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Cinema d’estate/03)- La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati (1976)

casadallefinestrecheridonodi Giorgio Frabetti-  Molto apprezzato come horror padano, ”La Casa dalle finestre che ridono” merita a tutt’oggi un’ermenuetica più profonda che ne sveli i segreti di tanta forza espressiva; cosa che la critica finora ha trascurato di fare. Come dirò nel prosieguo di questo post, infatti, sarebbe riduttivo giudicare il film solo in base … agli effetti, ovvero come un “film di genere” più o meno riuscito: lungi dal rimanere alla superficie del film, occorre coglierne l’anima profonda; senza la quale non si potrebbe davvero cogliere ed apprezzare l’eccezionale sforzo espressivo e mitopoietico di Avati. Certo, se si considera la meccanica del film, la sua efficacia, la sua suspence, non è facile trovare un film capace di restituire la stessa sensazione di paura e di angoscia: una paura profonda, fisica, una paura che ti prende, ti travolge, ti cattura e non ti lascia. Abbiamo forse dimenticato la straordinaria scena finale? Dove il parroco  si toglie l’abito talare e , davanti al protagonista Capolicchio, ferito e moribondo, si rivela … una donna e per di più una delle due assassine?  E’ possibile dimenticare questo straordinario effetto di straniamento, dove  allo stesso spettatore pare di essere una cosa sola con le rivelazioni folli, extra-normali del protagonista?  Straniamento, effetti extra-normali, dicevamo. E certo, come in tutti i film gotici che si rispettino non può mancare nemmeno qui il locus communis del “quadro”. Come in Dario Argento, come ne L’uccello dalle piume di cristallo (1970), come in Profondo Rosso (1972), anche qui il quadro è il vettore dell’azione. Il quadro, cioè, che, nelle convenzioni di tutti i racconti gotici, si presta meglio di tutti a rappresentare le “rivelazioni sottili” e maledette dei protagonisti, puntualmente oggetto di esperienze abnormi e puntualmente travolti da esse. Come il quadro di Profondo Rosso, così il quadro di Buono Legnani contiene una testimonianza che solo chi è “maledetto” (Stefano) e condannato a morire può ricevere (per gli altri resta l’oblio, il dimenticatoio). E’ un quadro naif che riproduce uno strano Martirio di S. Sebastiano dipinto da Buono Legnani, artista sifilittico, defunto da lunghi anni e noto come “il pittore delle agonie” per la passione di riprodurre i moribondi.  Convinto inizialmente che sia solo la riproduzione folle e gratuita di un nuovo, ma innocuo Ligabue, reso folle dalla solitudine desolata della campagna paludosa Ferrarese, ben presto il protagonista Stefano (Lino Capolicchio) comprende, dopo alcune morti misteriose, che il “quadro maledetto” nasconde la terribile testimonianza di un “patto di sangue” tra il pittore e le sue sorelle, legate a lui da una passione incestuosa e necrofila: per tornare in vita e per mantenere i rapporti con le sorelle anche dopo morto, il pittore chiede loro che gli portino “modelli”, ovvero cadaveri da dipingere! E  le sorelle puntualmente, folli e succubi, eseguono, compiendo sacrifici umani, per lo più di contadini, riprodotti nell’atto in cui vengono scuoiati come maiali, come nella scena riprodotta nel quadro di S. Sebastiano. Certo, fin qui siamo negli stereotipi del genere gotico; ma “La Casa dalle Finestre che ridono” è anche altro. Di solito, quando si guarda un film horror (vedi Dario Argento) visti gli effetti, non si presta attenzione alla storia, ritenuta solo “pretesto”. Ebbene, così non è per l’horror padano di Pupi Avati: le emozioni che restituisce, infatti, toccano corde profonde e direi quasi più sottili, primitive ed elementari. Al riguardo, esiste una parola greca che esprime questa sottile sensazione ed è la parole deinòs: parola intraducibile in italiano, ma che allude alla radicale ambiguità (misto di orrore e stupore insieme) delle esperienze “radicalmente altre”, allucinate e straniate rispetto all’ordinario. Ecco, quindi, che la paura cui Avati riesce ad attingere è qualcosa di più dalla paura indotta .. dagli effetti, dall’intreccio e nasce da una straordinaria forza mitopoietica, che attinge direi quasi a paradigmi originari ed ad archetipi del terrore, dell’orrore (in modo non del tutto dissimile a certe pagine del Necronomicon di Lovecraft). Questo livello in particolare  si lascia cogliere nel film negli insistenti riferimenti ai temi della morte-sangue-rinascita, del sacrificio-sangue-rinascita, che è alla base del “quadro maledetto” di S.Sebastiano e delle sedute “necrofile” tra il pittore e le sorelle. Una tematica, che, per altro, lungi dall’essere un tema di pura e gratuita fantasia, è tematica di grande rilievo culturale e letterario, se non altro perchè pare coinvolgere il classico mito contadino della “rinascita”, essenzialmente legato al ritmo delle stagioni e all’uccisione periodica degli animali, come il maiale (vedi il mito di Persefone, che si divde tra la terra e l’Oltre tomba). E’ causale, allora, che ne “La Casa …” ritornino motivi di “cultura contadina” già fatti oggetto della speculazione mitica e letteraria di Cesare Pavese? Nessuno lo ha spiegato, ma certo questo parallelismo (voluto o accidentale che sia) esiste! Si veda, ad esempio, ”Paesi tuoi”: anche lì c’è un incesto, anche lì c’è una morte innocente (Gisella),  considerata dalla critica (Nay-Zaccaria) come simbolo del “tributo offerto dal contadino alla terra , di cui alimenta l’eterno vitalismo”. Sul punto, poi, è rimarchevole il parallelismo tra questo tema e i “Dialoghi con Leucò” dello stesso Pavese, specie nel Dialogo “l’ospite” dove l’Autore narra di un “sacrificio umano” facendone traslato allegorico del “sacrificio” in cui consiste la vita del contadino: “Tutti questi villani … saluteranno con canti chi darà il sangue per loro”. Un parallelismo sorprendente con le parole lasciate a Stefano dall’amico Mazza, dove si parla di “riti a base di sacrifici umani”, che diversamente sarebbero perfettamente  gratuiti! Di questo passo, poi, acquisterebbe piena coerenza artistica il parallelismo con i modelli/vittime di Legnani, scelti sempre tra contadini “giovani e forti”. In questa chiave, poi, si comprenderebbe meglio il significato e il valore artistico di una delle scene più celebri e terribili del film (da cui deriva il titolo), ovvero la scena in cui Coppola-Cavina mostra a Stefano i roghi dove i modelli-cadaveri di Legnani vengono bruciati (il fuoco: simbolo contadino di vitalismo cosmico e di purificazione). Come allora troverebbe la chiave (simbolica) la rivelazione de “la casa dalle finestre che ridono” (dove con la risata si allude alla felicità/fertilità della terra e così il titolo stesso acquisterebbe pieno significato artistico lo stesso titolo, altrimenti destinato a rimanere gratuito). Mi rendo conto che, dicendo questo, corro il rischio non solo di sciupare la sorpresa al pubblico (che ha diritto a non conoscere in anticipo … l’assassino!), ma anche di essere tacciato di intellettualismo. Non posso, però, ignorare che il tema della “risurrezione/rinascita” (con evidenza enunciato nel film) è un tema relativamente ricorrente in Pupi Avati: il personaggio di Buono Legnani, in fondo il protagonista occulto della vicenda è, infatti, molto affine a ”Balsamus” (l’uomo di Satana del film d’esordio di Avati nel 1968); entrambi, cioè, operano, in qualche modo, delle risurrezioni, Balsamus resuscita i morti con la magia … “volgare”, mentre Legnani, defunto , invoca dal regno dei morti altre morti per mantenere i suoi perversi rapporti con le sorelle. Concludo: con questo post, non credo di aver rivelato nulla di straordinario; credo, però, siano maturi i tempi, affinchè la critica cominci almeno ad esplorare la possibilità che dietro a quello che da 35 anni è un vero cult dell’horror italiano, ci sia un lavoro artistico di ben più alto spessore. Un lavoro e uno spessore artistico compiuto, che dovrebbe rendere finalmente giustizia a Pupi Avati, togliendogli la nomea minimalista di “regista” naif, per farne un vero e proprio maestro del cinema italiano degli ultimi 40 anni. Forse che questa (possibile) incomprensione deriva dal pregiudizio (tutto italiano) di considerare il genere gotico, genere artigianale, di consumo e incapace di potenza espressiva?

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