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Cinema d’estate-07)/Un maledetto imbroglio di Pietro Germi (1959)

germi12di Giorgio Frabetti- La pellicola “un maledetto imbroglio” (Pietro Germi, 1959) è la riduzione cinematografica del romanzo “Quer pasticciaccio brutto de’ via Merulana” di Carlo Emilio Gadda (1946). Il racconto del misterioso omicidio della borghese Sig.ra Banducci in un palazzo-bene romano, è solo un pallido pretesto per Germi e i suoi per offrire al pubblico, dietro il plot del giallo tradizionale, una memorabile e corale commedia umana, un grande affresco dell’ambiguità e della doppiezza umana. Ognuno dei personaggi del film ha qualcosa da nascondere: lo “strano commendatore Ansaloni”, il prete, il Dr. Valdarena (che Dr. non è), il Sig. Banducci (marito della vittima). Con questo, Germi ha azzeccato come meglio non poteva il romanzo, rendendone lo spirito di grande affresco dell’irriducibile bestialità e corruzione umana. Nel romanzo di Gadda, questa bestialità e corruzione hanno un doppio corollario, un doppio livello: un livello storico-contemporaneo ed un livello meta-storico o trans-politico. Il correlato storico-contemporaneo di tale corruzione è il fascismo; in via meta-storica o trans-politica questo “sprito di corruzione” trova il suo simbolo imcomparabile in Roma, l’eterna città apoteosi dell’intrigo e della corruzione. Germi trascura il lato storico, ossia il tema del fascismo (il film è ambientato in contemporaneità alle riprese); ciononostante riesce nel film a sviluppare con grande forza ed energia espressiva la dimensione meta-storica e trans-politica del romanzo, restituendo quel quadro veramente epico cui Gadda aspirò con il suo originalissimo e inimitabile linguaggio (misto di dialetto e italiano). Alcuni picchi positivi e negativi del film. Un picco positivo è nella scena dell’incontro tra il Comm. Ingravallo e la Sig.ra Banducci (poi la vittima): la scena della bambola in primo piano che rei-fica in modo superbo il desiderio di maternità del personaggio femminile. Con questo procedimento, Germi crea un efficace ‘transfert’, facendo della bambola l’emblema dell’immobilità esistenziale e dell’angoscia che pervade la protagonista, con esiti espressivi degni di certo espressionismo tedesco. Un picco negativo: la colonna sonora ed il finale. “Sinnò me moro” è eseguita secondo una melodiosità strappalacrime che sicuramente andava molto di moda negli anni ‘50, ma che conferisce al film un tono magniloquente, da melodramma che stona con un film che nel complesso è l’esatto opposto del melodramma. Il mèlo, infatti, è uno spettacolo concepito su trame a tinte forti, con i buoni da una parte, i cattivi dall’altra; viceversa l’ “imbroglio” è l’apoteosi dell’ambiguo e dell’incerto. Allo stesso modo, il finale: troppo banale e melodrammatica la Cardinale, la MADRE che insegue (a mò di Anna Magnani in “Roma città aperta”) l’uomo che ama trascinato via in ceppi. Ciononostante il “maledetto imbroglio” di Germi resta un grande film da rivedere e da riscoprire.

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