26 giu, 2010
La “finis Austriae” ne “La cripta dei cappuccini” di Joseph Roth
di Giorgio Frabetti- E’ una strana esperienza la lettura de la Cripta dei Cappuccini: ultima opera dello scrittore austriaco Joseph Roth (1938, anno della morte dello scrittore), lo Scrittore che pressocchè programmaticamente ha fatto della rappresentazione della finis Austriae la sua ragione di scrivere (per altro uscito tradotto in Italia la prima volta solo nel 1974 per meritoria iniziativa della casa editrice Adelphi), il romanzo (che racconta la storia dell’ultimo rampollo di una famiglia nobile austriaca, i Trotta) pare più costruito come il racconto di una “discesa agli inferi”, piuttosto che una rievocazione storica classica: non cioè un romanzo “di fatti”, quanto “di atmosfere”: come se l’Austria del “dopo 1918” per Roth non fosse un luogo storico, ma un vero e proprio Regno dei Morti: tipo l’Ade di Enea nell’Eneide, ovvero L’Inferno di Dante. Ad una prima parte opaca, piatta e quasi senza avvenimenti (la vita gaia del protagonista, Trotta, figlio di un borghese reso “barone” e nobile dai meriti del nonno, “l’eroe di Solferino” che salvò la vita di Francesco Giuseppe nella battaglia omonima e l’incontro con il cugino Branco e il vetturino Manes, galiziani, l’uno convenuto a Vienna per riscuotere un’eredità, l’altro per raccomandare al Conservatorio il proprio figlio, per il quale Trotta imbastirà, grazie al Conte Coiniztky, una piccola “macchinazione” con la burocrazia austriaca), segue una seconda parte (quella che tratta della guerra, del primo dopoguerra e del malinconico declino della famiglia Trotta) dall’atmosfera pregna di tenebra, di torbido (e dove effettivamente Roth raggiunge il vertice poetico delle sue potenzialità espressive). Come dimenticare il vetturino, Manes, piccolo borghese galiziano, relativamente agiato prima della guerra, che fa la sua ultima apparizione nei giorni crudeli dei torbidi del 1933, al tempo, cioè, degli scontri di piazza e della morte del Cancelliere Dolfuss, allucinato e assente, come un fantasma dell’oltretomba, impietrito e terrificato perché l’Esercito Austriaco (il suo esercito) ha stroncato la giovane vita del figlio, già promettente musicista, poi promettente agitatore comunista? E come dimenticare la vicenda tormentata del matrimonio del protagonista con l’infelice Elisabeth, succube di un’ambigua relazione saffica con una truffatrice, la Prof.sa Jolanth Szatmary, prima coinvolta un’impresa improbabile di art deco (per spillare denaro alla ricca suocera, la mamma del Protagonista), e poi indotta ad abbandonare marito e figlio, per un’avventura cinematografica ad Hollywood dalle non precisate prospettive? Una storia, quest’ultima, forse un pò incredibile dal punto di vista del realismo psicologico, ma che rende bene un’idea di degrado e decadenza: è assai probabile, cioè, che Roth abbia intenzionalmente ricercato uno stereotipo, dato che, ai tempi in cui scriveva, il mito dell’androginia e dell’ambiguità femminile costituiva clichè molto diffuso nel cinema tedesco di allora (spesso associato a consumo di stupefacenti). E come dimenticare quel memorabile finale, quando una serata qualunque in birreria a Vienna viene interrotta dall’irruzione della Gestapo, che ha appena occupato l’Austria in vista dell’Anchluss? Non è chiaro il vero motivo letterario di questa discontinuità del romanzo, che pure epidermicamente si fa molto sentire: forse che Roth si è disimpegnato nella prima parte e si è acceso nella seconda? Oppure tale discontinuità è intenzionale, voluta? Non siamo critici letterari per rispondere a questa domanda, ma certo è emblematico come nella prima parte ricorra, a mò di leit-motiv, una frase di questo tipo: “La morte stringeva le sue mani ossute nei nostri calici che bevevamo” etc. Questa personificazione della morte, che accompagna pressocchè tutte le azioni del Protagonista e degli amici prima della guerra, è, almeno a mio modesto avviso di lettore, la riprova che Roth intende saldare la frivolezza e vuotaggine della prima parte con la densa tenebrosità della seconda, quasi che la prima parte del romanzo non fosse altro che anticipazione e contraltare (per contrasto) della seconda: in questi termini, quindi, i rapporti di simmetria all’interno del romanzo tornerebbero. Una volta ammessa questa possibile traccia di lettura, però, per dovere di cronaca, dovrebbe poi essere riesaminata (e forse revisionata) la tradizionale opinione della critica circa il presunto realismo di Roth, per collocare lo stile di Roth in un’atmosfera stilistica e poetica più prossima al decadentismo, o meglio, a quell’espressionismo (di marca per lo più tedesca) da lui pure pubblicamente deprecato. Personalmente, ritengo questa seconda lettura molto suggestiva per un romanzo come La Cripta dei Cappuccini; anche perché questa lettura che forse darebbe conto del carattere apparentemente sincopato degli eventi, del suo procedere “per ellissi” (ad es. non è molto descritto il perché Trotta decida di servire come Ufficiale insieme ai Cugini e non con il suo reparto di Ufficiali; così è descritto in modo “troppo rapido” il logorarsi dei rapporti con gli amici Branco e Manes): quasi dei quadretti che si susseguono senza troppa logica apparente e senza quel respiro ampio e descrittivo, tipico dei romanzi del realismo borghese come Balzac o Tolstoj, ad esempio. Eppure sembra proprio che, in questo procedere “sincopato” ed “ellittico” della narrazione, risieda un’intenzionale cifra stilistica dello scrittore, volto ad accentuare negli eventi il senso di “vuoto” ed “assenza” per amplificarne il carattere angoscioso del soggetto e dell’epoca narrati; e la loro universalità (aldilà del contesto di finis Austriae che motiva epidermicamente il romanzo). Vera o non vera che sia questa ipotesi interpretativa, certo questa cifra stilistica è perfettamente leggibile nel finale. Anzitutto, l’ angoscia che la pagina emana è opprimente: il padrone della birreria, dove è avvenuta l’irruzione della Gestapo, si avvicina al protagonista (mentre tutti gli avventori sono scappati): probabilmente sa che le SS lo giustizieranno perché ebreo (l’Autore, con sintomatica reticenza, non lo dice); in un atto estremo di dedizione e servizio verso un vecchio Cliente, il Padrone dice a Trotta di restare, anche se lui abbasserà la saracinesca; il tempo passa, Trotta resta, ma il padrone non torna; Trotta chiama “Franz!Franz!” e, in luogo del Titolare dell’Esercizio, compare il suo cane (pastore tedesco), angosciato e smarrito che ha appena perso il Padrone (personificazione muta dell’angoscia!); angosciato e colto da oscuri presagi, Trotta alza la saracinesca e con il cane (randagi tutti e due ormai!) corre più lontano che può, fino a rifugiarsi nella “cripta dei cappuccini”, presso cioè la tomba degli Imperatori d’Austria. In questa rapida e quasi cinematografica sequenza c’è tutto il senso dell’opera; ma anche l’universalità del suo messaggio: ciò che salva, sembra dire Roth, nel torbido e nel disordine della storia di tutti i tempi, è la memoria delle proprie radici identitarie; come i Padri Penati portati da Enea nell’incendio della città di Troia, Roth ritrova nella Cripta il deposito di convinzioni per mantenere un proprio saldo orientamento nel marasma della storia: l’Austria muore come realtà storica, ma non muore come Ideale: ideale di un’Europa unita nel segno della Cristianità (vedi ultimo discorso del Conte Coinitzky, molto lucido dal punto di vista storico), come simbolo e prefigurazione di un Mondo unito, senza divisioni e nazionalismi; ideale di uno Stato e di una Burocrazia, dove comandare è servire. Un lascito che grazie a Roth e ai cantori della Finis Austriae (vedi Zweig, Musil) è oggi a disposizione dell’Europa e dell’Umanità intera. Il che è come dire: quando nella storia finiscono i momenti belli ed iniziano i momenti bui è la memoria dei momenti belli a poter dare le motivazioni (anche se a livello individuale, non collettivo) per non disperare e per andare comunque avanti, sperando per il meglio.