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Cinema d’estate-05)/Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti (1974)

corosellogruppodi Giorgio Frabetti- Il film passò alla storia come un piccolo “scandalo” politico-produttivo. Dopo che dal 1944 in poi il regista Luchino Visconti aveva professato rigorosa fede comunista, pur temperata dopo l’invasione dell’Ungheria del 1956, per realizzare questo penultimo film, per altro in condizioni di salute rese precarie dalla trombosi dell’anno prima, il Luchino nazionale pensò bene di rivolgersi alla Casa di Produzione Rusconi, notoriamente di Destra. Che il cruccio di Visconti fosse trovare dei produttori disposti a finanziarlo era noto (basti pensare alle tormentate vicende con la Warner per la produzione di Morte a Venezia qualche anno prima); ma che un illustre radical chic milanese come Luchino, si rivolgesse, per altro in pieni anni di piombo (1974) ad un noto esponente della … Reazione era troppo! Fu solo perdonato per la vecchiaia; e per lo stoicismo e il coraggio di girare un film in condizioni fisiche molto disagevoli, senza deflettere in nulla dalla sua professionalità rigorosa e maniacale di sempre.  Il film, comunque, nasce nel segno della sincerità, come una confessione, un testamento spirituale: si sente qui un Luchino che vuole gettare le maschere della convenienza e finalmente uscire per quello che è veramente: ne esce, quindi, un film non facile, ma certo ne esce un film dove forse Visconti è meno Visconti e più … Luchino! La trama del film,  intrisa di elementi autobiografici, dove si racconta del burrascoso rapporto tra il Professore austero, chiuso nel “suo mondo” single (Burt Lancaster) e gli inquilini (una famiglia molto sui generis composta dal mantenuto della Sig.ra Brumonti e i di lei figli), deve essere, quindi, colta a livello profondo, ossia a livello di “fabula” (non del nudo intreccio, molto esile e apparentemente anche un pò insulso!). Se si legge a questo livello il film, ci si accorge (come ci svela il protagonista chiaramente in un grande monologo finale: il “monologo dell’inquilino” da Proust!) che l’ingresso della “famiglia”  (mangano e soci) nella vita del Protagonista ha determinato nel Professore un brusco risveglio della sensualità, subito avvertita (in termini schopenaueriani) come presagio di morte. Ma in questo risveglio, il Professore conosce un momento di lucidità e di auto-consapevolezza: si rende conto, cioè, che quella famiglia avrebbe potuto essere la sua, perchè, in fondo, specchio segreto e profondo delle sue contraddizioni irrisolte. In questi termini, allora, il Professore, che tanto deplora il mondo nella “torre eburnea” della sua cultura e del culto del bello, si rende conto di come cultura ed estetismo non siano stati che paravento patetico per una vita chiusa e accidiosa. C’è tanta mestizia in questa scoperta, eppure molta serenità (la serenità che viene dalla vecchiaia). Indubbiamente, c’è molto Visconti vecchio. C’è un Visconti che, smessi i panni dell’esteta istituzionale, diventa Luchino e parla a sè (e ai giovani), lasciando come testamento l’ammonimento a diffidare della cultura e dell’intelletto, quando questi allontanano dalla ricerca della comunione con gli altri esseri umani, e che la vita presenta il conto a tutti, sia ai colti che agli incolti. Ma è soprattutto la confessione del fallimento di una generazione intellettuale italiana, quella alto borghese ed aristocratica, che si era sentita, durante il fascismo, esiliata in terra straniera: lei troppo colta, troppo civile per tenere il passo dell’incivile fascismo, espressione e rivelazione dell’eterna inciviltà e volgarità italiana. E’ il mondo, per lo più, dell’èlites azionista (ma anche comunista alto-borghese): il Professore di Visconti, denunciandone l’autoreferenzialità di fondo, ne denuncia l’inettitudine a diventare modello e classe dirigente politico-culturale dell’Italia post-fascista.

E’ questo un Visconti finalmente positivo, che può rivolgersi anche ad un pubblico giovane di oggi.

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