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Tra Silvio e Gianfranco, la Sinistra gode

20080628_dipietro_berlusconidi Giorgio Frabetti- Cosa accadrà se stanotte l’Ufficio Politico di Palazzo Grazioli formalizzerà il divorzio Fini e Berlusconi? Si andrà ad elezioni anticipate; presto o tardi, ma comunque a breve termine. Come noto, Berlusconi non possiede una “maggioranza di riserva”, salvo che Casini non gli offra una disponibilità in extremis (ma questa eventualità è invisa alla Lega). E poi, ce n’è abbastanza per ritenere che, anche costituiti in gruppi parlamentari autonomi, l’atteggiamento dei finiani non muterà  verso Berlusconi: hanno già ottenuto sufficiente attenzione dei media sulle issues giustizialiste e un proprio potere contrattuale che ha già permesso loro di incassare qualche risultato politico (Brancher e forse il ritiro del Ddl intercettazioni): perchè ammorbidirsi? C’è da dire, poi, che questo quadro parlamentare non muterebbe nemmeno se Fini si dimettesse da Presidente della Camera. In questo clima di convivenza impossibile, la via delle elezioni anticipate sarebbe l’unica possibile. Ma non si illuda Berlusconi di giovarsene: dopo mesi di killeraggio parlamentare finiano, la sua posizione sarebbe inevitabilmente logorata. Soprattutto, Berlusconi non potrebbe presentarsi come il leader che ha portato stabilità e ordine al Paese; nè, come noto, potrebbe giovarsi (come nel 2006) dell’appello anti-comunista, stante la circostanza che i Comunisti (PRC e soci) non esistono più! Ma nemmeno Fini si gioverebbe elettoralmente, con il grosso della sua dirigenza (La Russa etc.) finita dentro il PDL. Non illudiamoci: l’unico che alla fine potrebbe trarre vantaggio politico da questo caos interno al centro-destra sarebbe Di Pietro, il quale appare allo stato l’unico politico in grado di intercettare elettori o quadri locali già finiani, poi delusi dalle vicende PDL e decisi di non farsi assorbire dal berlusconismo. Sulla necessità storica del rapporto Berlusconi-Di Pietro ho già tracciato un ampio quadro nel mio Di Pietro, ovvero la “sindrome regressiva” della transizione italiana a gennaio scorso su questo newsmagazine. Sulla vocazione di Di Pietro a “fagocitare” direi quasi naturalmente, fisiologicamente gli scontenti del berlusconismo, ho poi tracciato nel mio Caso Granata… del 26/07 u.s. una breve riflessione, rinvenendo una sorta di circolarità Berlusconi-Di Pietro indotta dalla pendolarità isterica ed emozionale  tra voglia di rinnovamento e giustizialismo, tipica dell’opinione pubblica degli ultimi vent’anni. Come detto nel post, qui sta le nemesi storica del berlusconismo: accettando, cioè, di conferire un’impronta essenzialmente mediatica alla sua leadership,  Berlusconi ha pagato un prezzo troppo elevato in termini di subalternità politica, culturale e mediatica a questi circuiti emozionali dell’opinione pubblica. E’ evidente, quindi, che in eventuali elezioni anticipate, il pendolo umorale dell’opinione pubblica possa oscillare più facilmente a favore di Di Pietro e del Giustizialismo, dopo che Silvio non è riuscito a “vendere” abbastanza bene le ragioni del rinnovamento. Ad avvantaggiare, poi, Di Pietro sta la stolta strategia finiana di rincorrere, per differenziarsi da Berlusconi, espressioni e issues di politica giustizialista; come avrebbe potuto pensare Fini di far concorrenza a Di Pietro, quando Di Pietro è da sempre sulla trincea dell’antiberlusconismo, mentre il leader di AN è stato fin qui subalterno? Evidentemente, anche se Fini decidesse di concorrere da solo su una piattaforma giustizialista, non potrebbe proporsi come “sostituto” credibile di Di Pietro. E’ anzi da ritenere che Di Pietro finirà per realizzare il pieno dei voti di finiani delusi e non convertibili al berlusconismo. E questo per ragioni semplici di contiguità storica e politica: in fondo, Di Pietro, con il suo legalismo esasperato, non fa che reiterare una piattaforma populistica e demagogica che ieri era tipica del “popolo missino”, specie del Sud. Abbiamo forse dimenticato che il Giudice Paolo Borsellino, prima di diventare icona del “popolo viola” era icona del popolo missino? Se si considera poi la fisologica e documentata propensione di IDV di pescare i propri quadri entro forzitalioti, centristi e aennini transfughi, credo possa ricavarsi un quadro sufficientemente esauriente della capacità enorme di Di Pietro di attrarre flussi elettorali sul centro-destra specie nel Mezzogiorno, dove il voto a AN è sempre stato più stabile e più variabile (e talora strumentale) il voto a Berlusconi. Anche per questo motivo, se fossimo in Silvio, andremmo cauti nel minimizzare la crisi con Fini dal punto di vista di eventuali elezioni anticipate: se è vero che Fini, concorrendo da solo, non sarebbe un pericolo in termini di voti, non è chiaro se e come potrà quantificarsi la diaspora verso IDV specie nel Sud (che è comunque da stimarsi consistente). Diaspora che (non è da escludere) potrebbe configurarsi negli stessi termini rovesciati della diaspora leghista del Polo delle libertà nel 1996, quando la Lega, schizzata ai massimi storici del 10%, fece perdere la maggioranza a FI-AN in molti collegi del Nord, decretando automaticamente la vittoria (pressocchè “a tavolino”) dell’Ulivo di Romano Prodi.  A questo punto, devo avveritre i lettori che sto per prendere l’imbocco di un ragionamento decisamente ardito, ipotetico, al limite fantapolitico. Ammettiamo che questa rappresentazione del voto meridionale nello scenario di elezioni anticipate sia come l’ho tratteggiato adesso. Perchè la mobilità del fronte meridionale non può determinare nel stesso PD una svolta? Perchè, il PD, sulla scia dalle (teoriche) prospettive di successo dipietrista e dal logoramento del PDL, non potrebbe decidere ciò che oggi non osa decidere, ovvero candidare Niki Vendola alla premiership? E’ vero, le pulsioni suicide del PD sono infinite, ma chi può escludere che un partito, allo stato comatoso, con dirigenti altamente delegittimati, non possa risolversi a questi … “colpi di testa”? Riflettano, quindi, Berlusconi e Fini se il divorzio è l’unica soluzione dei loro problemi; non è che irrigidendosi, alla fine, Silvio e Gianfranco finiscano per fare rafforzare troppo la Sinistra? E non è invece più corretto che l’attuale dialettica Fini-Berlusconi, se addomesticata nella legalità del partito (Congressi etc.) finisca invece per indebolire e logorare l’opposizione, specie se il PDL riesce a ”rubare” nella sua dialettica interna temi e problematiche classicamente appannaggio dell’opposizione stessa? Riflettiamo, dunque.

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