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Il testamento politico di Cossiga: Iddio salvi l’Italia!

di Antonino Armao

Da Roma ad Arezzo c’è un filo rosso che lega le vicende di questa estate politica che non ha mai veramente chiuso per ferie, nemmeno il giorno di Ferragosto.

Maurizio Bianconi che spara sul presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ipotizzando l’attentato alla Costituzione nel caso di un governo tecnico che rovesci il risultato elettorale con una manovra di palazzo. Napolitano che risponde al fuoco “bastonando il figliolo per non poter bastonare il babbo”. Alfio Nicotra che difende Bianconi dagli attacchi della sinistra confermando ancora una volta il principio secondo cui “di un comunista vero ci si può sempre fidare”. Salvo sbagliare clamorosamente il tiro Nicotra, quando paragona Lucherini a Berlusconi.

D’agosto un Presidente tuona e un altro se ne va. Cossiga muore lasciando quattro lettere alle più alte cariche della Repubblica. Le missive di Cossiga contengono una vera e propria dichiarazione d’amore per la patria, servita con «fedeltà» e «passione», ma anche con «umiltà». Non solo. Nelle 4 lettere-testamento il Presidente emerito ricorda che la sovranità appartiene al popolo e invoca l’aiuto divino a tutela del Paese. «Iddio protegga l’Italia», scrive il senatore a vita nella missiva consegnata al Presidente del Senato.

Cossiga consegna al popolo italiano (rappresentato dalle più alte cariche dello Stato) il suo testamento politico mentre il Governo vacilla per uno scontro interno al PdL e si discute sulla opportunità di riconsegnare il mandato alla sovranità popolare in caso venisse meno la maggioranza politica in Parlamento. L’alternativa sarebbe una maggioranza artificiale nata nelle stanze del Palazzo: un golpe bianco, appunto.

Sembrerebbe il solito teatrino della politica a cui siamo abituati dalla prima Repubblica se non fosse che stavolta la partita è ben altra.

Questa estate si è consumato quello che andiamo dicendo da tempo, anche sulle pagine di questo sito. Lo scontro politico in Italia da ideologico e classista che era è diventato territoriale.

Le vecchie categorie politiche si sono sciolte come neve al sole di agosto. La vera partita che si sta giocando è quella tra Nord e Sud sul federalismo proposto dalla Lega (l’unica vera novità politica uscita dalla prima repubblica).

La maggior parte della ricchezza del Paese è prodotta dalle regioni centro-settentrionali che non hanno in cambio servizi proporzionali perché una parte di quella ricchezza serve a rimborsare a piè di lista la spesa irresponsabile e clientelare delle regioni del Sud.

Da una parte quindi c’è la Lega che propone un federalismo che torni a vantaggio delle regioni più produttive. Dall’altra c’è una sinistra che si dice riformista ma in realtà vuole la conservazione dello status quo. Nel mezzo c’è una destra in maggioranza liberale ma con una forte componente dirigista.

Se si va allo scontro politico-territoriale e prevale la linea della Lega, il Sud si ribella. Se prevale la sinistra si rivolta il Nord. L’unico progetto sensato era quello del PdL che, nato dalla fusione di Forza Italia e Alleanza nazionale, formate da varie componenti liberali e dirigiste, si proponeva di fare la sintesi tra le istanze del Nord e quelle del Sud, dove peraltro il PdL raccoglie grandi consensi.

Questo era il punto da tenere. E invece, ecco il colpo di scena: Fini rovescia il tavolo e manifesta chiare intenzioni di fondare un nuovo partito insieme a Casini e Rutelli, si schiera con la sinistra che strizza l’occhio a gente interessata ai soldi dello Stato come Marcegaglia, Montezemolo e Marchionne e quindi per la conservazione dello status quo a favore del Sud.

Questo rompe un equilibrio delicatissimo. Se il progetto del PdL di trovare una sintesi politico-istituzionale per riunire il Paese attorno ad un nuovo patto sociale-territoriale, era già molto difficile da realizzare, dopo il pronunciamento di Fini le possibilità di successo sono ancora più scarse. E quelle di uno scontro civile drammatico si fanno più concrete.

Grande è dunque la responsabilità che si sta assumendo Gianfranco Fini in questa strana estate del 2010 in cui le parole del Grande picconatore assumono un tono di speranza ma anche di sinistra profezia: “Dio protegga l’Italia”.

A proteggere una democrazia dovrebbe bastare il popolo sovrano. Guai a quel Paese che ha bisogno di eroi. E della protezione divina.

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  1. Frabetti scrive:

    Parole sacrosante, Antonino, lo scontro civile e socio-economico in Italia attraversa Nord e Sud, come nel 1992.
    Cossiga non è stata secondo me personalità politica particolarmente eminente: uomo di grande cultura, potevi ascoltarlo per ore in riflessioni storiche e filosofiche dense di profondità e suggestione, a livello politico operativo era figura grigia. Ministro dell’Interno, ai tempi della riforma del SISDE e del SISMI si trovò a fronteggiare il caso Moro con gli apparati dei servizi dimezzati e, quindi, allo sbando; su Ustica, pare abbia contribuito ad alimentare il caos. Più lucido e profetico il contributo di denuncia su una Magistratura contro-potere, capace di sopravanzare la politica, ai tempi della sua Presidenza della Repubblica.
    Il Cossiga dell’UDR e delle trame contro Prodi per issare d’Alema (1998) è un Cossiga che è già … zmobie (appellativo che diede a DC e PCI ai tempi delle elezioni politiche 1992).

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