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Caso Granata: colpirne uno per educarne … uno (Fini)?

FABIO GRANATAdi Giorgio Frabetti- Non credo che per l’On. Granata ci siano vere alternative: o smentisce le sue dichiarazioni offensive verso il Governo (e specie il Sottosegretario Mantovano accusati di tenere un voluto “basso profilo” nel programma di protezione verso Spatuzza), oppure esce dal partito. Si dice, Berlusconi è nemico della democrazia interna, decide tutto lui e nel partito occorre ripristinare legalità: e allora la legalità cominci dal rispetto delle deliberazioni della Direzione PDL. C’è o no stata una deliberazione della Direzione, quella del 22 aprile, che vincola i membri del PDL a non creare inutili frazionismi? E allora ci si adegui. Se non ci si vuole adeguare, ci si assuma fino in fondo e pubblicamente l’onere di contestare la legalità e la regolarità delle procedure di voto, non in modo implicito (come Fini), nè in modo “sussurrato” come Bocchino e si dia battaglia dentro il partito. Insomma, Signori (Granata e soci) quali farfalle andiamo cercando sotto l’arco di Tito? Il Paese è stanco di camarille politicanti ed autoreferenziali, è stanco di politici in cerca d’autore, che vagano ora a destra ora a sinistra, cavalcando gli umori del momento per vendersi al migliore offerente. Abbia, quindi, il PDL il coraggio definitivo di dire BASTA:  i deliberati di partito si rispettano e gli atteggiamenti di Granata e soci non possono costituire espressione legittima di lotta politica. Certo, se il PDL fosse un partito con i crismi del grande partito conservatore inglese o tedesco, casi Granata non sarebbero sorti, perchè la selezione e la rigorosa formazione della classe dirigente, valgono a isolare alla radice simili situazioni. E’ evidente, quindi, che casi come quello di Granata (ma anche Fini) si risolvono solo se finalmente il PDL riesce a fare il salto qualitativo, trasformarsi, cioè, da “movimento liquido” (cassa di risonanza del carisma berlusconiano e informale Ufficio Propaganda di Palazzo Chigi) a partito vero e proprio, con regole codificate di disciplina e procedure di espressione di democrazia interna. E’ evidente, però, che per realizzare questo salto, è quantomai necessario che il PDL “faccia il primo passo” e, in nome della legalità del Partito, imponga finalmente a Granata il rispetto delle deliberazioni del 22 aprile, mettendo anche in palio la sua espulsione dal partito, se non si adegua. A maggior ragione, si deve intervenire per sanzionare nelle dichiarazioni nell’On. Granata  il livello di spavalderia, di nonchalance, la facilità con cui l’uomo ha messo in “non cale” elementari scrupoli di unità all’interno del partito: come se l’On. Granata si aspetti di non subire alcun procedimento, ovvero alcuna conseguenza per le sue dichiarazioni. Almeno, questa è la sensazione che si ricava, prestando ascolto alle dichiarazioni del Medesimo Granata seguite alla richiesta dell’On. Lupi di suo deferimento ai probiviri: “Accetto i probiviri, se davanti ad esso andranno anche Verdini e Consentino”; il che evidentemente è come disconoscere a priori i probiviri e un loro eventuale coinvolgimento (attesa la non evidente pertinenza della richiesta di deferimento di Verdini e Cosentino): e in ultima istanza l’autorità del Partito. Un pò come ha fatto Fini con il voto del 22 aprile della Direzione PDL, quando, non dimettendosi da Presidente della Camera, di fatto ha disconosciuto la legittimità dei deliberati del Partito. E’ poi urgente l’intervento del partito in chiave disciplinare per l’abuso che Granata e Fini hanno realizzato accettando in modo troppo supino la narrativa “Giustizialista” specie nei processi Spatuzza e Via d’Amelio: così le dichiarazioni di Granata su Spatuzza, così le dichiarazioni di Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia (e recentemente su posizioni critiche su Berlusconi). Non si può negare che l’affermarsi di questa “narrativa giustizialista” sia un vero virus che, se non fermato in modo energico, è destinato ad infettare irrimediabilmente il partito ed ad operare come fattore moltiplicatore degli effetti dissolutivi in seno al PDL. Realismo, comunque, esige che si prenda atto che un simile cammino è tutto in salita.  Purtroppo, ci sono elementi per ritenere che un Partito, che di fatto non è riuscito a imporre i propri deliberati a Fini in un caso certo politicamente più rilevante, possa non riuscire ad imporsi nemmeno all’on. Granata. Già in un un Ns. precedente post (Berlusconi-Fini nè con te, nè senza te, 04/07 u.s.) dicemmo come i rapporti tra Berlusconi e Fini (almeno fin quando Berlusconi non avrà imbarcato una “maggioranza di riserva” con UDC), sono destinati allo stallo; uno stallo, per altro, confermato dalle dichiarazioni dei leaders politici di centro e di centro-destra (da Casini a Bossi) che certo non fanno presagire un’evoluzione della vicenda. A queste condizioni, diviene certo difficile e problematico per il PDL procedere a “purghe” interne: non è peregrino, cioè, il rischio che al punto di stallo cui il PDL è arrivato,  l’espulsione di Granata alla fine fortifichi la corrente finiana a danno di Berlusconi stesso. Sull’onda, poi, delle manipolazioni emozionali del “giornalismo giudiziario”, casi Granata potrebbero esploderne a decine, a centinaia nel PDL, conferendo ai finiani uno stigma di martiri che darebbe loro enorme visibilità e prestigio, ben oltre i loro meriti. Eppure, anche ai berlusconiani deve chiedersi un grande salto di qualità e soprattutto un grande atto di umiltà: se si è arrivati, infatti, a questo punto di “fuoco mediatico”, lo si deve anche ad un berlusconismo che, cercando di risolvere la lotta politica in chiave mediatica, ha pagato (nel lungo periodo) un prezzo politico troppo forte, finendo, cioè, subalterno alla stessa logica emozionale dei suoi avversari. Come noto, Berlusconi alla politica emozionale ha fatto ampio ricorso, specie come arma decisiva per sbaragliare gli avversari già dal 1994. Nel vuoto dei partiti decimati da Tangentopoli, le grandi major della stampa (Repubblica, Giornale, Corriere), erano rimasti di fatto gli unici spin doctor della politica. In questo quadro, è nettamente prevalsa l’antipolitica e la logica emozionale, contro la classica logica discorsiva (Habermas) della lotta politica. Per molto tempo, Berlusconi ha cavalcato questa nuova modalità di lotta politica, cavandosela egregiamente. Berlusconi, però, appiattendosi nella lotta politica alla mera logica dell’imprenditoria editoriale, trovandosi a ”piazzare” opinioni e prese di posizione con gli stessi criteri di sollecitazione emotiva con cui si piazza un qualsiasi altro prodotto sul mercato, senza coltivare i tempi della riflessione e della decantazione politica delle idee, alla lunga si è trovato spiazzato. Al punto che oggi questa logica editoriale della politica tragicamente si ritorce contro di lui: sulla scia, infatti, della sollecitazione emotiva del ”consumatore mediatico-emozionale”, Berlusconi si trova in balia degli umori della “folla mediatica”, strutturalmente ondivaga e lunatica, che ora beve il “nuovo miracolo italiano” di Berlusconi e ora beve il “giustizialismo dipietrista”. Oggi, poi, i berlusconiani devono prendere atto che una svolta si impone, perchè, finita la rappresentanza comunista, un simile stato di supplenza politica dei media (se non di “commissariamento”) rispetto ai partiti, sta divenendo insostenibile (prova ne sia le difficoltà che sta incontrando nel gestire mediaticamente il Ddl intercettazioni, che pure avanza non poche istanze di riforma coraggiose). Come ognuno può ben vedere, i margini di manovra di Berlusconi sono molto ridotti. Berlusconi ha però una freccia al suo arco, la deliberazione della Direzione PDL: se gli avversari ci tengono alla legalità del partito, diano prova di coerenza, adeguandovisi. Ben venga, quindi, l’espulsione di Granata, ma a condizione che sia accompagnata da una “gestione politica” molto accorta. Morto (politicamente), Granata non può diventare uno di quei morti ingombranti che (come il fantasma di Banco nel Machbeth) tornano a sconvolgere e a paralizzare i vivi; nè Granata deve diventare come quei martiri cristiani che, una volta morti, trascinavano con sè al martirio altri seguaci. Viceversa, il sacrificio di Granata deve essere il prezzo politico che Fini deve pagare per rientrare nei ranghi del partito. A Fini, cioè, non deve chiedersi di abbandonare il suo legittimo desiderio di concorrere alla leadership del partito in modo differenziato da Berlusconi nella prossima stagione congressuale, nè gli si richiede di abbassare i toni, ove espressione di legittima dialettica. Semplicemente, Fini deve “addomesticare” la sua opposizione uscendo dal filybustering in cui si trova attualmente per accettare la competizione aperta per la leadership in sede congressuale: anche se l’avrà persa, deve rendersi conto che solo passando per il crogiuolo congressuale potrà imprimere al partito e al centro-destra quella “svolta plurale” che auspica (contro la logica “monocratica” imposta da Berlusconi). Solo pagando il prezzo di un lavoro e di una competizione congressuale piena e aperta, Fini potrà davvero riuscire influenzare il partito, potrà meritarsi voce in capitolo e potrà anche avere ragione degli artificiosi unanimismi di stampo forzitaliota creati attorno al leader. Diversamente, Fini è condannato al declino politico. Che almeno la vicenda Granata serva ad educare Fini in questo senso: ben venga quindi, l’espulsione di Granata se colpirne uno (Granata) significa educarne … un altro (Fini).

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