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“Larghe intese” UDC e PDL? Forse che sì, forse che no …

berlusconi_casini3di Giorgio Frabetti- Da quel “gran cerimoniere” della banalità e del deja-vu che è, l”ineffabile Pierferdinando Casini, non poteva farsi mancare di rispolverare quello che negli ultimi 15 anni è divenuto un vero cimelio di banalità nell’asfittica politica italiana: la proposta di un “governo di larghe intese”.  E certo, come nel copione centrista più ortodosso possibile, Casini non poteva non affettare quella che è sempre stata una grande prerogativa democristiana, l’ambiguità: come intendere la disponibilità mostrata da Casini verso Berlusconi, addidato come candidato a presiedere il “governo? Un tono molto lontano dall’antiberlusconismo che l’ha accompagnato fino almeno alle elezioni regionali di quest’anno. Un tono che lascia trapelare un ammorbidimento da parte di Pierferdi almeno rispetto all’accezione più dura e intransigente di “governo di larghe intese” come un maxi-lodo PD-PDL (che isoli le estreme Berlusconi, Di Pietro e Bossi), rinsaldato dal richiamo giacobino dell’antiberlusconismo. Come intendere tutto questo? C’è sostanza politica? O è un grande bluff? Pare difficile pensare che Pierferdi sia davvero disposto a fare da stampella a Berlusconi in un momento di difficoltà; specie dopo che alle elezioni regionali l’UDC ha realizzato risultati elettorali assolutamente mediocri che non hanno scalfito il “carisma” di Silvio. Eppure, si deve anche considerare l’estrema duttilità e l’estremo possibilismo di Casini, pronto a imbarcare tutti i treni disponibili, pur di non perdere l’occasione di incassare l’alleanza giusta al momento giusto. Secondo il mio giudizio, Casini, comunque, sta arrivando “alla fase delle scelte”; e crediamo che, tirando le somme, abbia capito che il disegno di sbilanciare Berlusconi dal centro  non è riuscito e che occorra addivenire a più miti consigli. Pare di capire che Casini si stia convincendo che Silvio, per quanto appannato, in declino e preda di una maggioranza “balcanizzata” dalle lotte intestine sia a breve o a medio termine sostanzialmente insostituibile e sia, pertanto, il perno indispensabile per qualsiasi aggregazione politica dello schieramento moderato. A rendere indispensabile Berlusconi, oggi più che mai è la crisi economica, che richiede un Governo stabile che garantisca un accettabile raiting del Debito Pubblico nelle Piazze Affari mondiali. In particolare, l’attuale Governo è reso sostanzialmente insostituibile, per l’indispensabilità dell’azione del Ministro Tremonti, indispensabile  in questo attuale clima di tempeste finanziarie e di politiche monetarie rigoriste. Questa circostanza strutturale (non modificabile nel breve) rende uno scenario di governo di “grossa coalizione” PD-PDL assolutamente improbabile. Pensandoci bene, infatti, chi potrebbe davvero assumersi, in queste circostanze, l’onere di una classica ”crisi al buio”, di uno stravolgimento della compagine ministeriale (specie dei Ministeri Economici) che quasi sicuramente farebbe declassare il raiting  dell’Italia, con riflessi imprevedibili sulla tenuta dei conti pubblici e del sistema finanziario italiano? Per questo, oggi è più fondata l’impressione che, alla fine, nonostante lo sfaldamento evidente del PDL, nonostante le esiziali rivalità tra Berlusconi e Fini, alla fine il Governo non cadrà, per lo meno a breve. Per questo, a Casini non conviene investire troppo nell’antiberlusconismo (che può ben essere “carta di riserva” in un non probabilissimo caso di referendum su riforme costituzionali PDL): a breve, cioè, non pare proprio profilarsi una congiuntura favorevole a “governi tecnici” o di “salute pubblica” come nel 1992, 1993 e nel 1995. E questo essenzialmente grazie a Tremonti:  le garanzie di stabilità finanziaria (sull’Erario e sulla borsa dell’Azienda Italia) che ieri avrebbero potuto essere offerte da un Governo Tecnico, oggi sono adeguatamente offerte dal rigore di Tremonti, senza bisogno di un nuovo e troppo incerto governo! Diciamocelo chiaro, il “Commercialista di Sondrio” è per il PDL la classica “marcia in più”, è un’ottima riserva di durata e di consenso : certo, il suo profilo di severo e accigliato custode del rigore dei conti pubblici lo renderebbe simile e forse anche odioso al pari di molti suoi predecessori tecnici, primo fra tutto Padoa Schippa. Eppure Tremonti, pur essendo un tecnico, non è un tecnocrate come Amato, Ciampi, Dini (per quanto ami indugiare in riunioni amate dai “tecnocrati” come Aspen, Cernobbio etc.); è viceversa un esperto   politicamente abbastanza avveduto per comprendere che gli attuali condizionamenti finanziari e i vincoli di bilancio UE sulla politica italiana devono essere accompagnati da riforme che restituiscano alla politica fiscale e della spesa pubblica il necessario grado di consensualità sociale: come il federalismo fiscale. Senonchè (e qui sta il nerbo della mia personale previsione politica), il “federalismo fiscale” non è solo una “riforma come altre”, ma costituisce ormai il vero perno degli equilibri del governo Berlusconi, il vero “asso di briscola” capace di deciderne la permanenza e la sostanziale stabilità. Il “federalismo fiscale”, infatti, come già spiegato in questo newsmagazine, è anche ed essenzialmente una “riforma politica”:  tale  riforma, infatti, non comporta soltanto la diversa allocazione delle risorse derivanti dal gettito fiscale, ma comporta anche  la diversa allocazione della rappresentanza politica. E questo essenzialmente per due motivi: perchè è naturale che laddove ci sia potere di spesa e tassazione, lì c’è politica, lì c’è rappresentanza (no taxation, without rapresentation); e poi, si sa: le strutture di partito, quando non sono coinvolte nella campagna elettorale nazionale per il loro leader, sono deboli, mentre ormai il vero potere politico lo si detiene a livello locale (controllando territorio e clientele). Ora, è congruo e coerente che non sia vero interesse di nessuno far cadere un governo, mentre si sta accingendo a varare una riforma tanto importante (oltrechè per lo Stato) anche per le organizzazioni di partito, per rinegoziare nuovi e impensati spazi di potere locale. Di qui la mia personale quadra: chi si sentirebbe di mandare a monte una simile occasione, dato che forse non si ripresenterà più? Chi si sentirebbe di mordere la mano che lo nutre? Questo credo sia il vero impasse che, alla fine, dovrebbe bloccare ogni seria iniziativa per mandare in crisi il Governo Berlusconi e bloccare sia propositi di elezioni anticipate (come promette Silvio) sia governi di “larghe intese” (come dice Casini). Ora, mi pongo una domanda: è davvero tanto ingenuo Casini da ignorare questa oggettiva priorità dell’agenda politica nazionale? Faccio fatica a crederlo. A questo punto, mi spiego perchè la settimana scorsa mentre ha lanciato come suo solito il refrain delle “larghe intese” non solo non vi abbia dato una connotazione anti-berlusconiana (come da un pò di tempo), ma addirittura abbia fatto il nome di Berlusconi per la premiership di questo governo. Di qui, il PDL deve cogliere l’oppportunità di una strategia “inclusiva” di Casini, a partire dalla spartizione del “federalismo fiscale”, per rinegoziare a fondo un eventuale rapporto di Casini alla costruzione dell’edificio PDL onde tamponarne le falle indotte dalla dissidenza finiana. E’ evidente che per Silvio è comodo e tattico utilizzare Casini come “spauracchio” sui finiani e come possibile “alleato di riserva”; purchè l’operazione sia condotta tenendo presente che la costruzione di un partito vero e non di plastica, richiede valutazioni approfondite, destinate ad avere riflessi nel tempo e non indotte dalla tattica e dal “tirare a campare”. Anzitutto, non ci si illuda di risolvere il rapporto Casini in una semplice manovra trasformistica: l’esperienza degli ultimi 15 anni (dal governo Dini in poi) ha insegnato che il trasformismo parlamentare ha solo lavorato per l’instabilità dei Gopverni e ha concorso solo a  ”balcanizzare” le maggioranze, rendendole succubi ora di questo ora di quel singolo parlamentare (vedi UDR e Senato prodiano!). Quindi, niente aggregazioni PDL-UDC … per “fare numero” in Parlamento: non conviene riconoscere ai casiniani un tale ruolo parlamentare, che li farebbe diventare dei “finiani” … in fotocopia! E nulla evidentemente muterebbe affidando a Casini la Presidenza della Camera, perchè, a queste condizioni, Pierferdi sarebbe un Fini-bis. Prima di inserire Casini al Governo, sarebbe meglio (almeno io la penso così) trattare con lui sui programmi  per associare l’UDC al PDL in modo da rendere la piattoforma congressuale più forte e credibile, specie in termini di radicamento sociale e nel territorio; evidente, infatti, che se oggi si fa un Congresso nel PDL, verosimilmente sarebbero i quadri finiani o ex-AN (più adusi alla vita di partito) a dare filo da torcere a Berlusconi, con conseguenze imprevedibili per gli equilibri del PDL. In questa sede, il PDL può realizzare a favore di Casini concessioni politiche anche molto rilevanti, come il voto di preferenza, di cui non può essere trascurato il potenziale effetto positivo sull’organizzazione del costituendo PDL (vedi il mio Berlusconi, il PDL e l’ora delle decisioni “irrevocabili” del 11/07 u.s. su questo newsmagazine). Nello stesso tempo, il PDL deve evitare le ingenuità politico-culturali in cui è incorso in occasione delle elezioni regionali in Lazio, quando la campagna elettorale per Renata Polverini è divenuta ostaggio di un lobbyng etico di marca sostanzialmente clericale e impolitico (giovando così alla Bonino: vedi il mio PDL-Cattolici, ma le aperture non bastano! del 29/03 u.s. su questo newsmagazine). Solo in vista del consolidamento del PDL come partito si può pensare di associare Casini al governo; solo così, si può avere la garanzia che una variazione di maggioranza può avvenire senza scossoni destabilizzanti. Evidentemente, però, una simile manovra richiede tempo. Tempo, comunque, ce n’è; basta non sprecarlo!

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