24 lug, 2010
Cinema d’estate/04)- Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini
di Giorgio Frabetti- “I tedeschi si sono alleati con gli Americani”: grida Sordi, ufficiale italiano, nel film Tutti a Casa (Luigi Comencini, 1960), quando si vede sparare addosso dai tedeschi, del tutto ignaro che è stata diramata la notizia dell’Armistizio di Cassibile, del tutto ignaro che i tedeschi hanno l’ordine di rappresaglia verso gli italiani. Mai si è potuta trovare frase migliore per sintetizzare la surreale (e tragica) esperienza dell’armistizio dell’08 settembre 1943, che ha colto di sorpresa la non brillante, ma diligente e fin lì ligia e scrupolosa truppa italiana e i suoi ufficiali di complemento, scopertasi nemica dei tedeschi improvvisamente, per imperscrutabili disegni dei politici, senza capire perché, e per come. Non voglio dilungarmi troppo a dire cose risapute su questo grande film. Quello che posso dire è che Tutti a casa non è solo la rievocazione dell’08 settembre 1943, con il suo tragico bagaglio di disillusioni, seguite alle speranze di grandezza e di forza politica dell’Italia coltivate dal fascismo. Tutti a casa è un film che registra a livello di mitopoiesi cinematografica (prima che a livello di cronaca) la mutazione genetica dell’Italiano medio e della narrativa della storia dell’italia fin lì in uso. Tutti a casa, in particolare, ci vuole dire che, con l’08 settembre è nato un nuovo tipo di italiano. O meglio, sulle ceneri della narrativa “nazionale” del Risorgimento, dell’interventismo, di Caporetto al fascismo, è emersa una nuova narrativa della storia italiana e del tipo di italiano. Non più (come fino al fascismo) il cittadino “integrato” in una storia nazionale alla pari di francesi, tedeschi etc, ma uno sradicato, senza Patria, dissociato da qualsiasi appartenenza ad una “comunità di destino” politica, nazionale: l’eterno Bertoldo, l’eterno Franza o Spagna purchè se magna! Correlato ad un racconto il cui tema principale è la fine di una solidarietà nazionale (esercito, ma non solo), è l’intonazione tipicamente picaresca del film. Il film sembra, cioè, dirci che dopo che l’08 settmebre ha segnato la fine di qualsiasi illusione di proiettare la Storia italiana al SUBLIME e all’IDEALE, quello che resta della Storia italiana è una grande COMMEDIA UMANA, dove i caratteri più disparati si incontrano, si incrociano e si combinano con possibilità infinite. E’ questa l’ atmosfera confusa e surreale dove il mondo si capovolge, dove i tedeschi si alleano con gli americani, dove Sordi, ufficiale un po’ ottuso, ma leale con i compagni, li tradisce con la donna che fa “la borsa nera” della farina, per mangiare e per arrivare più presto a casa. Di qui, la tragica parabola del personaggio di Sordi: ufficiale piccolo borghese entusiasta della guerra, si trova, coinvolto in un ‘viaggio di formazione’ in cui deve imparare amaramente a BASTARE A SE STESSO; a contare sulle sua capacità di ARRANGIARSI. Dovrà imparare ad essere l’italiano di tutti i tempi, il SENZA PATRIA, l’eterno Bertoldo perennemente disincantato sui potenti. Il film concede a Sordi una chanche di riscatto, nel combattimento contro i tedeschi nell’insurrezione di Napoli del 28 settembre 1943. Ma il suo è un VOLONTARIATO SOLITARIO, di uno SRADICATO che ha già perso la PATRIA. La parabola conclusiva del viaggio sembra questa: la dissoluzione dell’esercito italiano dell’08 settembre rivela l’incapacità atavica degli italiani di FARE CORDATA. In questo senso, la morale (amara) del finale, che segue un racconto che è il concatenersi di uno sfacelo nazionale, potrebbe essere tranquillamente questa: gli italiani potranno essere capaci di eroismo individuale (come Sordi a Napoli), ma non saranno un esercito, una Nazione, perchè NON SANNO FARE SQUADRA. Un grande film, da vedere e da meditare.