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Cinema d’estate/02)- La Califfa (1970) di Alberto Bevilacqua

LaCaliffadi Giorgio Frabetti-Che cos’è “la Califfa” (1970) di Alberto Bevilacqua? Anzitutto, è un film di enorme successo tratto da uno dei più famosi romanzi del regista, Bevilacqua stesso. In secondo luogo, è la storia dell’industriale Doberdò (Ugo Tognazzi), che, in pieno “autunno caldo” e in piena campagna di scioperi e lotte di classe selvaggi, si innamora di Irene Corsini (Romy Schneider), detta “la Califfa”, una delle operaie più accesamente pasionarie della fabbrica, già vedova di un operaio ucciso dalla polizia durante uno sciopero. Innamorandosi di “Califfa”, Doberdò riscopre le proprie origini operaie e decide di avviare una gestione della fabbrica condivisa Capitale-Operai, ma viene isolato dai suoi pari, fino ad essere assassinato da mani misteriose. Califfa, così, in una tragica circolarità, si trova da sola, proprio come nella scena iniziale che la ritraeva sola, atterrita, a ciglio asciutto vegliare il marito appena ucciso dalla polizia, accompagnata dalla grandiosa, calda, celeberrima melodia di Ennio Morricone. Allora, che cos’è “la Califfa”? Ce lo dice lo stesso regista Bevilacqua in una preziosa intervista che costituisce uno dei “contenuti speciali” di una recente edizione in DVD: “Nel periodo in cui girai “La Califfa”- dice il regista-poeta-scrittore parmense – entrai in contatto con una società legata al regista Fassbinder che offriva consulenza a tutti i registi che intendessero realizzare film su soggetti tratti da romanzi. In quell’occasione, seguì alla lettera la direttiva della Società e costruìi “la califfa” come fosse l’illustrazione, la litografia del mio romanzo”. Questa, dunque, è la cifra cinematografica che contraddistingue il film. A distanza di 40 anni, si può dire che del film “La califfa” resta un film che cattura, che trasmette messaggi di comunione tra gli uomini e di condivisione del dolore e della fatica (Irene è medium essenziale di questa esperienza verso Doberdò), ricorrendo a forme di drammatizzazione che ricordano il melodramma verdiano (”il trovatore”, in particolare) e che, oltre a convincere stilisticamente, garantiscono la godibilità dello spettacolo a qualsiasi tipo di pubblico. Il film è, quindi, un capolavoro di immediatezza cinematografica: non troverete mai nel film nè gli intellettualismi e i culturalismi di maniera che tanto piacevano negli anni 60-70 (alla Bernardo Bertolucci, tanto per intenderci), nè le truci volgarità di film dello stesso periodo che millantavano impegno civile col pretesto di cavalcare truculenze e facili effetti per fare cassetta (vedi il “Girolimoni” di Damiano Damiani del 1972).”La Califfa”, in particolare, riesce nell’intento poetico di rappresentare alcune fondamentali passioni e situazioni colte nel loro lato ELEMENTARE, nella loro essenziale NUDITA’: la passione, il lavoro come riscatto, la cupidigia, la lealtà, l’amore, la fedeltà alla propria terra e alle proprie radici. Raramente, l’ELEMENTARE, il PRIMITIVO sono stati rappresentati con tanta immediatezza e plastica evidenza nel cinema italiano, paragonabile solo a certo grande cinema americano. In fondo, il film ricorre ad un espediente di sceneggiatura semplice, esile, al limite banale, per far deflagrare tanta forza espressiva: una storia d’amore, la storia di una coppia di amanti. Da un parte c’è lei, Irene (“Califfa”, appunto), capace di tirare fuori dal bagaglio di umiliazioni, sofferenze e prove che ha contraddistinto la sua vita una forza TELLURICA di vita  che non è solo sensualità, istintività ferina e animalesca, ma è anche straordinaria forza mitopoietica, visionaria. Quando passa Irene, succede qualcosa, si scatena la vita: qualche volta è la rabbia saccheggiatrice e protestataria, come quando Irene induce le operaie di una fabbrica in fallimento a gettare nel fiume gli elettrodomestici donate loro da Doberdò per “rimediare” alla loro forzata disoccupazione; come quando, per sfidare Doberdò, si chiude in una “camera compressa” dell’altoforno, sfidando l’Industriale a morire soffocato lì dentro; poco prima di farlo innamorare di sé. Dall’altra parte, c’è lui, Doberdò. Non c’è “conversione di classe” che porta Doberdò a innamorarsi di lei e a “fare causa comune” con gli Operai; lui e “Califfa” si incontrano perché tra lui e lei c’è un’affinità profonda, un’armonia prestabilita che li porta naturalmente a comunicare, anche se le convenzioni di classe sembrano dividerli. Doberdò è un “Manrico dell’industria”: è capace di presiedere una riunione dell’Unione Industriali e affrontare un avversario (nella fattispecie l’industriale fallito, Massimo Serato) con l’intemerata lealtà e spirito cavalleresco di un “eroe puro” di un’opera di Giuseppe Verdi (Ernani, Trovatore etc.), fino a farne celebrare i funerali in una città carica di tensioni che sfociano nella sommossa aperta durante il corteo funebre. Allo stesso modo, Doberdò si comporta durante una cena ufficiale degli industriali: mentre tutti gli industriali se ne vanno, appena il ristorante è preso d’assalto da alcuni Operai in rivolta, Doberdò resta, mentre fuori infuria la rivolta e ai vetri del ristorante arrivano le pietrate dei rivoltosi (che sperano evidentemente di colpire anche lui). In quella cena, divide il desco anche Irene, in segno contemporaneamente di sfida e di rispetto per il Padrone. Per questo, i due finiranno follemente innamorati. Certo, non si può a questo punto disconoscere l’eccezionale contributo espressivo offerto dagli interpreti: Tognazzi (Doberdò) e “Califfa” (Romy Schneider): una coppia in cui nessuno (tranne il regista) allora credeva (poichè i due attori arrivavano da esperienze artistiche molto diverse, Tognazzi la commedia e Schneider i fragili plot commerciali di Sissi e dei film con Delon), ma che si rivelò vincente e lasciò una traccia duratura nel cinema italiano. Basta poco, come si vede, per confezionare un piccolo-grande film: “la Califfa” ne è la dimostrazione più chiara.

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