16 giu, 2010
Berlinguer, la “grande illusione”
di Giorgio Frabetti- I giorni (dall’08 al 12 giugno 1984) dell’agonia e della morte di Enrico Berlinguer, uno dei Segretari PCI tra i più carismatici (dopo Togliatti), furono un evento mediatico di prim’ordine: le gente stette al capezzale (catodico) dell’Enrico Nazionale come fu al capezzale di Papa Giovanni XXIII nel 1963 e di Papa Giovanni Paolo II nel 2005. Una colossale operazione di marketing politico e mediatico concepita con la regia del PCI al servizio del “socialismo dal volto umano” e dell’uomo che negli ultimi anni ne aveva fatto una bandiera! Note di costume a parte, comunque, a quasi trent’anni dalla morte del Segretario PCI, conviene porsi una semplice domanda: fu vera gloria? Cosa stava dietro al camelot del “socialismo dal volto umano”, dell’immagine di Berlinguer come “Comunista aperto, buono e democratico” (non cattivo, estremista e stalinista), divenuto senso comune presso la Sinistra negli anni successivi (e soprattutto la falsa moneta di cambio con cui il ceto dirigente PCI nel 1991 si è permesso di cambiare pelle, di cambiare nome da PCI a DS, senza mutare piattaforma politico-culturale, nè classe dirigente)? In sostanza, cosa significò per il PCI, per l’Italia l’avventura politica di Enrico Berlinguer? Il politico sassarese, come noto, è rimasto famoso per la battaglia sull’austerità, la “questione morale”, il “governo degli onesti”, la (perdente e demagogica) battaglia sulla “scala mobile” ed ha guadagnato l’attenzione nazionale per aver portato il PCI ad un soffio dall’area di Governo con il IV Governo Andreotti (che ottenne la fiducia quel funesto 16 marzo 1978, giorno del rapimento del leader DC Aldo Moro, rapimento con il quale Berlinguer attestò il PCI sulla linea della più rigorosa fermezza). A 3o anni di distanza, però, si può dire che questa fu solo “acqua fresca”. Il “nocciolo duro” dell’esperienza di Berlinguer, invece, parte più da lontano e affonda radici ben profonde nel tessuto della storia nazionale italiana: Berlinguer, infatti, è di fatto l’ultimo politico italiano ad aver coltivato l’idea che la Nazione Italiana potesse essere fondata entro una “terza via”. Secondo Berlinguer e Rodano tale “tradizione nazionale” si era inverata nel Partito Comunista Italiano e nell’esperienza dell’Unità Antifascista (rotta dal monocolore De Gasperi del 1947 che preluse all’alleanza con PLI, PRI e PSLI di Saragat senza PSI e PCI); ancora oggi, non mancano storici di area ex-comunista (vedi Franco De Felice, ma anche Nicola Tranfaglia) convinti del fatto che, se la storia avesse lasciato lavorare Berlinguer e il PCI (invece di far prevalere la logica “atlantista” di De Gasperi, di Truman e degli altri “oltranzisti atlantici”) l’ Italia sarebbe potuta diventare potenza “terza” equidistante rispetto ad USA e URSS, non condizionata dalla “logica dei blocchi” della Guerra Fredda. Secondo Berlinguer (in linea con Gramsci e Togliatti) il Comunismo rappresentava il massimo livello di consapevolezza/inveramento della tradizione nazionale: per questo motivo, il PCI nel secondo dopoguerra intese la propria presenza politica come “forza egemone”; per questo motivo e solo in questa chiave, possiamo comprendere perché Gramsci e il PCI ritennero di poter realizzare in Italia (e sul suo modello in Occidente) una “rivoluzione comunista” autentica e senza spargimento di sangue, diversa da quella di Lenin, diversa dalla versione grigia e burocratica di Stalin: una rivoluzione comunista, cioè, che sorgendo dalla tradizione viva della Nazione avrebbe portato spontaneamente l’Italia (e sul suo esempio l’Occidente) al Comunismo, per la coerenza dello sviluppo storico, come quando da un albero cade un frutto maturo pronto per la raccolta. Solo in questa chiave, pertanto, si comprende la convinzione (e l’illusione) di un Comunsimo “non violento” e pacifico, capace di farsi carico degli “ultimi” della storia; di qui, si capiscono le speranze suscitate in Italia e in Europa dall’Utopia del “socialismo dal volto umano” di Gramsci, Togliatti e Berlibguer. Complice la convinzione dei comunisti di potersi situare, per così dire, da protagonisti al centro della storia etico-politica italiana, si possono spiegare i toni “razzistici” e giacobini che il PCI usò contro gli avversari della Destra Conservatrice anche cattolica, del tutto estranea e irriducibile alla sua tradizione, considerata dal PCI poco meno che “teppaglia” politica con perenni propensioni perennemente golpistiche (il caso P2 insegna, ma anche l’antiberlusconismo ne è un chiara pendant sia pure degli eredi); e nello stesso tempo, si comprende la particolare particolare attenzione verso il mondo cattolico, con il quale il PCI si paragonava non tanto per vagheggiare un mero accordo di coalizione, ma per accreditare nella Chiesa l’unica Istituzione che avesse precorso il PCI in un progetto di unificazione degli italiani, partendo dalle radici popolari, prima e aldilà della cornice classica dello Stato Nazionale Risorgimentale (nelle cui contraddizioni classiste e politiche stavano le radici del fascismo): questo il senso profondo ed autentico del “compromesso storico”. Ora, non può in questa sede essere sottaciuto che, in questi argomenti, il PCI eredita una tradizione di riflessione sul destino della Nazione italiana che affonda le sue radici molto indietro: ad esempio, nelle suggestioni del cattolico Gioberti (e in parte del gesuita Cesare d’Azeglio): in questo senso, quindi, la suggestione del PCI circa una “terza via italiana” tra USA ed URSS, è in parte la versione aggiornata del sogno coltivato da Gioberti nel 1800 di un’ Italia “terza” rispetto alla “democrazia giacobina francese” e nell’autocrazia di Austria, Russia e Prussia; ma è anche il derivato di una linea di riflessione che ebbe modo di svilupparsi durante il fascismo, quando, specie sulla suggestione della vittoria sull’Etiopia, si fece strada in Mussolini e in molti Gerarchi che l’Italia stesse assumendo una sua posizione nel mondo e che stesse nascere una “nuova Italia”, non nutrita di ideologie (liberali o comuniste che fossero), non nutrita di materialismo, ma nutrita della freschezza delle energie giovani del suo popolo, destinata (questa era la speranza di Mussolini e Bottai) a farsi paladina delle esigenze di sviluppo di altre potenze giovani ed emergenti, specie di quello che oggi chiamiamo Terzo Mondo (cui Mussolini del resto, anche se spesso strumentalmente, dedicò una lucida attenzione; ma attenzione il “terzomondismo” era presente anche nel PCI: ricordiamo Arafat ai funerali di Berlinguer!). Ciò che accomuna questo filone politico-culturale, che costituisce un vero e proprio “fiume carsico” della storia dell’Italia contemporanea, è un modo di concepire la Nazione-Italia in chiave essenzialmente comunitaria e federalista fondato sul municipalismo, sulle “comunità di base”. Se, infatti, si leggono attentamente i Quaderni dal carcere di Gramsci (ma anche opere come Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi), in essi è molto forte la convinzione (e l’utopia) dei Comunisti italiani di poter dar voce ad una sorta di “italia profonda”, l’Italia per lo più contadina, operaia e magari un pò tribale, rimasta ai margini della cornice etico-politica del Risorgimento; una sorta di mito della “nazione spontanea” ed autoctona (la dantesca Italia per cui Eurialo e Niso e la Vergine Camilla morirono “di ferute”, di cui parla Carlo Levi). Ma questo modulo socio-nazionale era presente (prima di Gramsci) nelle principali culture non nazionaliste dell’Italia post-unitaria (cattolici prima e socialisti poi) come argomento critico contro le incompiutezze del processo di unificazione nazionale (e che sarà alla base di gran parte dello sviluppo di molti corpi intermedi dell’Italia: dal movimento cattolico delle Casse Rurali, alle Cooperative socialiste etc.). Il Comunismo di Gramsci e di Togliatti, però, costituisce il più rigoroso e consapevole erede di questa tradizione; e Berlinguer arriva a questo filone politico-culturale grazie alla essenziale mediazione di Franco Rodano, il teorico della Sinistra Cristiana degli anni ’40 (acerrimo avversario politico-culturale di Augusto del Noce). In questo senso, dietro a Berlinguer e al camelot del “Comunista italiano dal volto umano” c’era un backround più vasto del semplice marketing politico-propagandistico. Con Berlinguer questo ideale e questo processo politico giunse alla fase di massimo sviluppo e di massima implosione. Il terrorismo brigatista, che in Italia esplose endemicamente, fu la tomba di tutte queste speranze, lasciando un vuoto politico tuttora incolmabile e spaventoso per proporzioni. Certo, Berlinguer sottovalutò l’estremismo e questa fu la sua maggiore responsabilità: in un primo tempo, ritenne di non dargli troppa importanza per non renderlo forte e per non suscitare la nostalgia in Italia di “soluzioni greche o spagnole”. Berlinguer, però, non si rese conto che le premesse dello sviluppo terroristico erano purtroppo intrinseche nelle aporie e contraddizioni della sua stessa linea politico-culturale: proprio in quel “popolo”, in quella “base” (sottinteso, operaia e comunista) in cui Berlinguer riteneva di aver trovato il novello “buon selvaggio”, il novello “veltro” di dantesca memoria, castigamatti di ogni corruzione “civile”, ebbene proprio quel “popolo” comprendeva il linguaggio del trozkismo rivoluzionario di Bordiga, Secchia (e poi delle BR) e non la “dialettica” berlingueriana (che tendeva a piacere più a intellettuali e ad alto borghesi); e del resto, se guardiamo tutti i più importanti film dell’èra berlingueriana che trattano dell’epopea operaia, comunista e antifascista dell’Italia (tra i tanti, Novecento di Bernardo Bertolucci del 1976) è la figura del Comunista “cospiratore” e “rivoluzionario” ad essere tratteggiata con toni caldi e a riuscire “simpatica”; mentre le figure del PCI ufficiale appaiono grige, spente. L’ambiguità irrisolta tra “via violenta” e “via politica” della Rivoluzione comunista, vera aporia dell’impostazione gramsciana, è alla base nel 1968-69 del “corto circuito” brigatista del 1968-69: il brigatismo, infatti, nasce come “eresia” verso il PCI, nei termini di una revisione ideologica, condotta da Feltrinelli, Curcio, ma anche da “cattivi maestri” come Galvano della Volpe e il primo Lucio Coletti, che sfocia nella rivalutazione del “marxismo-leninismo”, ritenuto più coerente con le premesse rivoluzionarie del Comunismo, contro al “politicantismo” del PCI di Longo prima e di Berlinguer poi, e dell’URSS: tendenzialmente rispettosa delle sfere di influenza di Yalta, “pacifica” e “legalitaria” (sul piano internazionale, vedi accordi di Helsinki del 1975, non sul piano delle libertà costituzionali!) in Europa, rivoluzionaria e trozkista nel Terzo Mondo (Etiopia, Afghanistan). Con una simile politica (tesa a riprodurre, negli “otri nuovi” del socialismo reale, il “vino vecchio” dello ius publicum europeum del Congresso di Vienna nella “doppia misura” usata nel trattare di questioni europee ed extra-europee), l’URSS post-stalinista, in analogo all’Europa ottocentesca, invece di stabilizzarsi, si trovò dal 1960 al 1980 a sbandare tra autoritarismo militaresco sovietico (in Europa) e trozkismo di ritorno (nel Terzo Mondo), senza trovare un equilibrio e trovandosi suo malgrado a favorire gli estremisti (visti in fondo come eredi più legittimi e coerenti del Comunismo internazionale!). Da ultimo, senza questa presupposizione contemporaneamente politico-culturale e geopolitica non si possono davvero comprendere ed interpretare le mosse di Berlinguer ai tempi della “solidarietà nazionale”: come l’uscita a favore dell’ “ombrello NATO” alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, che lì per lì fu interpretata come “strappo” da Mosca. Questa come altre dichiarazioni non erano sintomatiche di una desovietizzazione del PCI, costituendo invece vero e proprio “fumo negli occhi” gettato addosso agli avversari per confonderli e scombinarli. Tali operazioni, quindi, lungi dal far fuoriuscire il PCI dalla linea staliniana-togliattiana fino allora seguita, in parte erano a ritenersi funzionali a ritagliare nel PCI un ruolo do “biglietto da visita di prestigio” dell’URSS presso l’Europa Occidentale (che Mosca non avrebbe potuto disdegnare!), in parte erano da ritenersi una “licenza” che Berlinguer si concedeva sull’alleato sovietico per l’obiettiva situazione di vantaggio geopolitico acquisita dal PCI verso Mosca nel tempo. Berlignier, cioè, incassava i “dividendi” della gestione PCI del dopo- Yalta, in cui il Partito italiano aveva giocato un ruolo insostituibile di stabilizzazione geopolitica nel Mediterraneo, un’area ritenuta da Mosca infida e pericolosa, in quanto caratterizzata dalla dittatura salazariana in Portogallo (con code pro-comuniste tra il 75 e il 76 dopo la stagione del “golpe bianco” del 1974), dalla dittatura franchista in Spagna, dalla dittatura greca dei “colonnelli” (tutte nate anche dalle propensioni estremistiche e giacobine dei comunisti locali), per tacere della Jugoslavia, regno dell’ambiguo e infido di Tito, non allineato (per questo, nè l’URSS, nè il PCI avvallarono mai specie in Italia e nemmeno clandestinamente il terrorismo brigatista!). Troppo convinto della sua forza politica, Berlinguer, ritenendo di poter fare “il buono e il cattivo tempo” con URSS, USA, Governo Italiano e Sindacato, in nome della sua “terza via”, alla fine commise gli stessi errori di Mussolini con Francia ed Inghilterra, cadendo preda di una politica “dell’ambiguità e dell’opportunismo” (NATO, solidarietà nazionale, etc.), che fu letale nel mettere alla berlina la credibilità del PCI e del blocco sovietico davanti agli avversari estremisti: basterà al riguardo ricordare la storica vignetta di Forattini del 1977 (molto odiata dal PCI) che vede Berlinguer in pantofole che segue in Tv la manifestazione degli Operai; segno dell’ambiguità del PCI verso il mondo sindacale, una volta andato al governo con i “padroni” democristiani, in nome della formula (ambigua e bizantina) del PCI “partito di lotta e di governo”. In questo senso, Berlinguer può ritenersi parte integrante di quel processo che Pons descrive come “crisi del comunismo”; un processo di crisi che, però, è anche alla base dello sfilacciamento e della rottura di una linea storica di edificazione del “senso nazionale” dell’Italia, i cui riflessi negativi e perversi siamo a riscontrare tristemente tutti i giorni nella nostra attualità politica, e in particolare nell’abbandono da parte della Sinistra italiana (prima il PCI poi il PD) della matrice solidaristica e comunitaria classica a favore della peggiore cultura individualista, edonista, permissivista, irreligiosa (con dimensioni inquietanti nei giovani!) frutto della peggiore eredità sessantottina: in un PD (già PDS e prima PCI), divenuto “partito radicale di massa” (Augusto del Noce) si attestata lo linea finale ed irrimediabile dello scacco del Comunismo, non solo di Berlinguer, ma anche di Gramsci. Cosa resta oggi di Berlinguer? Certo di Berlinguer resta una speciale “percezione crepuscolare” della Sinistra e del Comunismo italiano; un pò come la RSI di Mussolini, l’èra post-berlingueriana per la Sinistra italiana è stata un’epoca di tante illusioni, tanti miti, tanta euforia e fanatismo, commisti alla consapevolezza di una prossima fine. Un sentimento della fine che rasenta il decadentismo nostalgico (in analogia con le riflessioni dell’ultimo Pasolini) e il catastrofismo apocalittico (Pons), ma che influenza ancora oggi troppa parte dell’opinione pubblica, la quale ha ereditato dal camelot di Berlinguer una visione ideologica, statica e alla fine non veramente critica della realtà politica. Alla fine, gli slogans berlingueriani del “governo degli onesti”, dell’ “unità democratica”, dell’ “unità antifascista” sono un facile Vangelo di “buoni sentimenti”, ma non una cultura politica capace di fare i conti con la storia: il settarismo anti-berlusconiano e lo sproporzionato culto della Costituzione (che rasenta il limite del “fondamentalismo costituzionale”) sono purtroppo il riflesso di una Sinistra che, incapace di elaborare il suo passato, resta ostaggio dei suoi miti e non riesce a guardare il futuro. Evidentemente, la politica italiana ha bisogno di ben altro … “disicanto”!