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Lega, la “magnifica ossessione” della classe politica italiana

bossi 2ùdi Giorgio Frabetti- C’è un fantasma che si aggira nello scenario politico italiano, è il fantasma della Lega. Ritenuta in via di estinzione all’indomani del consolidamento del berlusconismo con le elezioni politiche del 2001, dal 2008 in avanti la Lega ha ripreso una considerevole visibilità politica, sociale ed elettorale  (arrivando addirittura ad erodere fette consistenti di elettorato delle Regioni Rosse). Oggi, la Lega è attaccata sia da Destra sia da Sinistra: da Destra è attaccata da Fini e da Baldassarri (già responsabile economico di AN), come forza che sta sbilanciando l’asse di governo verso ipotesi di federalismo para-secessionistiche  (vedi intervista di Baldassarri, finiano, al Fatto Quotidiano di oggi); da Sinistra, la Lega è attaccata come “errore contro la cultura”, come si desume dall’articolo di Francesco Merlo, edito da Repubblica sabato scorso, dove Merlo ha stigmatizzato duramente la decisione del Ministro Gelmini di proporre Bossi per  la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione; un articolo che bene esprime il pre-concetto che condiziona pesantemente la comprensione del fenomeno-Lega da parte di certi amienti radical-chic nostrani. Ora, a mio modesto giudizio, queste critiche sono il segno che la Lega ha effettivamente messo sotto scacco una parte consistente della classe dirigente italiana “romana”, mettendone notevolmente in crisi le coordinate politico-culturali. In effetti, la Lega (piaccia o non piaccia) è veramente il “nuovo” della politica italiana degli ultimi 20 anni, perchè, sia pure con la rozzezza che l’ha contraddistinta, ha veramente vulnerato i loci communis della tradizione nazionale italiana: in questo, ma solo in questo senso, la Lega può davvero vantare il titolo di forza politica, non solo post-ideologica, ma anche post-risorgimentale (non nel senso di “secessione” e compagnia bella però, che ne hanno contraddistinto una stagione). In effetti, la presenza leghista è una presenza del tutto eretica ed eterodossa rispetto ai canoni etico-politici e politico-culturali, con i quali la classe dirigente politica italiana ha legittimato sè stessa a partire dal processo di unificazione nazionale in avanti, per i seguenti motivi : 01) La Lega è un movimento post-ideologico: La Lega, nata su un immaginario lombardo-veneto del tutto locale e dalla base sociale dei “padroncini”, ha smentito l’idea del primato degli intellettuali (insegnanti, universitari etc.) nella formazione in Italia di un’opinione pubblica “nazional-popolare” (vedi Manzoni, ma anche De Sanctis, Croce, Gentile, Gobetti, Gramsci); 02) La Lega è movimento post-risorgimentale, perchè smentisce un’idea nazionale che vedeva nella Nazione Italiana una “via alternativa” al capitalismo, grazie ai suoi corpi intermedi (Chiesa, Associazioni, famiglie) e grazie alle sue enormi riserve di “sociabilità” (Gioberti, D’Azeglio, ma anche Gramsci). In questi due capisaldi, in fondo, convergono sia i finiani (complice l’intervista di oggi di Baldassarri sul Sud, ma vedi anche i discorsi di Granata sulla “sociabilità” come risorsa del Sud in Micromega di marzo 2010), sia i democrat di Repubblica (vedi lo sdegno di associare Bossi a un simbolo della “cultura alta” come la laurea), entrambi eredi coerenti  della tradizione nazionale come sopra descritta.  Come movimento post-ideologico, la Lega, dopo il cattolicesimo popolare, dopo il socialismo e dopo il fascismo, deve annoverarsi a pieno titolo tra le principali forze politiche “nazional-popolari” che la storia d’Italia abbia espresso: ed è l’ennesima creatura “nazional-popolare” sfuggita di mano agli “alambicchi” di una classe dirigene politico-intellettuale che, troppo intenta a costruirsi un modello ideale di popolo, aveva perso il contatto con il popolo reale. Ciò, poi, che rende oltremodo eretica la presenza bossiana (e che tanto fa indignare Merlo quando si parla di laurea a Bossi) è che Bossi deve l’incollatura decisiva del suo movimento non alle Accademie, quanto al “sommerso” delle Tv private locali degli anni ‘70/’80 (non solo Fininvest), o almeno al modo in cui esse hanno saputo costruire (prima che arrivasse Bossi) un immaginario collettivo conforme a quello che di lì a poco tempo sarebbe diventato il “mito leghista”. In questo, la proposta del Ministro Gelmini di laurea honoris causa a Bossi, leader leghista, credo colga molto bene il carattere di indubbia centralità che ha acquisito il leghismo a livello di “immaginario collettivo” negli ultimi 25 anni.  Paradossalmente, si potrebbe leggere il fenomeno leghista (e berlusconiano successivo) con le classiche categorie gramsciane: Gramsci, fedele in fondo al motto nietzchiano secondo cui “la parola è potere”, annetteva (non senza grande acutezza) al linguaggio un caratteristico “valore politico”. Su questa scia, Gramsci riteneva strategico che il Comunismo, per realizzare la rivoluzione in Occidente (una rivoluzione nel segno della più totale “immanenza” ed anti-trascendenza), sovvertisse “le caserme e le casematte” che ne ostacolavano il decorso, ovvero il linguaggio, la cultura tradizionale, umanistica ed idealistica: Gramsci sperava che questa “purificazione” del linguaggio avvenisse dal popolo, dal basso. E fu così che il “popolo”, invece di generare (per germinazione spontanea) i miti universali della Rivoluzione Comunista, ha generato tipi come … Bossi! Ha creato icone come “la Padania”, il “cielodurismo”, Roma Ladrona etc. Non è, del resto, un mistero per nessuno che in Lombardia  la tessera leghista conviva accanto alla tessera CGIL! Da questa coltivazione “culturale” (in senso ampio), si determina una germinazione politica lenta, ma che tenacemente come un “fiume carsico” opera di elezione in elezione, fino ad esplodere nel 1990/92: il leghismo, così, nasce in sordina, verso la fine degli anni ’70, intercettando nel Nord voti di protesta altrimenti destinati all’astensionismo (vedi Politica in Italia, Il Mulino, 1987). La sua presenza è invisibile, ma la si coglie ad esempio nelle zone tradizionalmente “bianche” (Brianza, Veneto), dove la DC inizia presto a perdere molti voti (pensiamo al primo crollo delle elezioni politiche 1985), anche se non appare chiaro chi li intercetterà quei voti: marginalmente li intercetterà il PSI (forte a Milano, ma poco amato dai “padroncini” lombardi di provincia), non li prenderà il PCI (sempre più esautorato, lui e i sindacati, dalla fine della grande impresa e dalla nascita del cd “sommerso”), nè i “partiti laici” (storicamente rivali, elitari e di poca presa sulle masse), quanto liste anonime, che nessuno conosce (Liga etc.) e che sono chiaramente espressione di un voto di protesta, che all’inizio sa di non avere prospettive nazionali. Questo voto è l’espressione del “popolo dei Padroncini” e delle Partite IVA, che è ignorato dai partiti, dagli intellettuali ufficiali, dalla televisione ufficiale, il quale, non trovando identificazione in tali “riferimenti alti”, sta cercando di fabbricarsene dei propri. Vera “camera di incubazione” del leghismo, come rilevato con grande acume da Aldo Grasso in un suo libro del 2005, sono state le Tv private, fiorite nella seconda metà degli anni ’70 (grazie alle caute liberalizzazioni della Corte Costituzionale),  potente strumento  di identificazione collettiva per le realtà locali, alternativo ai canali della cultura ufficiale. In questo aspetto, credo si ritrovino in modo conclamato le radici post-ideologiche più conclamate della presenza politica bossiana: se è vero come dice Aldo Grasso nella sua Storia della televisione italiana (Garzanti, 1992), che l’unificazione dell’Italia (a livello di percezione collettiva) è avvenuta all’insegna del mito della Società del Benessere, attraverso la civiltà dei consumi ed è avvenuta grazie alla Televisione (e non nella letteratura e alla carta stampata antifascista), non possiamo più dubitare del carattere eterodosso del movimento leghista rispetto agli schemi della classe dirigente italiana. E certo, non si capirebbe la “secessione leghista” dalla politica nazionale (dal 1990 al 1992), se non si considera questa “secessione ideale”, per così dire. E’  da questo “fiume carsico” di sedimentazioni di abitudini linguistiche, miti, parole, tradizioni amministrative che ad un certo punto erompe e nasce … Bossi: uno dei politici più longevi della cd Seconda Repubblica. E’ da questo “fiume carsico” che nasce il  “popolo leghista”: una comunità politica e sociale ben identificabile, non un “partito di plastica”, non un’indistinta realtà “liquida” da blog; la Lega, cioè, vive nella carne del popolo settentrionale che produce, che la domenica per lo più va  a messa o a fare escursioni in montagna (con il CAI giù di lì) ed è capace di esprimere amministratori locali  in fama per lo più di persone capaci, oneste e competenti.  Certo, quando si proietta a livello nazionale, la Lega-partito (come i Socialisti e i Popolari degli anni del prefascismo) lascia un pò a desiderare, perchè si presenta per lo più come un “cartello difensivo” di interessi locali, non come polo di aggregazione di vasto respiro (nulla di paragonabile ai classici partiti conservatori tedeschi e inglesi tanto per intenderci). Di qui, una politica tarata su obiettivi limitati (il federalismo fiscale, la sicurezza), e l’inevitabile propensione “monotematica”. Ma con questo non intendo assolutamente cadere nella trappola di chi pretende di leggere la Lega in termini solo di costume o peggio etnografici: no, la Lega è un fenomeno politico di prim’ordine che terremota il sistema politico della Prima Repubblica, determinando svolte anche di lungo periodo. In effetti, senza l’eresia di Bossi probabilmente non sarebbe sorto il fenomeno-Berlusconi: è vero, Berlusconi ha creato la coalizione di centro-destra, ma è con l’humus leghista che si creano le vere premesse del successo politico di Berlusconi e delle sue formule mediatiche più fortunate (es. il “nuovo miracolo italiano” etc.). Ecco, allora, che alla Lega va riconosciuto un suo preciso primato storico-politico: in fondo, quando nei primi anni ’90, si profilano i tagli allo Stato Assistenziale della Prima Repubblica, è alla Lega, che una parte consistente di elettorato si rivolge. In fondo, Bossi, sia pure molto rozzamente, ha incarnato una risposta alla crisi del Welfare (post-Maastricht) che in Inghilterra e in USA era incarnata da Margareth Tatcher e da Ronald Reagan, un’istanza di lassaiz-faire economico, e che negli ultimi 30 anni è parso il “bene rifugio politico” di molte economie in crisi e soggette a razionamento del Welfare. In questo senso, allora, la Lega si può cogliere come movimento post-risorgimentale, perchè registra un “punto di rottura” (punto 02) con la tradizione etico-politico e politico-culturale invalsa in Italia dall’epoca dell’Unità: in particolare, Bossi costituisce la “rivincita storica” di Cattaneo sui Gioberti, Manzoni (ma anche Gramsci) sulla loro illusione di una “Nazione italiana” come “via alternativa al capitalismo”. La forza della Lega, quindi, è la dimostrazione che, con buona pace di tutti gli intellettuali che erano intimiditi rispetto ad una svolta “capitalistica” radicale dell’Italia (e che, in alternativa, teorizzavano per l’Italia una ”via alternativa al capitalismo”, temperato da non sempre ben precisate istanze di “sociabilità”), è possibile un’Italia non verbosa e retorica (come la vogliono i suoi intellettuali), ma pragmatica, industriosa e che produce ricchezza,  pur senza rinunciare alle tutele sociali, ma senza inseguire “Terze vie” (dietro le quali c’è solo uno statalismo che comprime le forze migliori dell’ecoomia). A riprova di quanto vado dicendo, non può sottacersi che tuttora è nel leghismo l’avanguardia propositiva e riformista più vivace del Governo Berlusconi (dalle leggi-sicurezza, al federalismo); mentre i finiani, più adusi ad una retorica “trazionale” della Nazione e della Società, si sono ridotti sempre più ad un ruolo defilato e marginale:  ecco perchè la forza leghista nel Governo è stata una delle “pietre dello scandalo” della crisi Berlusconi-Fini, consumatosi nella Direzione PDL del 22 aprile; ulteriore segno che c’è una buona parte del sistema politico che ”accusa il colpo” davanti alla novità leghista, senza sapere quale linguaggio alternativo trovare. Se è, comunque, vero, che senza la Lega di fatto il centro-destra italiano non si sarebbe sviluppato, è altrettanto vero che la forza della Lega è indubbiamente cresciuta, specie dopo che, con le elezioni 2008, 2009 e 2010, ha iniziato a lambire il centro-italia, uscendo dalle classiche zone di radicamento brianzole e venete. E’ evidente che sulla Lega iniziano a gravare istanze che non sono più quelle dei “padroncini” lombardi, ma istanze di tutti quei cittadini (pensionati, redditi fissi etc.) che vedono inadempiute le loro istenze di tutela da parte di Amministrazioni Rosse, viste sempre più appannaggio di un ceto politico professionale autoreferenziale e “castale”. Quali riflessi avrà sulla Lega questa importanza variazione di composizione sociale dell’elettorato? Al momento non è chiaro. Forse che ormai la Lega e il “Modello lombardo” che le stanno dietro stanno diventando un modello egemone in Italia, ovvero un modello di sintesi politico-economico-sociale di matrice nazionale e non più locale? Può darsi: se fosse così, vorrebbe dire che, come fenomeno politico post-ideologico e post-risorgimentale, la Lega esprime un’istanza di sfida-riposta alla crisi del Welfare e dell’economia finanziaria che trova consenso in larghe fette di elettorato (vedi il mio La Destra del futuro…, Arezzopolitica, 15/09/2009). Ciononostante, la Lega è ancora troppo “targata” sul movimento anti-politico: se diventa una forza nazionale di riferimento, rischia di riprodurre le stesse contraddizioni di Forza Italia (vedi Berlusconi, il mio il PDL e l’ora delle “decisioni irrevocabili” del 10/07 u.s. su questo newsmagazine). La vitalità della proposta leghista allora è la dimostrazione che nell’elettorato italiano c’è ancora una ”gran voglia di destra” che deve trovare sbocco in un grande partito di vocazione nazionale: pare, proprio, quindi, che questa strada sia segnata e che, nonostante le dissidenze finiane, al progetto PDL non ci sia davvero alternative.

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