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Cinema d’estate-08)/Soldati, 365 all’alba di Marco Risi (1987)

soldatidi Giorgio Frabetti- Dopo alcuni film frivoli e leggeri (es. “colpo di fulmine” con Jerry Calà), Risi junior centra questo filmino dedicato alla descrizione di un anno di naja nella sonnacchiosa e pedante provincia italiana degli anni ‘80; della naja come la si viveva “una volta”: un anno buttato via in mezzo alla noia e alla paranoia. Saputo che alla propria caserma friulana è arrivata una recluta romana, Scanna (Claudio Amendola) con precedenti penali per rissa (per motivi di gelosia) e per evitare facili e prevedibili incidenti tra le nuove reclute e i “nonni”, il tenente Fili (Massimo d’Apporto) offre la sua “protezione” alla recluta, confidando che sappia denunciargli in tempo intemperanze ed aggressioni. Una sera che il reparto di Sanna è aggredito dai “nonni”, Scanna, contevvenendo alle istruzioni di Fili, “viene alle vie di fatto”. Oggetto di un provvedimento “di rigore”, per discolparsi, la recluta dichiara la verità davanti ai Superiori del suo tenente: quella sciagurata sera, cioè, il tenente contravvenendo ai suoi doveri aveva abbandonato la sua postazione in caserma (era andato infatti a trovare la moglie ad una festa, preda di un attacco di gelosia). Nei guai, quindi, cade Fili, il quale entra in un ”imbuto” di mortificazioni e frustrazioni, dal quale non uscirà più: perderà la promessa promozione ad un comando NATO, perderà la stima dei superiori e perderà la moglie, che non sopporterà la “caduta” sociale e professionale del marito. Il tenente Fili scatenerà il suo odio e la sua sete di rivalsa sul soldato Scanna facendone una “sua vittima”, facendolo così oggetto di angherie su angherie in una guerra dei nervi che entrambi combatteranno con tenacia fino al finale a sorpresa. Il tema del “nonnismo in caserma” è certo molto sentito nel film. Ridurre però “Soldati” ad un mero apologo sulla piaga del “nonnismo” nelle caserme italiane (che, per altro, ebbe una certa recrudescenza negli ultimi anni 90 di obbligatorietà del servizio militare) equivale, però, a mortificare il film, a svalutarne cioè il valore. Certo, il film non conosce fronzoli particolari di stile. E’ solo giocato sulla contrapposizione tra il “coro” dei soldati semplici (per altro connotati senza la volgarità degli Alvaro Vitali…, ma senza grande estro ed originalità) e il “personaggio solo”, il tenente Fili, interpretato da Massimo d’Apporto. Proprio il carattere incolore, generico del “coro”, fa risaltare enormemente la profondità con cui Massimo Dapporto scava il suo personaggio, mettendone in rilievo a 360 gradi  ottusità, fanatismo, fraglità. Proprio la grande caratterizzazione del personaggio di Fili, proprio la sensibilità con cui è reso da Dapporto è il segreto del perenne successo di questa operina, che è qualcosa di più di un semplice filmino antimilitarista. Dietro Fili, cioè, il regista restituisce non tanto un pazzo, quanto un personaggio che ha creduto nella sua missione di militare, che ha consacrato la propria vita nella divisa della “fedeltà”, della “lealtà” del servizio propria del militare, ma che è deluso dalla vita, che per altro lo priverà della carriera e della moglie. E’ il grande ritratto dell’ ennesimo Tenente Drogo (Deserto dei Tartari, Buzzati, 1940): certo qui sono lontani i toni di serena, ma stoica fedeltà al dovere (di marca austro-ungarica) disegnati da Buzzati; qui certo i toni sono decisamente più duri e sadici, al limite del “sotto-suolo” di memoria dostoewskiana. Ciò non toglie, però, che il personaggio di Fili-d’Apporto è destinato a passare alla storia del cinema come un grande ritratto di un uomo al tramonto capace di fare il paio solo col grande ritratto di “uomo in crisi” tracciato da Pietro Germi ne “il ferroviere”. Tutto il film, quindi, è giocato sul talento di Massimo D’Apporto. Qui, veramente grande!

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