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Berlusconi, il PDL e l’ora delle decisioni “irrevocabili”

848-silvio-berlusconi-thumbdi Giorgio Frabetti- Per Berlusconi e il PDL è venuta l’ora delle decisioni “irrevocabili”. Serve, infatti, venire fuori dal “vicolo cieco” determinato dallo “strappo” di Fini nella Direzione PDL del 22 aprile scorso (sulle cui ombre abbiamo dedicato un post del 23/04 u.s. Il Potere logora … chi ce l’ha!). E’, però, altrettanto vero che il “bubbone Fini” rischia di cancerizzare non solo il Governo Berlusconi, ma l’intero progetto PDL, almeno finchè non maturerà nei dirigenti berlusconiani la consapevolezza che la dissidenza finiana si può rintuzzare e rendere superflua, soltanto ponendo mano ad una seria ed incisiva opera di discernimento e di riorganizzazione del Partito di centro-destra. E’ necessario, quindi, che il popolo di centro-destra si interroghi sul “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”: passaggio essenziale per “incarnare” e per dare forma definitiva e stabile al “grande partito conservatore” ipotizzato dal politologo Sen. Quagliariello e dai numerosi convegni teorici che in questi anni si sono tenuti; ciò significa evidentemente dare forma al PDL come reale sintesi tra il “principio carismatico” (specifico di FI) e il “principio organizzativo” (AN). Le ultime vicende, però, relativamente alle polemiche (interne a ex FI) sulle Fondazioni (essenzialmente, Liberamente costituita da Gelmini, Frattini e altri) attestano una certa quale opacità dei dirigenti ex-FI, ovvero la tendenza di questi a vedere nel PDL una sorta di Forza Italia-bis: atteggiamento pernicioso, per i motivi che qui di seguito si spiegheranno. Innanzitutto, le Fondazioni: i problemi evidentemente non nascono in relazione alle aggregazioni tipo Generazione PDL che aggregano trasversalmente componenti FI e AN; viceversa, la querelle nasce dalle “fondazioni” di parte (Liberamente, Fare Futuro, Generazione Italia etc.) che contengono solo ex FI o solo ex-AN, accusate di riprodurre larvatamente i vecchi partiti. In particolare, ha suscitato molto scalpore e imbarazzo tra i berlusconiani la nascita, in questi giorni, della Fondazione Liberamente dei fedelissimi berlusconiani Ministri Gelmini e Frattini; nata con l’intento di rafforzare l’asse berlusconiano (e, secondo Il Foglio di venerdì 09/07 u.s., per riequilibrare verso Berlusconi l’attuale divisione PDL in Sicilia), la Fondazione ha subito gli strali di Scajola, Cicchitto, Quaglieriello, Bondi che (non senza coerenza) hanno ravvisato in questa iniziativa un auto-indebolimento della posizione berlusconiana nei confronti di Fini: come ottenere, infatti, lo “scioglimento” di Fare Futuro di Fini, se le fondazioni dei forzaitalioti non vengono sciolte, ma addirittura vengono promosse? Sbrogliare la matassa non è semplice: per questo, la presenza delle Fondazioni sta diventando la “pietra di paragone” della legittimità della leadership berlusconiana all’interno del Partito; a Silvio, quindi, compete un compito di essenziale e determinante sintesi politica. Il ragionamento del Sen. Quagliariello che mette in guardia Berlusconi dal “riconoscere” Fini come “avversario” (e, quindi, lo sconsiglia di promuovere Fondazioni), secondo me, deve leggersi la punta di iceberg di una visione troppo “bigotta” e teorica del PDL, che non giova a trattare serenamente il problema delle Fondazioni e delle correnti. Fondazioni e “correnti” non sono in sé un male: anzi, in una dialettica aperta e leale pure possono fluidificare il partito, facilitarne la penetrazione consensuale nella società e il radicamento sul territorio. Diventano la “patologia” (in termini di frazionismo e di potenziale disgregatore dei partiti), se a monte nell’organizzazione dirigenziale ci sono “vizi d’origine”. Ecco, quindi, che, in questa fase di difficoltà, entro i dirigenti PDL deve maturare la consapevolezza che le correnti vanno sì curate come potenziale fattore disgregatore, ma solo tenendo conto che esse sono solo sintomi di un guasto più vasto che va identificato, diagnosticato e curato: credo che il recente articolo de Il Foglio di venerdì 09 u.s. dedicato alla querelle Fondazioni entro il PDL aiuti a comprendere come, aldilà della querelle Fini-Berlusconi, aldilà della querelle Fondazioni, esiste (a livello manifesto o solo latente) un disagio tra Berlusconi (e il “livello ministeriale” del PDL) e l’èlites di Partito (privata di personalità e ridotta a ruolo di “grande comprimario” di premier e di Ministro) che non controllato può far degenerare le spinte frazioniste entro il PDL.  Quale la causa di questo scollamento? Una causa è naturale, fisiologica: il “ministerialismo”; ovvero la costante tendenza per cui la carriera entro i Ministeri e le “stanze dei bottoni” è il criterio per assegnare ruoli e posti di potere anche nel Partito. Una simile tendenza al “ministerialismo” non è nuova in Italia, ma è tendenza radicata fin dall’Unità d’Italia: per questo, in Italia non ci fu mai un “partito liberale” vero e proprio comprendente De Pretis, Giolitti etc., i quali esercitavano il loro potere grazie al controllo del territorio assicurato dalle Prefetture dello Stato; così la Democrazia cristiana esplose in mille correnti, fin dai tempi di De Gasperi. Una tendenza radicatasi e degenerata in Italia a seguito dei mutamenti “semi-presidenzialistici” del sistema politico italiano degli anni 90, che hanno visto nascere partiti (Forza Italia, Uniti nell’Ulivo, PD, PDL) come “partiti di supporto” alla campagna elettorale e all’immagine del premier, con evidente sbilanciamento sull’Esecutivo dei rapporti intra-partitici e con costante tendenza allo svuotamento dei quadri periferici. Ecco, allora, che le Fondazioni, le stesse “correnti” diventano un cancro se diventano espressione di una dinamica tale per cui (tipo la DC) il titolo del comando interno al Partito non è il confronto interno sulle piattaforme politico-culturale e sui programmi, quanto l’aver ricoperto poltrone di Governo! Tutto il contrario del “progetto PDL”, del grande partito plurale a democrazia interna che Berlusconi ha “promesso” il 22 aprile come “casa aperta a tutti i moderati”. In questa chiave, va sollevato il legittimo dubbio quanto meno di opportunità politica delle Fondazioni di Gelmini e Frattini: “poco opportune” non perché contengono ex FI, come Fare Futuro contiene ex-AN, ma perché non nascono dal “basso” del Partito. Forse lo scrupolo è solo di forma. Tale scrupolo, però, diventa di sostanza:  davanti alla sfida lanciata da Fini, che non solo non ha accettato di dimettersi da Presidente della Camera, ma ha altresì disconosciuto la legalità del voto della Direzione PDL del 22 aprile, è necessario e inevitabile che Berlusconi controbatta mantenendo alto il profilo della proposta politica PDL, dimostrando, cioè, che il PDL non è una “scatola vuota”, che il partito non “dipende” dall’Esecutivo e sta evolvendo verso un’autonomia organizzativa. In questi termini, quindi, è opportuno e quanto mai urgente che Berlusconi dia un segnale forte in contro-tendenza rispetto all’invadenza dei Ministri nelle Fondazioni, censurandone la logica prettamente “ministerialista”. Conformemente, poi, all’evoluzione “presidenzialista” (di fatto) del sistema politico italiano dagli anni ‘90 in poi, va aggiunto che, in Forza Italia, tale “ministerialismo” si è declinato permettendo al premier di usare il proprio ruolo di Presidente del Consiglio come “megafono” del  suo  “carisma” e dei thnk thank a lui legati. Per Berlusconi  è finora stato facile gestire la sua vicenda politica, trascurando di consultare gli iscritti e l’organizzazione, facendo appello … direttamente al popolo e all’opinione pubblica, in una chiave che spesso è sconfinata nel “populismo” aperto. Ora, questa strategia pare proprio mostrare la corda: certo, questo “movimentismo populista” ha aiutato Silvio a salvarsi dal logoramento nella campagna elettorale 2006, quando stampa e televisione lo aiutarono a rilanciare il suo profilo politico abbastanza appannato; ma allora (2006) questa operazione era facilitata a causa della presenza di Rifondazione Comunista, che rese molto facile a Silvio rinserrare in Forza Italia i ceti medi terrorizzati dalle tasse in relazione ad un nuovo “pericolo comunista”. Viceversa, oggi Silvio non ha a sua disposizione, per i momenti di difficoltà, lo “spauracchio” dei Comunisti; quando, cioè, i Comunisti sono scomparsi (2008) dalla scena politica, è evidentemente caduto per Silvio l’alibi di simili campagna “populiste” tese a invocare il voto a Forza Italia “a prescindere” (vedi il mio post Elezioni Regionali 2010: il nuovo volto della politica del 03/03 u.s.). Evidentemente, occorre per la proposta politica berlusconiana e per il centro-destra ben altra “capacità di sintesi politica” e di “implementazione sociale”: oggi, ad un popolo italiano sfiduciato nella politica per la crisi economica, Berlusconi deve opporre un nuovo profilo di politica non autoreferenziale e costruito dai media (in cui la gente dopo Lehman Borthers pare non riporre più fiducia!), ma aperto sulla realtà sociale e economica dell’Italia. In questi termini, non necessariamente è “scandaloso” che a comporre le Fondazioni etc. siano solo membri ex-FI o ex-AN (come Liberamente o Fare Futuro): il problema è che queste sappiano contribuire alla edificazione di un PDL “aperto sui problemi”, pragmatico e non ideologico. Per questo, la via della costruzione del Partito per Berlusconi è obbligata e non conosce alternative. Questa valutazione ci riporta direttamente a ridimensionare la tendenza di certi politologi PDL (Quagliariello) di ritenere preminente nella formazione politica la dimensione “movimentista” e “carismatica” su quella partitica classica (resa evidente nell’opzione di denominare il PDL non “partito” ma “popolo delle libertà”). Ora, l’opzione movimentista ha avuto una funzione storica nel conferire visibilità politica a Berlusconi e nel lanciare la legittimità sociale e culturale della Destra in Italia; non ha giovato, però, a conferire adeguata legittimità politica a Berlusconi e al suo partito. Qui si riscontra un intrinseco limite al “movimentismo” anni ’90 (che pure ha contribuito in misura non marginale al lancio di Berlusconi) che è stato funzionale a sbilanciare il sistema politico sul versante dell’antipolitica, ma senza arrivare a plasmare nuovi equilibri capaci di stabilizzare il sistema politico. Senza volermi impelagare in disquisizioni troppo sottili di teoria politica, dalla fine della Prima Repubblica, la logica “movimentista” è stata alla base di Lega e di Di Pietro (prima del movimento di Tangentopoli), due movimenti comunque attuali e presenti, la cui causa di longevità risiede nella loro mission molto circoscritta e limitata. Lega e IDV, cioè, sono movimenti che traggono la loro base in una legittimità sociale e pre-politica molto marcata (la “questione settentrionale” la Lega, il potere della Magistratura e della “stampa collaterale”, Di Pietro), utile per garantire loro una rendita elettorale tipicamente “marginale”, ma comunque significativa per condizionare i partiti maggiori. Ora, né Lega né Di Pietro potranno mai ambire a diventare i partiti di riferimento di una competizione bipolare, ovvero a diventare i partiti-perno di maggioranze e di partiti di presumibile egemonia sugli esecutivi, essendo loro sufficiente richiamare l’attenzione su specifiche questioni (la Lega il federalismo fiscale, Di Pietro le leggi ad personam), secondo uno stile in fondo in modo non dissimile ai Partiti delle Estreme nel Parlamento italiano Post-Unitario! Evidentemente, questa connotazione non può essere oggi del PDL che ambisce ad essere (come i conservatori inglesi, francesi e tedeschi) il partito di riferimento della coalizione di schieramento: non un semplice “partito di opinione” di destra cui basta la semplice attenzione mediatica sulle sue issues, ma un partito fisiologicamente destinato a far “impattare” il suo programma nella Società Civile, nel diritto, nelle professioni, in altre parole, istituzionalmente vocato a “facendo sintesi” delle varie diversità della “società reale” (necessariamente complessa). Finchè la proposta berlusconiana, pur molto ambiziosa (per mire di aggregazione che si propone), rimarrà ristretta  nella angusta veste che fin qui si è data di “movimento” (tipo Lega o Di Pietro), la posizione di Berlusconi sarà strutturalmente vulnerabile; non a caso, quindi, il berlusconismo ha sostanzialmente mancato il consolidamento della propria legittimità politica, con le conseguenti difficoltà di Berlusconi prima in FI e nel PDL oggi di accreditarsi come “uomo di governo”, ovvero come soggetto idoneo a “fare sintesi” tra Orizzonti politico-culturali di Destra,“società reale” e “opinione pubblica”. Per questo, e anche per uscire dalla morsa dell’anti-politica, aldilà del “Movimento”, occorre che il centro-destra sappia mettere mano ad un’organizzazione efficiente, consolidata e credibile, capace di creare opportune “porte girevoli” tra Partito, opinione pubblica e società; per questo, è fisiologico promuovere la dialettica e la democrazia interna del partito onde articolare la necessaria competizione tra le èlites per la conquista dei posti di comando del partito; naturale, quindi, il contributo che Fondazioni etc. potranno dare al Partito (se non sono espressione di “ministerialismo”). A questo punto, a chi (come il Sen. Quagliriello) mette in guardia dal non riconoscere le Fondazioni per non riconoscere Fini, evidentemente si deve opporre un ragionamento politicamente molto più avveduto: il conflitto, la competizione è il sale della democrazia; e del resto, nella Direzione del 22 aprile, Berlusconi non ha negato a Fini un ruolo dialettico nel partito, subordinando, però, il suo riconoscimento come “legittimo avversario” alle dimissioni (dovute) da Presidente della Camera. Certo, se Fini dovesse uscire dalla situazione equivoca in cui si trova, ciò aiuterebbe il PDL a ritrovare una “dimensione normale di partito”, ovvero una fisiologica e salutare dialettica tra una maggioranza interna e una minoranza (e varie “anime” intercettate dalle Fondazioni etc.). E comunque, tali mosse sono fisiologiche, in vista del futuro congresso PDL che dovrà normalizzare il Partito. Per questo, la via della legittimità del partito resta e resterà per Silvio e i suoi l’unica strada maestra per uscire dal “pantano” cui il PDL è stato costretto con lo “strappo” di Fini: non si illuda Berlusconi di uscire da un simile “pantano” politico con manovre decisioniste o manovre parlamentari di tipo “trasformistico” (aggregando Casini, qualche finiano etc.): il vantaggio politico e parlamentare che Berlusconi aveva fino alle elezioni regionali verso i finiani si è, infatti, sostanzialmente esaurito. Dopo le elezioni regionali, certo, Berlusconi, forte del seguito popolare, avrebbe potuto “zittire” i parlamentari finiani con il ricatto delle elezioni anticipate e delle “liste bloccate” (“Se date retta a Fini,  si va ad elezioni e voi non sarete eletti”). A Berlusconi, però, è stata offerta un’unica occasione per valorizzare questo “capitale” politico, la Direzione PDL del 22 aprile scorso; ma in quella sede, non è uscita un’indicazione che imponesse tassativamente a Fini di dimettersi da Presidente della Camera; né Berlusconi, successivamente, si è imposto su questo argomento. In questo modo, malgrado Silvio, la dissidenza finiana si è consolidata e ha mostrato il suo “potere di veto”, prima con l’affaire del Ddl intercettazioni (bloccato alla Camera) e poi con l’affaire Brancher. Come ognuno può rendersi conto, in queste condizioni, ogni arma di ricatto di Berlusconi sui deputati finiani è minima, perché, in fondo, i dissidenti potranno sempre crearsi “benemerenze” utili per essere eletti in altri partiti, una volta esclusi eventualmente dal PDL. Né presenta alcuna prospettiva utile un eventuale “imbarco” di Casini: Casini, infatti, non possiede numeri sicuri alla Camera per rimpiazzare i finiani (quindi, Silvio dovrebbe comunque “comprarsi” qualche deputato amico di Gianfranco). Evidentemente, dopo che si è consolidata la leadership di Fini (pur parzialmente e in modo distorto), è evidente che, per trovare un suo equilibrio, la costruzione PDL dovrebbe essere ancorata ad un asse più pluralistico, meno “monocratico”, con piena valorizzazione della “democrazia interna”. Certo, il rischio più forte oggi è quello di ritornare ad un PDL “correntizzato” simil-DC: dobbiamo, però, renderci conto che o lasciamo le cose come stanno, lasciando che la dialettica Fini-Berlusconi si volga nei circuiti poco ortodossi di oggi (e allora pagheremmo il sicuro dissolvimento della legislatura e del partito); ovvero un qualche riconoscimento degli “avversari” ci deve essere, ma allora si dovrà operare, affinchè sia riconosciuta una cornice organizzativa credibile, che declini tale “dialettica” in senso proficuo favorendo l’apertura del Partito con la Società Civile e favorendo una migliore e proficua integrazione Roma-Periferia. In questa chiave, non si può, poi, ignorare la necessità di intervenire sia a livello di leggi elettorali e di riforme istituzionali. A livello di leggi elettorali, credo, occorra un sereno bilancio ed una serena autocritica che consideri l’efficacia deflagrante che il sistema di voto bloccato, in particolare, ha significato per i partiti. Un tale sistema elettorale, se, da un lato, nel 2008 ha avuto ragione della frammentazione partitica preesistente, ha contribuito a consolidare ulteriormente i partiti come “comitati elettorale del candidato premier” (all’americana): con questo, il voto bloccato ha obiettivamente favorito la disgregazione dei partiti maggioritari esistenti, disarticolandone i livelli centrali (quasi “blindati” nel loro potere per le liste bloccate, pensate per lo più per “blindare” il voto per maggioranze di Governo) dai livelli periferici (vedi nel PD le vicende Serracchiani, Civati etc, e nel PDL l’affaire Fini  e l’attuale querelle sulla “festa del tricolore” di Mirabello). Quadri periferici che, privati della possibilità di influire su Roma per la fine del “voto di preferenza”, hanno manifestato una fisiologica, ma forse inevitabile reazione di “rigetto” e di opposizione: una vicenda che, per altro, presenta una non debole analogia con quanto capitato alle elezioni politiche del 1924, effettuate con la “legge Acerbo” e a “collegio unico nazionale”, la quale dette vita a non pochi e non poco aspri contrasti tra gli organizzatori del “listone nazionale” e i ras locali del PNF. Non dico che si debba mutare il sistema elettorale che pure ha funzionato bene, ma è evidente che, se si intende consolidare il PDL in senso “pluralistico” e “consensuale”, non può quantomeno ignorarsi che, per accompagnare ed ammortizzare meglio un simile percorso politico, può essere opportuno re-introdurre (anche solo provvisoriamente) il “voto di preferenza”. Favorendo, cioè, una migliore integrazione Roma-Periferia, il ripristino delle preferenze può concorrere meglio ad un consolidamento del PDL in termini “pluralistici” e “consensuali” (e se ne avvantaggerebbe anche il PD). Certo, mi rendo conto che un simile assetto rischia di favorire in altro modo l’implosione del PDL, favorendo la formazione di oligarchie di tipo neodemocristiano, con  possibili ulteriori spinte disgreganti sul sistema politico; utile correttivo, comunque, può essere una riforma “presidenziale alla francese” in cui, senza modificare il rapporto fiduciario Governo-Parlamento, si attribuisca al Capo dello Stato un ruolo di premier di riserva: un pungolo utile e formalmente ortodosso per ammortizzare la deriva (sempre incombente) della “correntizzazione” eccessiva e della frammentazione dei partiti. Con questo, non si creda che intendiamo rinnegare o disconoscere quasi 20 anni di presenza politica berlusconiana: Berlusconi con la sua “discesa in campo” nel 1994 è stato tra le più lucide e impegnate avanguardie del “nuovo corso liberale/liberista” della politica italiana (vedi il mio La Destra del futuro … in Arezzopolitica del 16/11/2009). Come noto, infatti, il movimento berlusconiano sorge, da un lato, come moto di  “risposta/scommessa” al vuoto politico lasciato da una classe dirigente (dominata dal “consociativismo” DC-Sindacati-PCI), che non aveva saputo accollarsi in modo trasparente una svolta politica nel segno del rigore monetario; e, dall’altro, come riscoperta dello “spirito liberale” in chiave di antidoto ad uno Stato Sociale che sta razionando massicciamente le sue risorse e si sta avviando ad una “politica degli spiccioli” (sono parole di Margaret Thatcher: vedi Dahrendorf: nel saggio La Libertà che cambia, 1978). Finora, solo il centro-destra ha saputo storicamente recepire ed interpretare con coerenza questa istanza di riforma della politica; per questo, solo il centro-destra oggi è in grado di interpretare un ruolo di vera avanguardia nel processo di modernizzazione della democrazia italiana. Ma per consolidare tale primato, il PDL deve superare le ambiguità e le contraddizioni che fin qui l’hanno contraddistinto (l’ambiguità tra “grande partito” e “movimento di opinione”) e l’hanno reso vulnerabile all’antipolitica: deve diventare quel grande partito conservatore europeo che sogna e che è nel suo potenziale essere. Ma è evidente che il PDL stesso deve agire in modo energico e chirurgico sui fattori di “crisi strutturale” che attualmente colpiscono il partito e di cui la querelle Fondazioni, la querelle Fini-Berlusconi costituiscono espressione più visibile e preoccupante. Tocca a Berlusconi e al suo “popolo” lavorare in questa direzione; e non si sbaglino le mosse!

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