24 ago, 2010
Il “cesarismo politico” di Mussolini: come il fascismo diventò regime
di Giorgio Frabetti- Con il presente contributo, intendiamo portare all’attenzione del pubblico la lettura del terzo volume della monumentale biografia di Benito Mussolini scritta da Renzo De Felice, Mussolini il fascista dedicata all’organizzazione dello Stato fascista. Il libro tratta di uno dei temi tuttora più controversi per gli studiosi del fascismo, ovvero l’individuazione del dies a quo, ovvero del momento a partire dal quale il fascismo diventa regime, decretando la fine dello Stato liberale. Molti studiosi di derivazione democratica (v. Granata, Sabatucci …), con l’obiettivo di legittimare a posteriori l’assetto costituzionale post-bellico hanno accreditato le cause dell’affermazione del fascismo come Stato totalitario nella circostanza che lo Statuto fosse una costituzione flessibile (ovvero abrogabile per legge ordinaria) anzichè rigida, come quella del 1948. Come dire: se nel 1848 si fossero adottati i contrappesi della costituzione repubblicana post bellica, l’Italia non avrebbe conosciuto il fascismo. Tale storiografia è figlia (anche per le evidenti intonazioni polemiche) dell’antifascismo democratico-radicale alla Nitti, all’Amendola cui brucia non solo la sconfitta da parte del fascismo nel 1924-25 ma il difetto di egemonia politica delle èlites liberal-radicali in un momento cruciale della storia italiana come il primo dopoguerra; in ogni caso, tale filone storiografico rivela significative carenze e lacune sul versante ricostruttivo. Anzitutto, ammesso questo indirizzo d’analisi, non è possibile riscontrare quando lo Statuto Albertino è stato abrogato; a differenza della legge di ‘coordinamento’ nazista del 1933, nell’esperienza politica fascista, una legislazione costituzionale così “di rottura” … non esiste; o, per lo meno, non è facilmente individuabile. Di qui, si ripiega con vari accorgimenti. In primo luogo, Granata accredita la fondazione dello Stato fascista alla legge di attribuzione dei ‘pieni poteri’ del novembre 1922: accorgimento debole, in quanto leggi simili erano conformi allo Statuto (vedi i “pieni poteri’ di Salandra del 1915 e quelli di certi governi militari dei primi decenni del Regno d’Italia) ed erano sempre a tempo determinato: cosa che si verificò alla fine del 1923, quando il ‘duce’ deliberatamente non fece prorogare la legge (De Felice ne parla nel III volume della biografia di Mussolini). Lo stesso Granata, allora, accredita alcune leggi che, pur non abrogando le istituzioni statutarie, ne cancellavano la portata liberale: è il caso delle leggi contro la stampa del 1924. Anche qui, però, si deve dire che lo Statuto ammetteva limitazioni alla libertà di stampa: certo, lasciava libero il legislatore di accedere ad un’interpretazione più larga della medesima libertà, ma non la riconosceva e tutelava come diritto assoluto di libertà. Non solo, ma almeno fino al 1925-26 i periodici dell’antifascismo più radicale come ’il mondo’, ‘il popolo’ …, per quanto falcidiati dallo squadrismo, non avevano ancora chiuso: segno, questo, del possibilismo mussoliniano che, fino all’ultimo, evitò di giocare troppo apertamente la carta della dittatura. Più successo presso gli storici incontra la tesi che vede il ‘Natale’ del fascismo nel discorso del 03 gennaio 1925: discorso energico, certamente, che diede la stura a provvedimenti restrittivi specie dopo i disordini di Firenze del capodanno 24-25, ma che furono indirizzati soprattutto verso circoli giovanili di dissidenza o fronda fascista (vedi Kurt Suker, che chiuse la sua rivista) o movimenti di ispirazione gobettiana (tipo “Italia libera” o “Non mollare”). Ma anche qui, De Felice documenta un forte residuo di vita parlamentare, rappresentato dalla mancata espulsione dei comunisti dalla Camera dei Deputati, dalle elezioni amministrative (che a Palermo portarono ad una vivace, ma ambigua competizione con i nazionalisti, arbitrata, pare, da una mafia che non si fidava di Roma), alla promulgazione di una legge che consentiva il suffragio elettorale alle donne, agli scioperi nelle fabbriche della primavere (prima del patto di ‘Palazzo Vidoni’) che videro una ripresa della CGIL. Lo stesso ‘Aventino’ (così come documenta De Felice) fino all’estate sperava ancora in un intervento del Re: a riprova dell’incertezza della situazione. Le stesse ‘leggi fascistissime’ della fine del 1925 e del gennaio 1926 revisionavano sì i rapporti tra Esecutivo e Parlamento abolendo il rapporto di fiducia e riducendo l’iniziativa legislativa parlamentare, ma non avrebbero potuto qualificarsi come ”eversive” rispetto ad uno Statuto che non solo non aveva imposto l’investitura parlamentare del Governo, ma tendeva a prefigurare l’investitura dell’Esecutivo in conformità alla tradizione del ”Governo di Gabinetto”, nominato dal Sovrano e responsabile verso il solo Re. E che tale possibilità fosse immanente al diritto positivo costituzionale dell’epoca (anche pre-fascista) lo dimostra la riflessione di un grande costituzionalista di sicura fama democratico-liberale come Vittorio Emanuele Orlando. A questa soluzione “dittatoriale”, poi, non era nemmeno del tutto alieno un liberale avanzato come Adolfo Tino (poi legato ad ambienti azionisti), il quale nella sua rivista Rinascita liberale all’indomani del 03 gennaio riteneva questa soluzione il “male minore” per frenare il sovversivismo farinacciano e non; a questa visione “normalizzatrice” non era poi nemmeno del tutto estraneo un sincero democratico come Giuseppe Dorso, il quale alla fine del 1924 previde per il fascismo la “vendetta fiancheggiatrice”, se non avesse voluto rimanere impigliata nel velleitarismo farinacciano. Ecco, allora, spiegato il perchè di questo ‘procedere a salti’ di Mussolini (tra apparenti cautele ed esitazioni di movimento): Mussolini non voleva certo un “ritorno allo Statuto”; ne paventava i pericoli, sapeva, cioè, che, alla fine, una simile soluzione avrebbe fatto il gioco dei demoliberali giolittiani e salandrini, che si sarebbero coperti, in nome del loro conservatorismo costituzionale, dietro le prerogative monarchiche, esercitando una scomoda tutela sul fascismo. Ciononostante, Mussolini ancora molto dopo il delitto Matteotti assecondò non poco la “voglia d’ordine” dei ceti medi italiani, pur badando a non farsi commissariare, nè sostituire dai conservatori: per questo, il Duce fu molto circospetto ed evitò atti apertamente eversivi rispetto allo Statuto Albertino. Mussolini, cioè, sapeva che il fascismo, se avesse preteso di occupare lo Stato da padrone assoluto, lasciato a sè stesso, avrebbe manifestato quanto prima la sua insipienza, la sua debolezza, la sua completa immaturità politica: per questo, l’unica via per consolidare il regime era conquistare l’AVVALLO MONARCHICO. Ma MONARCHIA, allora, significava COSTITUZIONE, ovvero Statuto Albertino. Certo, Mussolini successivamente manderà a segno dei “colpi di mano” audaci, che assesteranno un colpo mortale allo Stato liberale (abolizione dei partiti, dei giornali d’opposizione etc.): quando, però, Mussolini compie dei salti, è perchè ha maturato un consenso ed una legittimazione ulteriore, che gli conferisce sufficiente forza. Da ultimo, la tecnica del potere mussoliniano deve inquadrarsi come CESARISMO POLITICO. Come gli Imperatori romani, Mussolini non abroga la costituzione, ma la svuota progressivamente ed impercettibilmente, senza fatti eclatanti, approfittando dei margini di discrezionalità interpretativa ed applicativa. Questo finchè non capita qualcosa che ne consacra ulteriormente la popolarità: è il caso degli attentati del 1926, che, raccogliendo una vasta emozione attorno al ‘duce’, consacrano una vocazione al comando semi-monarchica di Mussolini e legittimano (ma SOLO ALLORA!) la costituzione del regime ‘a partito unico’ e la decadenza parlamentare degli ‘Aventiniani’ (anche qui, però, la decadenza avveniva sulla scorta di una non chiara norma statutaria, fatta valere da Pelloux nel 1898 a danno di Turati …). Solo su questa scia, pertanto, nel 1928 Mussolini impose un sistema elettorale a partito unico, apertamente eversivo rispetto alle logiche della competizione democratica. A questo riguardo, deve poi rammentarsi che, se Mussolini si decise ad un passo così forte, il motivo lo si deve alla contemporanea maturazione del Concordato tra Stato e Chiesa che, una volta stipulato, modificò radicalmente la base del consenso del popolo allo Stato Italiano, consacrando formalmente la rottura con un ceto politico censitario di impronta massonica ed anticlericale. Curiosamente per abolire formalmente il Parlamento, Mussolini aspetterà fino al 1939, quando ormai il ‘duce’ (vedi contesa del ‘primo maresciallato dell’Impero) era deciso a liquidare la Monarchia, forte della sua missione di ‘fondatore dell’Impero’. In effetti, solo quando diventerà nel 1936, il Fondatore dell’Impero, Mussolini giocherà più scopertamente la carta del NUOVISMO ISTITUZIONALE (la contesa del ‘primo maresciallato’, abrogazione del Parlamento, assunzione del Comando delle Forze Armate), nella prospettiva (documentata da De Felice) di una rottura definitiva del fascismo con la Monarchia e le sue tradizioni costituzionali; ma solo allora. Con questo, non si creda che intendiamo accreditare patenti “democratiche” al regime fascista, che certo non ne ebbe; semplicemente, riteniamo utile ripercorrere il libro di De Felice, perchè ci fa capire che la transizione da Stato liberale allo Stato fascista fu una svolta politica complessa, nel quale i due “ordini” (liberal-conservatore e fascista), vissero per così dire, per un periodo non breve, sovrapponendosi a vicenda, stratificandosi nelle complesse maglie del regime: anche se si deve dire che il fascismo nel tempo evitò di caratterizzarsi come semplice “strumento della reazione”, giungendo almeno in parte a ridimensionare lo strapotere dei ceti elitari tradizionali (industriali, agrari), grazie all’indubbio seguito che riscontrò presso vasti settori dei ceti popolari e grazie alla mobilità sociale (Salvatorelli) che era riuscito effettivamente a realizzare. In ogni caso, qui risiede la spiegazione del perchè uomini di sincera tempra liberale e talora democratica come Salandra, Giolitti, Orlando etc. non sposarono l’antifascismo più radicale nelle prime ore e addirittura taluni si “accasarono” nel regime stesso (vedi Tittoni, Facta etc.): semplicemente, dal punto di vista legale e costituzionale, il fascismo non era a stretto rigore riconoscibile come fenomeno “eversivo”. Ci sarebbe voluta una cultura costituzionale più avanzata per comprenderlo (vedi Nitti, Amendola, Albertini etc.): ma questa cultura che oggi diremmo tendenzialmente democratico-radicale non solo non disponeva della sufficiente egemonia politica per modificare la Costituzione materiale dell’Italia, ma usciva dallo scacco del biennio rosso, quando fu chiaro che il radicalismo intransigente ed ideologico finiva solo per fare il “gioco” dei Comunisti. Questa è la contraddizione letale dell’antifascismo “della prima ora” e De Felice non manca di ricordarcelo.