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Esami di maturità, tra autoreferenzialità e qualunquismo

esamedi Giorgio Frabetti e Federico Mugnai-E anche quest’anno venne il tempo degli esami di maturità: come un rito con cadenza fissa, tutti gli anni i media, gli intellettuali, l’opinione pubblica si danno appuntamento per commentare i temi della prova scritta di italiano; al punto che non è infondato il dubbio che il Ministero della Pubblica Istruzione, quando sceglie le tracce dei temi nelle “secrete stanze”, pensi più all’effetto che le tracce avranno sulle colonne di  Repubblica e del Corriere, piuttosto che sulla didattica delle scuole superiori. Forse non raggiungeremo più gli abissi di grottesca autoreferenzialità degli anni ‘80 (tempi in cui l’intellighenzia radical-chic era più agguerrita e militante: quando uscirono i temi sul “neoguelfismo”, strano “oggetto misterioso” per le giovani generazioni “paninare” di quegli anni, non certo aduse a frequentare Vincenzo Gioberti, né Cesare Balbo!), ma certo non ci si può tuttora esimere dall’esprimere più di una riserva su temi come “le foibe” o come quello su d’Annunzio: temi molto belli, intendiamoci, ma che è lecito aspettarsi siano appannaggio di minoranze ultra-ristrette di ragazzi (un po’ masochisti!) che coltivano quegli argomenti come interessi personali, non di scolaresche intere. Pare proprio che, quindi, il Ministero non sappia proprio abbandonare nella scelta dei temi di italiano il plot dell’autoreferenzialità! Innanzitutto, d’Annunzio: un autore che, aldilà degli eccessi delle cronache mondane, è un vero “caso letterario”, molto più complesso e moderno di quanto si creda, in quanto essenziale punto di mediazione tra l’800 italiano di Manzoni, Verga e Fogazzaro e il ‘900 (italiano ed europeo) di Proust, Svevo e dintorni; ma ci siamo dimenticati che i professori che oggi siedono, per lo più, in cattedra in Italia sono allievi di professoroni che, per obiezione di coscienza antifascista, rifiutavano di insegnare “il poeta soldato”, pur previsto nei programmi? Non ci sono motivi per ritenere che gli insegnanti di oggi abbiano colmato questa lacuna! Lo stesso dicasi, delle “foibe”: chi nega che finalmente le scuole debbano divulgare ai Ns. ragazzi, un po’ apatici e un po’ distratti cittadini del villaggio globale, “di che lagrime gronda e chi che sangue” la Ns. storia politica contemporanea, e quale contributo sanguinario dettero i Comunisti?! Ma è lecito chiedersi: i Ns. insegnanti sono sufficientemente preparati, hanno la sufficiente obiettività storica per trattare temi così spinosi e inocularsi, con la dovuta sapienza, imparzialità, nel curriculum formativo dei Ns. ragazzi? Intendiamoci: possiamo anche parlare di foibe etc. in classe: ma se ne parliamo in senso distorto e fazioso è meglio non parlarne! Autoreferenzialità, dunque; e qualunquismo: si perché pare proprio che da più di 30 anni ormai questo sia il destino delle prove di italiano, spesso superiori alle forze dei poveri studenti, costretti a ripiegare nel “bene rifugio” del tema di attualità (la ricerca della felicità),  inevitabile ricettacolo di banalità e qualunquismo coatto. Certo, ci si può dire, la maturità costituisce tuttora una prova sociale importante, perché aiuta a distinguere i giovani motivati ideologicamente, culturalmente e i giovani ancora acerbi; ad esempio, è verosimile che un giovane impegnato nel PD o nel PDL possa riuscire nel tema sui giovani e politica meglio di uno che ne è fuori e che scrive solo perché … non sa che altra traccia di tema scegliere! Ciò è sicuramente vero, e ciascuno sa come i partiti, le Chiese, l’Associazionismo, lo Scoutismo costituiscano “agenzie educative” essenziali per formare i ragazzi! “Agenzie”, va aggiunto, essenziali ed insostituibili nel permettere ai giovani una formazione umana integrale, mentre la scuola tende più a curare l’aspetto nozionistico ed intellettualistico! Ma se è così, perché non abolire direttamente gli esami di maturità o addirittura le scuole superiori, sostituendole con le sezioni giovanili di partito e dintorni! Ci sia consentito di chiosare: bene, dalle Ns. scuole possono nascere anche dirigenti politici o associativi; ma potrà mai nascere un Leonardo Sciascia, ovvero un Ernst Junger, un Giuseppe Bottai, un Carl Schmitt, un Giano Accame? Ovvero “intelligenze critiche” e scomode, magari, ma veri intellettuali, capaci di “vedere lontano” e aiutare l’opinione pubblica a discernere l’attualità storica senza appiattirsi in pregiudizi conformistici? Noi crediamo di no, sia perché l’intero sistema scolastico e la stessa istruzione italiana risulta mediocre e poco selettiva, sia perché i giovani di oggi sono meno impegnati non percepiscono la loro fondamentale “missione storica” per le sorti dell’avvenire.
Ben venga comunque l’occasione degli esami di maturità per dibattere sulla funzione specifica della scuola: l’educazione alla critica come precondizione “cognitiva” di un’autentica cittadinanza attiva; se è vero come dice il filosofo tedesco Jurgen Habermas che essenziale alla virtù civica di uno Stato Democratico è “la capacità dei cittadini di ascoltarsi l’un altro nelle proprie ragioni” e se è vero, come dice il filosofo tedesco, che l’esercizio della pratica democratica, in un sistema pluralista, esige veri e propri “processi di apprendimento” reciproco delle specifiche esperienze di cui i cittadini sono portatori; diversamente, ogni cittadino diverrebbe una monade isolata l’una dall’altra.  E che i giovani di oggi siano “monadi isolate” perse in un limbo preoccupante è sotto gli occhi di tutti: esiste oggi qualcosa per cui è necessario “combattere” e lottare? Ovvero le istituzioni riescono a coinvolgere i giovani?  Il quadro non è confortante: giovani distratti da troppe “realtà virtuali”, da troppe comodità, hanno perso, soprattutto a causa del 68, la passione rivoluzionaria, dove per rivoluzionario non intendiamo prefigurare giovani “banditi”, ma semplicemente giovani che non si accontentano della realtà in cui vivono, ma cercano attraverso la partecipazione in varie associazioni e gruppi di migliorarla, magari con spirito di sacrificio ed umiltà.  I giovani del “villaggio globale” sembrano invece assenti e disinteressati a qualsiasi cosa che richieda loro sacrificio; preferiscono vivere nel loro mondo narcisista e voluttuoso. Altrettanto inquietante, però, è che questo “materiale umano” sia accolto da una scuola che, abdicando alla sua funzione, non educa più alla critica, alla razionalità. Ora,  senza la critica, senza la razionalità, non si coltivano le sorgenti della democrazia, della virtù civica. Senza una Scuola che funziona, potranno nascere solo consumatori del villaggio globale, non cittadini; ma non possiamo meravigliarci, poi, se su Facebook escono nei teen-eger gruppi e slogans incredibili che inneggiano all’odio (es. inneggianti odio viscerale contro gli ebrei, contro Berlusconi, contro gli handicappati etc.): il sonno della ragione, infatti, genera mostri!

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