23 ago, 2010
Ustica e “l’altra faccia” della Verità: dall’ultimo libro di Vincenzo Ruggero Manca
di Giorgio Frabetti- Il libro Giustizia e Verità-Ustica (Koinè, nuove edizioni, 2010) di Vincenzo Ruggero Manca, illustre dirigente dell’Areonautica Militare e già Senatore AN (oltrechè Vice-Presidente della Commissione Stragi tra il 1996 e il 2001), uscito nell’imminenza del trentesimo anniversario della strage del 27 giugno 1980, è un libro poco pubblicizzato che rende conto dei risultati delle istruttorie e delle perizie emerse nel corso del processo Ustica, il quale ha prodotto nel 2007 e dopo 30 anni una sentenza definitiva passata in giudicato. Condividiamo l’idea di fondo del libro, la “morale” che lo anima: solo da dati di certezza ufficiale, aldilà delle partigianerie e dell’emozionalità mediatica, aldilà dello sport della dietrologia, può iniziare un percorso capace di illuminare il caso Ustica. Il libro nasce con l’intento di portare elementi di (poca) certezza per scalfire “l’immaginario collettivo” che vuole vedere nella caduta del DC-9 nelle acque di Ustica il coinvolgimento dell’Italia in “operazioni di guerra non dichiarata” tra Francia e Libia. Non è possibile in questa sede riepilogare i vari punti (estremamente tecnici) con i quali Manca e la Magistratura hanno confutato la versione dei fatti dell’immaginario collettivo: in questa sede, converrà, però, dar conto di alcune indiscutibili ombre della tesi “attacco areo” sollevate dall’Autore Manca e sulle quali effettivamente è doveroso richiamare un’attenta riflessione. Innanzitutto, nessuna sentenza penale, nemmeno l’ordinanza/sentenza di rinvio a giudizio del Giudice Rosario Priore ha potuto raggiungere una sufficiente certezza intorno alla tesi dell’ “attacco aereo” (missile/quasi collisione), denunciando viceversa come “tesi più probante” l’ipotesi della “bomba/esplosione interna” di ignota matrice. Allo stesso modo, la tesi che vuole il DC-9 abbattuto accidentalmente, perchè “copriva” la rotta di un aereo militare libico (il MIG!) non autorizzato a percorrere una rotta area verso la Jugoslavia per rifornirsi di armamenti (e oggetto dell’interesse NATO), risulta debole, perchè manca l’evidenza radar di tale presunto aereo… nascosto: i tanto dibattuti echi ‘-17′ e ‘-12′, registrati dal radar Marconi, sui quali Priore e la stampa (in primis Andrea Purgatori) hanno richiamato l’attenzione come traccia di velivoli coperti nel “cono d’ombra” del DC-9 sono stati valutati dalla Magistratura Giudicante come “falsi echi” per la tendenza del Radar Marconi di duplicare i segnali radar (a causa di un congenito difetto elettronico) e per l’assenza di alcuna segnalazione radar nelle vicinanze (Ciampino) che attestasse l’esistenza di aerei ulteriori al DC-9. Negli stessi termini, la tesi “attacco aereo” non risulta supportata da alcuna evidenza che ne attesti la contemporaneità con la caduta del MIG libico, rinevuto sulla Sila il 18 luglio 1980 (rispetto a cui il “partito dell’attacco aereo” accredita una “messinscena” dei servizi segreti per nascondere la “guerra aerea”). Il Sen. Manca, poi, denuncia l’evidente assurdità di quelle tesi che accreditano un complotto/depistaggio degli Stati Maggiori volto a mantenere il segreto su una “guerra non dichiarata” nei cieli di Ustica: circostanza assurda perchè una simile “guerra” avrebbe lasciato tracce radaristiche talmente diffuse ed avrebbe coinvolto un numero tale di persone, che sarebbe stato impossibile mantenere il segreto. Da ultimo, la tesi dell’ “attacco aereo” risulta debole, perchè, al momento, non è stato mai chiarito quali disposizioni, impegni, accordi di diritto internazionale la Libia avrebbe trasgredito in modo così grave per “meritarsi” la “rappreseglia” nei cieli di Ustica, nel quale avrebbe perso la vita il “pilota” del MIG libico e inopinatamente il DC-9. Complice le ultime dichiarazioni del Presidente Emerito Cossiga del 2008, l’operazione sul mare di Ustica avrebbe dovuto essere concertata dai Servizi segreti francesi per uccidere Gheddafi, mentre si trovava in viaggio aereo per andare in Polonia, in una logica di “ritorsione” francese per la guerra del Ciad e che si sarebbe risolta in un’inutile strage perchè Gheddafi sarebbe stato avvertito in tempo. Ora, a parte che una simile operazione avrebbe dovuto comportare per la Francia l’impiego di una portaerei ovvero di congrua base d’appoggio in Corsica, che non è stata riscontrata (nonostante la testimonianza dei fratelli Bozzo, amici fraterni del Gen Dalla Chiesa), l’effettuazione di voli in acque internazionali per diritto internazionale generale è assolutamente libera, in assenza di embarghi ufficiali! E così sarebbe stato per Gheddafi al tempo della strage di Ustica. Inoltre, simili ”operazioni sporche” se possono verificarsi nei Paesi del Terzo Mondo, ben difficilmente avrebbero potuto essere realizzate dalla Francia su mare e zona geografica sostanzialmente italiana: un pò perchè queste “operazioni sporche” in Paesi europei avrebbero potuto essere più facilmente intercettate dalla magistratura e dalla opinione pubblica e un pò per l’ipocrisia dello ius publicum europeum che, nella classica dizione descritta da Carl Schmitt, situa l’area delle “operazioni sporche” nel Terzo Mondo e non in Europa. A questo punto, scartando con quasi certezza, la tesi dell’” esplosione in volo” del DC-9, il Sen. Manca sposa la tesi della “bomba in volo”, lasciando aperte due possibili piste per il movente: la ritorsione libica contro l’Italia per le trattative con Malta che avrebbero limitato le basi di rifornimento di armi di Tripoli (per l’analogia con Lockerbie e Tenerè); la ritorsione ’ndranghetista contro gli interessi edili di Davanzali in Calabria (ma il DC-9, all’ora dell’eplosione, avrebbe dovuto essere atterrato a Palermo e non in volo: in questa chiave, allora, la strage sarebbe stata accidentale!). Resta, certo, la stranezza, ove si sposi la tesi dell’attentato, dell’assoluta mancanza di rivendicazione. In conclusione, il Sen. Manca da ragione a chi accredita nel “caso Ustica” un’attività di “disinformazione” e forse anche di “depistaggio”: il Sen. Manca, però, ci invita a considerare che le fonti ed i moventi del depistaggio, lungi dal risiedere in inconfessabili arcana imperii di politica estera e di intelligence, più probabilmente risiedono in moventi affaristici e di malgoverno, tipicamente italiani: principalmente, ”scaricare” sulla Difesa i principali oneri risarcitori ed assicurativi, secondo un canovaccio di “comparaggio” politico-affaristico-imprenditoriale non sconosciuto all’Italia. Non è un caso, quindi, per Manca, che la tesi “attacco areo” sia stata inopinatamente anticipata in sede di giudizio civile intentato dalla Società ITAVIA (principale danneggiata) nel 1981 contro Trasporti e Difesa, con argomenti tecnici e istruttori destinati a cadere clamorosamente in sede penale. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che subito dopo l’incidente nel 1980 fu la tesi del “cedimento strutturale” a tenere banco presso la gran parte del sistema politico (sostanzialmente azionista di ITAVIA) e a mettere sul banco degli imputati la Presidenza ITAVIA del Dr. Davanzali, per presunte carenze nella manutenzione ordinaria dell’areo; era, quindi, strategico, oltrechè utile per Davanzali e soci dare fiato alla tesi dell’ “attacco aereo” (che già allora iniziava a suggestionare alcuni giornalisti), in quanto giudiziariamente avrebbe situato il fatto di Ustica a livello di “caso fortuito”, tale da erscludere qualsivoglia responsabilità della Dirigenza e tale da massimizzare al livello più elevato le poste risarcitorie. Ammesso che questa ricostruzione sia vera, non può comunque fare a meno di notarsi che, in questa strategia, la Dirigenza fu molto aiutata, non solo dalla pressione “monotematica” della stampa, ma anche dalla poca preparazione tecnica (in fatto di radaristica etc.) dimostrata dalle corti giudicanti italiane, le quali hanno effettivamente affrontato nel corso degli anni il “caso Ustica” con molta superficialità. Deve far pensare, a questo riguardo, il non commendevole comportamento dei primi magistrati, i quali, dopo un poco edificante ”balletto di competenze” tra le Procure di Palermo e Roma (con grave dispersione del materiale probatorio), non avviarono attività peritali autonome (forse pressati dalla mancanza di fondi necessari in una simile indagine), ma si “lasciarono guidare” inizialmente, quanto a materiale “peritale”, dai risultati della Commissione Luttazzi (nominata nel 1980 dal Ministro dei Trasporti pro tempore, Rino Formica) che sia pure confusamente accreditava la tesi dell’ “attacco aereo”. Operazione del tutto inopportuna ai fini processuali, perchè la perizia proveniva da una “parte in causa” (il Ministero dei Trasporti) per le vertenze civili con ITAVIA e non da un soggetto super partes, come ci si sarebbe aspettato: risultanze, che, per altro, furono contraddette da una contro-perizia dell’Areonautica svolta da autorevoli tecnici inglesi. Allo stesso modo, lascia oltremodo perplessi lo zelo di certe parti politiche (il compianto Cossiga e l’On. Giuliano Amato, rispettivamente premier e Sottosegretari alla Presidenza ai tempi di Ustica) nel sostenere la tesi dell’ “attacco aereo”, fino ad interferire con indagini giudiziarie in corso: come nell’estate 1990, quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato sconfessò il Giudice Istruttiore Bucciarelli, responsabile delle indagini su Ustica, e allora attestato sulla tesi della “esplosione interna/bomba”: il Giudice, cioè, fu accusato da Amato in Commissione Stragi (allora presieduta dal Sen. Libero Gualtieri) di aver deliberatamente “ignorato” alcune “confidenze” relative a fotografie sul relitto del DC-9, scattate in fondo al mare dagli Americani tali da accreditare la tesi dell’ “attacco aereo”, ventilando l’ipotesi che fossero state sottratte dal Giudice ai fini delle indagini. Dichiarazioni molto gravi, che costrinsero il Giudice ad astenersi dalla prosecuzione delle indagini e a querelare il Sottosegretario Giuliano Amato. Senza voler dire che la versione del “caso Ustica” tuttora più familiare all’opinione pubblica (”l’attacco aereo”) sia stato il frutto di “montature” a scopo lobbistico ed affaristico, è certo che il libro del Sen. Manca evidenzia i molti dubbi e le molte contraddizioni del “partito dell’attacco aereo”. Come dimenticare allora a questo riguardo lo strano comportamento (oggettivamente “depistante”) del Dr. Rondinella? Chiamato a redigere perizia autoptica sul cadavere del pilota del MIG libico caduto sulla Sila, inizialmente, nell’immediato della scoperta, confermò l’imminenza della morte, salvo poi dichiarare di aver steso una controperizia (depositata in Procura a Locri) attestante la morte del pilota in concomitanza alla caduta del DC-9 a Ustica. Per questa contro-perizia, che avrebbe potuto portare elementi a sostegno della versione “attacco aereo” e puntualmente riportata nella requisitoria del Giudice Priore, il Dr. Rondinella fu condannato in via definitiva per calunnia nel 1989: il Tribunale accertò, infatti, che egli non aveva redatto alcuna perizia, non essendosene trovata traccia negli archivi della Procura di Locri. Anche a voler accreditare le solite “cazzuole” e le solite “manine occulte” che negli Archivi italiani provvedono puntualmente a cancellare i documenti scomodi, resta, oltre alla sentenza definitiva, anche la circostanza che il Dr. Rondinella (intervistato recentemente anche da Chi l’ha visto?) ha dichiarato di non possedere copia della citata perizia, nè di averla depositata da nessun’altra parte: molto strano! A conclusione di questo discorso, preciso che non è mia intenzione far sfoggio di cinismo e passare sopra il dolore dei familiari delle vittime di Ustica, sui quali è caduta una sciagura immane e terribile: sono, comunque, del parere, che se il dolore deve servire alla causa della verità, della giustizia e della memoria collettiva, specie per evitare che eventi come Ustica in futuro abbiano a ripetersi, occorre la massima serenità e obiettività in sede storica: lo esige la complessità (anche tecnica) dei fatti; lo esige la causa della Verità e della Giustizia!