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Intercettazioni, storie di ordinario sottogoverno

intercettazionidi Giorgio Frabetti

“VELLA: La Confederazione ha mandato il Comunicato? MUSSOLINI:-Sì, essa darà poi l’ordine VELLA: Non dice affatto che la Confederazione è d’accordo con noi? MUSSOLINI: No VELLA: Siamo d’accordo in questo: che tu non dici, né limiti né non limiti allo sciopero”  … Questo dialogo tra Mussolini e Vella alla vigilia della Settimana Rossa nel giugno 1914, non è tratto da una testimonianza di qualche personaggio famoso, ma è un testo di intercettazioni. Sissignori, le intercettazioni telefoniche erano ampiamente usate dagli Uffici Politici delle Questure già ai tempi di Giolitti (su sorveglianza dei Prefetti, ovvero del Ministero degli Interni) per spiare i personaggi politici ritenuti “pericolosi”. Come noto, anche Mussolini stesso, una volta divenuto il “Duce” del fascismo fece ampio uso delle intercettazioni (celebre e memorabile quella sul Sen. Giovanni Agnelli). Abbiamo tutti in mente le intercettazioni recenti di Cosentino e di Berlusconi, che hanno contribuito a fomentare la dissidenza finiana che attualmente sta paralizzando i Governi; abbiamo forse scordato le intercettazioni della moglie di Mastella che nel 2008 costarono la fine del Governo Prodi? Ormai non si può dubitare: le intercettazioni sono storie di ordinario sotto-governo; c’è infatti una specie di “triangolo delle Bermude” nelle istituzioni italiane; in altre parole, c’è un “buco nero” nei Cabinet di Politici, Forze dell’Ordine, Giornalisti, in cui misteriose  “mani invisibili” si prodigano per fabbricare “veline”, dossier, contenenti notizie più o meno vere, più o meno manipolate per screditare ora questo ora quel personaggio. Si capisca una buona volta che il problema intercettazioni non è solo una disputa tra chi crede nel massimo efficientismo giudiziario e chi vuole un garantismo giudiziale talmente ortodosso da favorire i delinquenti; viceversa, se in Italia le intercettazioni ambiscono a divenire risorsa decisiva di lotta politica (in luogo della dialettica e della persuasione) ciò significa che l’Italia è in grave deficit di democrazia (vedi il mio Intercettazioni, adesso basta! Del 12/03 u.s.). Vogliamo per un attimo guardare in faccia alla realtà e renderci conto che la democrazia delle intercettazioni è la democrazia del “sottogoverno” più bieco? Ci rendiamo conto che dietro l’uso politico delle intercettazioni c’è il peggio della politica italiana, ovvero quel “sottobosco” di faccendieri, insider trader, lobbisti “con le conoscenze giuste” (stile P3, come si va di moda adesso) capaci di manovrare scandali e informazioni riservate e di spionaggio politico, ad immagine e somiglianza dei soliti noti (della finanza, dell’industria …)? Dicendo che dietro le intercettazioni c’è un sottobosco di spionaggio e manovre equivoche non credo di dire nulla di straordinario. Sul punto, credo non ci sia testimonianza migliore dell’articolo pubblicato da Carlo Bonini su Repubblica il 21 gennaio 2006 a proposito dell’intercettazione Fassino-Consorte: “Le informazioni ‘sensibili’ raccolte localmente dalla Guardia di Finanza vengono per prassi trasmesse al vertice dei comandi regionali e provinciali, da queste valutate ed eventualmente condivise, formalmente o informalmente con il Reparto I che, a Roma, è coordinato dal generale di Brigata …. [A sua volta]tutte le informazioni sensibili normalmente raccolte da quell’Ufficio vengono condivise con il SISDE, con il CESIS e il SISMI”. Un quadro che per quanto imperfetto è eloquente del “contesto istituzionale” che, con assoluta verosimiglianza, è il vero “brodo di coltura” della strumentalizzazione dell’azione della Magistratura; il “brodo di coltura” in cui montano scandali, veline, dossier più o meno scandalistici, spionaggio politico-industriale (Tavaroli docet). Chi potrebbe ritenere , a queste condizioni, che pubblicare le intercettazioni sia un diritto civile e un segno di civiltà giuridica? Attenzione, però: fino a questo momento, quando questi usi impropri sulle inchieste giudiziarie (intercettazioni Consorte, Berlusconi, Cosentino) hanno suscitato rumore, i politici, la stampa si sono sempre limitati a dare la caccia al “burattinaio” (politico) che stava dietro a questi abusi. Di qui, il patetico spettacolo della Destra, che oggi accusa la Sinistra di essere la “gran burattinaia” di queste operazioni; come ieri la Sinistra, ai tempi delle intercettazioni Fassino-Consorte, e ai tempi delle vicende Tavaroli, era propensa ad accusare la Destra (“la nuova P2”, oggi P3); con il che, tra l’altro, la Sinistra nel 2006-07 si dava da fare per approvare una legge sulle intercettazioni per certi versi più restrittiva di quella attuale (Ddl Mastella). Un simile clima da “scarica barile” non serve al dibattito sulle intercettazioni; come non serve l’argomento dei “due pesi e due misure” (della serie: la Sinistra, offesa ieri dalle intercettazioni, oggi approfitta della deregulation in materia, perché oggi colpiscono Berlusconi!). Occorre in altre parole prendere atto che il problema-intercettazioni (con annesso problema delle “fughe di notizie”), rappresenta solo un “sintomo” che va curato nelle cause. Se ci sono delle combine in operazioni di polizia giudiziaria (e inevitabilmente Ministeri), tra Magistrati e Stampa, questo è il segno che c’è un livello del Ns. sistema processuale penale (le indagini preliminari, la gestione della polizia giudiziaria) dove ancora le competenze tra Esecutivo (Politica) e Magistratura non sono state delineate e separate con nitidezza, dove cioè la divisione dei poteri è ancora imperfetta e dove, pertanto, le pratiche di “sottogoverno”, tipiche dell’Italia giolittiana, fascista e democristiana, trovano ancora terreno fertile. Non facciamoci illusioni: è a questo livello che si insinua e trova terreno fertile la pratica di usare politicamente le intercettazioni; è a questo livello di competenze che si deve intervenire, energicamente e chirurgicamente. Quanto detto poi contribuisce ad attestare come sulla questione intercettazioni ormai si stiano giocando una serie di nodi e di aspetti nevralgici della “transizione incompiuta” dell’Italia: urge, pertanto, una discussione sul punto con la necessaria obiettività bipartisan e senza parzialità inutili. Certo a favorire la necessaria consapevolezza della complessità del problema, non giova l’atteggiamento di Ghedini e soci, i quali, enfatizzando eccessivamente la dimensione “avvocatesca” del provvedimento, hanno enfatizzato in modo abnorme il solo aspetto processuale della materia: quando invece la materia presenta “mille volti”. Ad esempio, se è deleterio presentare il divieto di pubblicare le intercettazioni e le relative sanzioni come “neofascismo”, è altrettanto deleterio presentare lo stesso provvedimento come una mera misura processuale o amministrativa: questa norma, invece, ove accolta e compresa a fondo, può preludere a rafforzare la deontologia giornalistica. Purtroppo, non molti in Italia hanno posto l’attenzione sulla circostanza che un giornalismo che si affida alle intercettazioni è un giornalismo non responsabile e non etico: non solo perché presuppone verosimili retroterra di “corruzione”, “sottogoverno” e di insider trading, ma anche perché snatura nel giornalista la grande funzione di intelligence politico sociale che ha fruttato all’Italia i capolavori giornalistici per cui essa è famosa nel mondo; abbiamo dimenticato la lezione delle grandi inchieste di Giorgio Saviane? Ovvero, abbiamo dimenticato quell’alto momento di giornalismo che fu l’inchiesta Irpiniagate? Dietro la scelta di vietare la pubblicazione delle intercettazioni, si deve, quindi, cogliere l’opportunità di investire su un giornalismo di qualità, che è risorsa essenziale per favorire i presupposti di un’ordinata dialettica democratica, per far crescere quel fondamentale “capitale umano”, quel software di cui la Nazione ha assolutamente bisogno per vivere ordinatamente (aldilà dell’hardware dell’economia etc.). Non è buon giornalismo quello che dice (come Vittorio Zucconi oggi a Radiocapital) che solo ascoltando le intercettazioni, gli italiani potranno rendersi conto del malaffare dei politici: se gli italiani (come purtroppo in molti casi è) sono inerti davanti alla corruzione, sono privi di capacità di reagire, di senso di responsabilità politica e di cittadinanza attiva, non serviranno certo le intercettazioni a renderli impegnati: se il software della democrazia deliberativa è inceppato e produce i guasti che sono sotto gli occhi di tutti, non servirà certo l’hardware delle intercettazioni (pubblicate sui giornali) a risollevare la situazione. Allo stesso modo, il problema dell’immunità dei politici dalle intercettazioni , lungi dall’essere frutto del mostruoso machiavellismo berlusconiano, è un tassello incompiuto della riforma dell’immunità parlamentare del 1993 (art. 68 Cost.) che aveva rimesso alla legge ordinaria la regolazione delle procedure di autorizzazione parlamentare delle intercettazioni dei politici: un vero “nervo scoperto” (i rapporti politica-magistratura) su cui credo non necessario spendere altre parole, dato che nel newsmagazine questo tema è stato ampiamente sviluppato. Senza voler procedere oltre, credo che ci sia più di una spunto per ritenere il dibattito sulla questione intercettazioni molto più ricco e sfumato di quanto appaia. In particolare, credo sia quanto mai opportuno cogliere la questione intercettazioni entro un orizzonte meno angusto di quanto attualmente traspare dai media (anche berlusconiani), troppo appiattiti nel rappresentare il dibattito sulle intercettazioni nella secca alternativa efficienza giudiziaria-tutela della privacy. Viceversa, occorre rendersi conto che la discussione su una legge sulle intercettazioni può diventare un’ottima occasione per valutare le indubbie opportunità di “investimento a lungo termine” in “capitale etico-politico” che il provvedimento presenta, in termini di benefiche ricadute sulla deontologia giornalistica e sull’equilibrio dei poteri (contro le giustamente vituperate pratiche di sottogoverno, le tanto vituperate P2, P3!). Ma evidentemente, l’equilibrio e il “buon governo” si conquistano attraverso le regole e attraverso regole che sappiano somministrare a funzionari e istituzioni un’opportuna dieta, un opportuno dosaggio di poteri, limiti e divieti. Per ogni scelta importante, destinata a durare, ognuno deve pagare il proprio prezzo.

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