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Cinema d’estate-06)/Il Portiere di notte di Liliana Cavani (1974)

porter5di Giorgio Frabetti- Questa volta parliamo di un film … “difficile”! La storia di “Portiere di notte” la conoscono tutti: Bogarde e Rampling sono, rispettivamente, un’ebrea austriaca ed un ex-Gerarca nazista, che si sono incontrati in un campo di concentramento, e che a loro modo si sono amati in un ambiguo rapporto di dipendenza “vittima-carnefice”. Ritrovatisi a Vienna negli anni ‘50, dove lui si è mimetizzato come portiere di notte in un grande albergo, rinsalderanno il loro oscuro e ambiguo legame. Fino a rivivere gli stenti e l’abiezione che già fu del lager nella cameretta in cui alla fine si ritrovano braccati da un mondo, quello del dopoguerra, che li rifiuta (e che alla fine li lascia morire), come larve di un passato oscuro da rimuovere e da dimenticare. Rivisto recentemente questo film, credo di averne compreso meglio il significato. Soprattutto, mi sono accorto di quanto sia stata frainteso dalla critica. In primo luogo, fatico a seguire quella parte della critica cinematrografica che vede nel film un apologo femminista sulla “donna oggetto”. In secondo luogo, fatico ad accettare l’altra lettura critica che vuol vedere nel film una parabola universale sul sadomasochismo. Non accetto queste pur diffuse letture perchè, in ognuna di esse, il tema del nazismo viene messo sullo sfondo, quasi fosse un ”pretesto per dire altro”. Secondo me, invece, il film indugia con troppo realismo, con troppo accanimento su particolari tipici del nazismo (campi di concentramento, processi, reducismo, eliminazione testimoni …); troppo realismo, che non si addice ad un … “tema pretesto”! Ci sono troppi indizi: è lì che l’Autrice intende portare lo spettatore. Piuttosto, esiste un altro accostamento che dovrebbe far pensare: accanto al tema del nazismo, si trova insistentemente il tema della musica e della musica da opera, in particolare: anzitutto, la vicenda si consuma principalmente in un albergo che si chiama “albergo dell’opera”; in secondo luogo, una scena importante del riconoscimento-agnizione tra i due personaggi si svolge proprio durante l’esecuzione di un’opera lirica, “il flauto magico”; in terzo luogo, molte scene a “flash-back” del campo di concentramento sono inframezzate da musica, dall’esibizione del ballerino invertito Bert alla danzatrice Rampling (scena quest’ìultima famosissima per essere sempre riportata come il logo del film). In queste ultime scene, appare, altresì, un ulteriore e decisivo (secondo me) accostamento di temi: quello dell’ambiguità anche sessuale (anche la Rampling è associata a Bert nelle vesti androgine). L’associazione nazismo-musica è spia ermeneutica decisiva: è un richiamo al Thomas Mann del “Doktor Faustus”: “la superbia mistica della musica” è il corrispettivo della “superbia nazista della volontà di potenza”. Tale MISTICISMO ARIANO, di matrice esoterica, oltre ad avere un riflesso musicale, manifesta anche un rilfesso sessuale, nella mistica del sado-masochismo, dove dolore e piacere coincidono, secondo la tradizione dell’esoterismo sessuale (vedi in parte JULIUS EVOLA ne La metafisica del sesso, Il Cerchio, 1958). Il cerchio, allora, si chiude: “Portiere di notte” è l’ennesima pellicola che tratta del nazismo come manifestazione di un “tipo eterno” della storia europea: l’ARIANESIMO (culto della potenza, militare e non); in una linea del tutto parallela all’esplorazione del nazismo compiuta dal Visconti della “triologia tedesca” (La caduta degli dei, 1969, Morte a Venezia, 1970, Ludwig, 1973). Si potrebbe anzi dire che probabilmente senza l’opera Viscontiana non ci sarebbe stata questa pellicola della Cavani (vedi il “Castoro-cinema”). Della “trilogia tedesca” viscontiana, “Portiere di notte” condivide l’orizzonte “politico” in senso largo, o meglio di “riflessione impegnata” (derivante da Thomas Mann), teso a rinvenire nel nazismo non una “parentesi”, non un “accidente” della storia europea, quanto un suo frutto, degenerato fin che si vuole, ma inerente e conseguente ad un romanticismo mistico portato all’eccesso dal wagnerismo e dal culto superomista. “Portiere di notte”, comunque, ha qualcosa in più: mentre in Visconti prevale il moralismo dell’impegno ed un certo didascalismo culturale di fondo, qui lo stesso tema è enunciato in un’atmosfera, in una narrativa specialissima, tutta pregna di una certa quale fascinazione torbida eppure romantica; che è molto di più dell’estetismo cui Visconti si concede ad esempio in “morte a Venezia” ed in “Ludwig”. Questo fattore conferisce al lavoro della Cavani un tono del tutto particolare: mentre Visconti in fondo giudica sempre e condanna, la Cavani sembra voler prima comprendere; da donna, sembra volerci fare capire che il rapporto tra Rampling e Bogarde è una possibilità nell’infinita combinazione dell’eros. E’ questa capacità di rendere l’ambiguità tra passione, violenza, disperazione, romanticismo e tenerezza nel rapporto “vittima carnefice” che rende “Portiere di notte” un grande film, dalla potente suggestione espressiva.

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