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Cinema d’estate/01- La prima notte di quiete di Valerio Zurlini (1972)

alaindelon4480di Giorgio Frabetti-

Inizierò oggi per 09 settimane fino a fine agosto prossimo, una serie di post dedicati al cinema. Chi scrive non ha l’ambizione di accreditarsi come critico cinematografico; semplicemente, intende condividere alcune “impressioni” su alcuni film italiani e non “fuori dal coro”; piacevoli da riscoprire nel  tempo libero delle vacanze estive, ma utili per mettere a fuoco la complessità di un’arte, come il cinema, di cui va valorizzata la forza “mitopoietica”, aldilà delle finalità “impegnate” cui certa ideologia ha inteso ravvisarvi, la sola vera dimensione e la vera missione del cinema. Una “mitopoiesi” che, aldilà delle ideologie e delle costruzioni teoriche degli intellettuali, ci parla sempre e comunque di noi (de te fabula narratur), del Ns. vissuto, della Ns. storia; e che per questo continua ad interpellarci, sempre e continuamente e contribuisce a consacrare il cinema come la più grande arte nazional-popolare esistente.

La prima notte di quiete-Il Bell’Alain Delon (del 1972), nella finzione il Prof. Dominici, ritorna alla città natale Rimini, dopo tanti anni di assenza: figlio di un eroe della II Guerra Mondiale, vive da sempre con disagio l’ascendenza paterna e il mito “della Patria e dell’eroe” in cui è stato allevato bambino. Per questo, appena maggiorenne, è scappato di casa, è andato all’estero, ha vissuto una vita avventurosa per la quale ha incassato anche condanne carcerarie per truffa e assegno a vuoto. A quasi 40 anni, stanco e svuotato da una vita che si fa greve e pesante, torna a Rimini con il pretesto di un incarico di insegnante nel Liceo locale, insieme alla sua donna, Lea Massari, che l’ha seguito fin lì alla deriva di una vita senza scopo, dopo aver addirittura mandato in fumo un matrimonio. Nella Rimini di allora, il Professore entra in contatto con le inquietudini dei giovani adolescenti del luogo, di cui intercetta le inquietudini e le aspirazioni (siamo in clima abbondantemente segnato dal 68!). Proprio a scuola, fa conoscenza con una ragazza, Vanina, ragazza infelice e disgraziata, con alle spalle un vissuto familiare burrascoso, figlia di una specie di prostituta locale (Alida Valli) che, con ricatti e sottefrugi meschini, ha ipotecato la giovinezza e le speranze della figlia “costringendola” a fidanzarsi con un ricco ma equivoco bullo locale, già suo occasionale amante (Adalberto Maria Merli). Quest’ultimo, tra l’altro, ama, sia pure a suo modo, la ragazza, ma non ne è riamato. Dominici, quindi, si innamora della ragazza: come il Principe Myskin ne L’Idiota di Dostoewskji, in una specie di rigurgito di giovinezza e di purezza d’animo,vorrebbe salvare la ragazza, portarla via dall’ambiente di corruzione che le sta attorno, ma è ambiguamente paralizzato da un profondo senso di inerzia e si trova “spiazzato” dall’amante, che, ricevuta la notizia del suo nuovo amore, minaccia il suicidio. Finchè, mentre Dominici corre verso Vanina (che frattanto ha abbaondonato il fidanzato dopo una pubblica e tragica rissa con Dominici), un incidente stradale spezza la vita del Professore e mette fine ai dissidi: è la morte, “la prima notte di quiete”, ambiguamente invocata dal protagonista, fin dalle prime battute del film. D’accordo, siamo pienamente nel genere “cinema dell’alienazione”: solitudine, incomunicabilità, tanto per intenderci, forse con qualche sspruzzatina di Alberto Moravia (il protagonista Dominici certamente condivide il senso oscuro di inerzia esistenziale degli Indifferenti moraviani). Premetto che non sono propriamente un amante del cd “cinema dell’alienazione”, o di certo cinema introspettivo, magari bello esteticamente ma che, scavando troppo nel personale, sembra chiedere al pubblico un’attitudine più prossima a “novella 2000″ che alla riflessione cd “impegnata”. Ma la prima notte di quiete è tutt’altra cosa: il film convince sia sul versante dei contenuti che sul versante estetico (salvo forse il finale). Veniamo più in dettaglio. Dal punto di vista dei contenuti, colpisce molto la rappresentazione cruda e realistica della Provincia: senza moralismi facili (e scontando anche certo spirito “antiborghese” che indubbiamente ha condizionato il film: siamo nel 1972!), il film è molto efficace nel restituire il ritratto di un contesto sociale decomposto, fatto di ricatti, e di espedienti equivoci, di complicità corrive. Qui, però, è rapprentata non tanto la corruzione della Rimini (o Italia) del 1972, ma la corruzione in generale, ovunque si manifesti, ossia il livello di “pornocrazia” che in tutti i tempi rappresenta al massimo grado la corruzione di una società (vedi la riflessione vichiana ne La Scienza Nuova). Personalmente, sono convinto che  risieda ancora qui il potenziale di “riflessione impegnata” del film: penso, ad esempio, che sia molto salutare la visione di questo film ai giovani di oggi che spesso vivono nella “bambagia” e che hanno perso il gusto di “arrabbiarsi” e di cambiare il mondo; guardino il film, per identificarsi nella rabbia di Vanina e farne alimento propositivo per la vita. In secondo luogo, il film convince dal punto di vista estetico: nella fotografia e soprattutto nel ritmo dell’intreccio che avvince ed organizza gli avvenimenti graduandone la tensione emotiva, fino al tragico finale: soprattutto, utilizzando l’elementare medium del melodramma a tinte forti, il regista Zurlini riesce a dipanare la trama in modo lineare, efficacie e accessibile per qualunque tipo di pubblico senza indugiare (salvo il finale, come vedremo) in quegli intellettualismi di maniera ed autoreferenziali chbe purtroppo hanno molto afflitto questo genere di cinema (vedi I pugni in tasca, Bellocchio, 1965). Il finale è il vero scoglio critico: comprensibilmente, si critica certo “spiritualismo” del film (specie nel dialogo Alain Delon-Giannini) che appare gratuito e fine a sè stesso, e poco coerente con una trama “sanguigna”, comunque turgida di passioni e sentimenti e che sempre più “si carica” di tensione verso il finale. Secondo me, però, questo spiritualismo è una citazione di pretto Cesare Pavese, per l’evidente affinità con i tormenti religiosi testimoniati da “il mestiere di vivere”. Il personaggio di Delon, pur con i dovuti distinguo, è personaggio letterario che non può non richiamare alla memoria proprio  Cesare Pavese, che più gli somiglia. Così la “prima notte di quiete” di Dominici non è che lo speculare de “il vizio assurdo” pavesiano (vedi poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950): un modo di orecchiare il suicidio, sublimato letterariamente e spiritualmente come atto di giustizia, come punizione per un’esistenza dissociata che non ha saputo convertirsi ad una logica di “vita impegnata”. Di qui, il richiamo al tema della risurrezione nel finale: come auspicio che dal negativo di un’esistenza dissociata quale quella di Dominici, qualcuno (il pubblico) sappia raccogliere l’insegnamento e fare … meglio! Va bene, forse questo innesto cinematograficamente non è il massimo; ma basta per togliere al film il crisma del capolavoro? Io credo di no: La prima notte di quiete merita la piccola pena di qualche fastidio!

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