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02 agosto 1980, Strage di Bologna: il “patriottismo costituzionale” implica obiettività storica

bolognadi Giorgio Frabetti- Ricorre oggi il 30°anniversario della Strage di Bologna che, il 02 agosto 1980, in un clima vacanziero e pre-ferragostano, falciò la vita a 85 vite innocenti ferendone più di 200. Sulla strage di Bologna è stata raggiunta una (discussa) verità giudiziaria; ma non una verità storica. La verità giudiziaria passata in giudicato vede condannati Gisva Fioravanti e Francesca Mambro (una condanna definitiva arrivata nel 1995, dopo una prima assoluzione in primo grado), accusati di avere organizzato la strage per rendere il loro gruppo, i NAR (Nucleo Armato Rivoluzionario) il gruppo leadership dell’eversione nera. Nonostante il passaggio in giudicato della sentenza, non si è comunque placata la campagna “innocentista” verso Fioravanti e Mambro; ultimamente, Fioravanti e Mambro sono stati di fatto riabilitati, grazie al ruolo  concesso loro nell’associazione Nessuno tocchi Caino. A prescindere, comunque, dalla verità processuale, aldilà comunque dell’angusto dibattito “innocentisti/colpevolisti”, aldilà della cronica e stantia liturgia dei fischi alla presenza delle Autorità Ufficiali (un rito ormai per ogni celebrazione), certamente questo trentennale dell’anniversario della strage di Bologna può essere più fruttuosamente valorizzato dalle forze politiche (da tutte) per iniziare a “storicizzare” la strage di Bologna e l’intera stagione stragistica italiana, in generale. Con questo non intendiamo chiedere (qualunquisticamente) che la commemorazione dell’attentato sia consegnata alle polveri e al dimenticatoio degli archivi; viceversa, la rievocazione degli anni di piombo deve diventare occasione per una proficua “politica della memoria”, relativamente ad un passaggio-chiave nella storia della democrazia italiana (la sconfitta dell’eversione nera, così come quella rossa), di cui non si può utilmente negare il carattere sostanzialmente “costituente”. Come il dibattito scaturito in Germania dallo shock terroristico della RAF negli anni ’70 fortificò in senso reale l’attaccamento dei cittadini della RFT alla loro Costituzione, così in occasione della strage di Bologna gli italiani diedero grande prova di attaccamento alla Costituzione e alla Democrazia. Una grande tappa di “patriottismo costituzionale” (Habermas), ovvero di “costituzione vissuta” che non può mai essere derubricata dal calendario delle celebrazioni pubbliche, a beneficio e ad esempio delle generazioni future. Una “politica della memoria” rispetto alla stagione stragistica italiana, per essere credibile e portare frutti di “edificazione civile”, deve comunque evitare parzialità e faziosità: ad esempio, persistere nell’etichettare la strage di Bologna come “strage di destra” significa criminalizzare la destra politica, attribuendo ad essa falsamente ed ignomignosamente la riserva di ricorrere a metodi anti-democratici di lotta politica (vedi da ultimo, BARBACETTO, Neri di Stato, su Micromega-Destra e/o libertà nr. 03/20/10). Di qui, l’assuruda pretesa di Micromega & co. che il centro-destra faccia chiarezza su strategie terroristiche e golpistiche perseguiti dai suoi membri in passato: una richiesta assurda, che è inevadibile, proprio perchè la Destra non ha “scheletri nell’armadio”! Il pomo della discordia destra-sinistra, come noto, è la P2; e alla P2 la strage di Bologna è legata in modo particolare. Ogni 02 agosto di ciascun anno, cioè, quasi fosse la liturgia della Messa, proporio alla celebrazione dell’anniversario della strage, con il concorso delle povere famiglie delle vittime, viene ripetuto lo stesso refrain: “Se il Governo non avesse nominato nei vertici della Polizia e dei Servizi in mano personale golpistico della P2, la strage non sarebbe successa!”. Ogni anno, a Bologna alcuni cittadini manifestano ”mascherati di nero” per richiamare (simbolicamente) l’attenzione sul depistaggio e sulle presunte coperture che gli stragisti di Bologna avrebbero ricevuto da “servizi deviati” infeudati dalla P2. Come noto, la “narrativa” sulla P2, accredita nella celebre loggia una sorta di “fascio” comprendente politici, militari, alta finanza, mafia tesi a perseguire dal 1969 al 1984 (e qualcuno dice anche nel periodo 1992-93) un disegno politico autoritario di destra, propizio ad un golpe di stampo neo-fascista (“strategia della tensione”). A parte che proprio in occasione della strage di Bologna, Gelli e il suo gruppo, chiamati in causa per la strage, furono politicamente liquidati e decimati con infamia nell’immaginario collettivo (senza che per altro a livello processuale emergesse nulla di veramente rilevante): il che già la dice lunga sulla loro “intoccabilità”. A parte, questo, dicevo, se nessuno può negare nelle indagini interferenze anomane (vedi operazione Terrore sui treni del gennaio 1981), deve altresì dirsi in tutta onestà che non risulta attestata alcuna “direzione unitaria politica” degli attentati in Italia negli anni 70. Certo, nella storia recente, europea e non, ci sono state organizzazioni para-militari, infiltrate dai servizi segreti e dedite a guerriglia terroristica, con fini golpistici: ma, per accreditare l’esistenza di queste organizzazioni nella realtà italiana degli anni 1969-84, occorrerebbe dimostrare che in Italia, in quel periodo, fu operante un’organizzazione affine ad esempio alla OSS, finalizzata ad operare azioni di terrorismo pro-Francia in terra di Algeria. Ma l’esistenza  in Italia, negli anni delle stragi, di un gruppo con questi connotati non è stata riscontrata: per quanto la Sinistra abbia attribuito questa natura a Gladio, P2 etc. Si è tentato di ravvisare (vedi ZAVOLI, La notte della Repubblica, ERI-RAI, 1989) un exemplum di questo modus operandi nelle dichiarazioni del pentito Vinciguerra, imputato per la strage di Peteano del maggio 1972; il quale effettivamente dichiara che la strage da lui effettuata era pensata come un’imboscata contro i Carabinieri, che prima avevano promesso coperture e poi le avevano tolte. Accreditare, però, una presunta “tolleranza” dei Carabinieri di Peteano, non significa automaticamente provare l’esistenza di un’organizzazione militare occulta sistematicamente dedita alla guerriglia e diretta centralisticamente! Scorrendo, poi, la stessa storia della P2, fin qui emersa, anche nelle più faziose ricostruzioni (per tutte vedi, FLAMIGNI, La tela del ragno, KAOS, 1995), risulta che la stessa fu una loggia ‘riservata’ e certamente ebbe una parte non irrilevante nel cd “sottogoverno” a cavallo tra gli anni 60/70; ma, nelle rivalità e nella lotte intestine che la caratterizzarono (vedi Gelli e Pecorelli, ma anche Gelli e Massoneria ufficiale) la loggia appariva ben più vulnerabile e sfilacciata di quanto le apparenze facessero pensare: molto difficilmente, quindi, questa avrebbe potuto rivestire il “cuore invulnerabile dello Stato”, da poter organizzare una guerriglia politica. Viceversa, è attestato (vedi GALLI, Il Partito Armato, Rizzoli, 1986) che la propensione alla guerriglia sistematica ha potuto svilupparsi nel mondo comunista, complice la tradizione guerrigliera di Secchia e Bordiga, tranquillamente tramandata nelle librerie italiane nell’immediato secondo dopoguerra, sulla quale poi sono nate, sulla scia dell’ “Autunno caldo”, le BR. E in effetti, chi oggi può contestare che le BR  condizionarono  la politica e la società con i loro attentati molto più degli stragisti cd. “neri” (vedi Caso Moro, vedi processo di Torino)? Certo, come in tutte le stragi italiane che si rispettano (vedi il mio Piazza Fontana, pubblicato su questo newsmagazine il 13/12/2009) è sempre essenziale considerare il “contesto politico” in cui maturarono: se nei primi anni 70 (specie dopo l’Italicus) le stragi caddero in un clima politico interno caratterizzato da una competizione molto accesa degli schieramenti riconducibili ai due blocchi di “guerra fredda”, USA e URSS, ovvero DC-PCI (vedi elezioni politiche del 20 giugno 1976), la strage di Bologna cadde invece in pieno “riflusso”, ovvero in un contesto politico nel quale la polarizzazione tra DC-PCI è finita. In un clima così caratterizzato verso il “riflusso”, chiunque avesse preteso di organizzare una strage per catturare l’attenzione politica, magari con finalità golpistiche, non poteva essere che folle: in effetti, coevo alla strage di Bologna (complice il “riflusso”) sta l’effettivo declino dell’estremismo (sia BR sia stragista). Esclusa, quasi con certezza, la strategia (interna) della tensione, le vere alternative per interpretare la strage restano solo due: o la strage era espressione di gruppi estremistici isolati e, quindi, più propensi a cercare il “colpo grosso” (e allora la pista NAR manterrebbe una sua verosimiglianza). Oppure la strage era espressione di una tragica concomitanza eccezionale di fattori di politica estera. Ma quale movente “geo-politico” avrebbe potuto ispirare la strage? Si è parlato di “pista palestinese”; si è parlato di “pista libica” (On. Zamberletti) come ritorsione della Libia per un trattato Italia-Malta inviso al leader libico Gheddafi, che guardacaso si era concluso proprio alle 10,25 del 02 agosto 1980. Nulla, comunque, è emerso di concreto in merito a quest’ultima eventualità. Per dovere di cronaca, deve dirsi che la strage fu “preannunciata” da esponenti in carcere dell’estremismo cd ”nero” veneto, poche settimane prima dell’evento: aldilà delle problematiche di colpevolezza di Fioravanti e Mambro, questa circostanza parrebbe saldare con discreta verosimiglianza la strage di Bologna alle “nebulosa” del terrorismo cd “nero”. Anche se, come avverte il Ten. Amos Piazzi (FASANELLA, Tutt’un’altra strage, BUR 2007), in concomitanza con riflessioni espresse in Tv da Carlo Lucarelli (”Blu notte”, 2005), tale “eversione nera” era una galassia molto eterogenea, non necessariamente riconducibile a matrici neo-fasciste o neo-nazista classiche o ad un retroterra ideologico “tradizionalista”/”reazionario”, ma era spesso caratterizzata anche da venature anarchiche, populiste, quasi “socialistiche”, non troppo dissimili alla cd “eversione rossa”: come i NAR di Mambro e Fioravanti. E’ proprio questa risultanza a doverci rendere prudenti dal catalogare la strage di Bologna come “strage di destra”: il “patriottismo costituzionale”, tanto sbandierato da Micromega come condizione di legittimità politica del centro-destra, quindi, implica l’obbligazione all’obiettività storica, anche in sede etico-politica, nella commemorazione delle stragi. E della strage di Bologna, in particolare.

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