, è, però, altrettanto vero che Fini deve sfruttare questo tempo che gli è concesso in modo oculato, senza tirare troppo la corda: altrimenti, tutto sarebbe perduto.

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