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Sbatti il “mostro” in prima pagina: il caso Girolimoni, tragico errore giudiziario

IMMONDO CARNEFICEdi Giorgio Frabetti- Il recentissimo libro di Federica Sciarelli ed Emanuele Agostini Il Mostro Innocente (Rizzoli), dedicato al “caso Girolimoni” ripercorre la tragica e mai chiarita serie di omicidi di quattro bimbe in tenera età (tra i 18 mesi e i 06 anni) occorsi a Roma tra il giugno 1924 e il marzo 1927, in coincidenza con il consolidamento del fascismo. Delitti orrendi, inspiegabili, ma che gli investigatori ritennero con certezza riconducibili ad un solo autore, di età matura, ma imprecisata, a detta di tutti i testimoni elegante, con i baffi, nonchè affabile, essendo riuscito a conquistarsi la fiducia delle bambine senza che urlassero. Parve, infatti, l’assassino capace di attirare le sue vittime con trucchi efficaci eppure semplici, offrendo loro caramelle, dolci; cosa oltremodo inquietante, perchè lasciava supporre che il mostro conoscesse bene le vittime: forse le aveva pedinate, forse era uno “di famiglia”, al punto che le bambine vi si potevano avvicinare senza presentire alcun pericolo. Inquietante, poi, la localizzazione dei quattro omicidi, tutti attorno ai quartieri popolari prossimi al Vaticano, cosa che lasciava presagire che l’assassino abitasse nei paraggi. Inspiegata, poi, la capacità dell’assassino di allontanarsi con le piccole vittime, senza dare nell’occhio, senza suscitare sospetti:  si favoleggiò che l’assassino avrebbe potuto muoversi in macchina, ma mai fu trovata la testimonianza di taxisti, conducenti di tramway o di auto pubbliche.  Finalmente, dopo tanto brancolare nel buio, la polizia ritenne di poter dare un volto all’assassino nella persona di Gino Girolimoni, mediatore di 37 anni, scapolo, abbastanza agiato, erroneamente avvistato da un testimone, certo Massaccesi, proprio nell’osteria da questi gestita nei pressi di Via Giordano Bruno, con una bambina che fu scambiata con l’ultima vittima, la Leonardi. Un tragico errore giudiziario, facilitato dalla scarsità di indizi, dalla presenza di testimonianze incerte (la prova testimoniale è la più pericolosa giudizialmente!) e da evidenti superficialità negli accertamenti condotti dal Comm. PS Butti. Eroe delle repressioni capitoline durante il biennio rosso, iscritto d’ufficio al PNF, ma tecnicamente maldestro, forse lunsingato dalle prospettive di carriera, il Comm. Butti “strappò” il caso dalle mani del più pacato e riflessivo capo della Polizia Giudiziaria Comm. PS Pennetta e  troppo tardi si accorse di non aver vagliato a sufficienza la testimonianza del Massaccesi, che era incompatibile con i tempi della scomparsa e dell’omicidio della povera Leonardi; alla fine, fu acclarato che l’uomo e la bambina, avvistati dall’oste, erano padri e figlia, brava e innocua gente che nulla aveva a che fare con il “mostro”. Troppo tardi per evitare al povero Girolimoni, il “marchio” di “mostro degenerato” che lo inseguì tutta la vita che lo porterà alla morte civile, all’indigenza e all’emarginazione fino alla morte avvenuta, in età avanzata, nel 1961; addirittura dal suo nome nascerà un singolare neologismo: per designare un maniaco, infatti, per molto tempo, si dirà: “è un girolimoni”! Il libro di Sciarelli ed Agostini è un libro molto fluido e limpido nel racconto, lucido nel descrivere i passaggi di polizia giudiziaria, quantunque poco riuscito, quando tenta di conferire al racconto un’intonazione letteraria: i toni usati, infatti, sono troppo facilmente patetici, enfatici. Il libro, però, si presta alla discussione, perchè ripercorre un classico locus communis della pubblicistica che si è fin qui occupata del caso Girolimoni, tesa ad accreditare una specie di “regia fascista” nel “caso Girolimoni”, come se fosse stato il fascismo a cercare un mostro da sbattere in prima pagina per accreditarsi come tutore dell’ordine. Questa ricostruzione, oltre a stridere con la verità storica, costituisce il vero sottofondo polemico del libro, che neanche troppo velatamente (complice l’autorevole prefazione del Giudice Woodwook) accredita il “caso Girolimoni” come exemplum  delle possibili mostruosità cui possono arrivare una polizia, una Magistratura, una Stampa non indipendenti dal potere politico (come le leggi-Bavaglio di Berlusconi, separazione delle carriere etc). Un simile collegamento così stretto tra “caso Girolimoni” e fascismo appare in verità molto faticoso già nella stessa toponomastica del libro, che, contro le sue intenzioni, di fatto non riesce nell’intento di “doppiare” in una sorta di “montaggio alternato” le fasi salienti dei delitti di Roma e del “caso Girolimoni” con le vicende legate al consolidamento del regime fascista. La narrazione “alternata” del fascismo, infatti,  si ferma al 1925 (03 gennaio), mentre il racconto dei delitti del mostro prosegue fino al marzo 1927, ben oltre l’affermazione definitiva del fascismo stesso come regime. Ora, se è innegabile l’attenzione del fascismo (complice la consumata abilità mediatica ante litteram del suo Duce) ai riflessi mediatici della sua politica e agli umori variabili dell’opinione pubblica; se è innegabile che il regime fascista (specie tramite la censura e l’Agenzia Stefani) era capace di esercitare sulla stampa un controllo molto pesante; se è incontestabile che il fascismo investì molto nella risoluzione del caso del “mostro di Roma” per accreditarsi come tutore dell’ordine davanti all’opinione pubblica, va anche detto che nel “caso Girolimoni” la Polizia non mutò il livello di inefficienza e di subalternità politica, registratasi fin dall’epoca prefascista. Non possiamo, al riguardo, dimenticare la discutibile gestione del primo maxi-processo contro la camorra (il celebre Processo Cuocolo del 1911), in cui furono attestate gravi leggerezze e manipolazioni investigative, per la rivalità molto dura tra Carabinieri e polizia e per le infinite lotte intestine (politica-camorra-forze dell’ordine) che sullo sfondo delle indagini poterono svilupparsi. Pretendere di costruire un parallelismo con il presente è assunto palesemente fazioso ed ideologico: nessuno, infatti, può negare che, dopo la svolta nel segno dell’indipendenza degli organi inquirenti e giudicanti dell’ordine giudiziario, la polizia giudiziaria è divenuta molto autonoma rispetto al potere politico e ben più professionale a livello investigativo, di quanto fosse sia nell’età pre-fascista sia nell’età fascista.  Ai tempi del “caso Girolimoni”, si registrò certamente, come dicono gli Autori, un “corto circuito” politico-giudiziario: ma si sa, la “cattiva magistratura” si appoggia sempre alla Stampa quando cerca di scaricare frustrazioni e sgonfiare insuccessi davanti all’opinione pubblica: così fu ai tempi del fascismo, ma così è ancora oggi, specie in presenza di delitti seriali e di psicopatici.

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