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10 Giugno 1940: il fascismo al bivio della guerra

annuncio_guerradi Giorgio Frabetti e Federico Mugnai  Corre in quest’anno 2010, il 70° anniversario dell’entrata in guerra (II guerra mondiale) dell’Italia a fianco della Germania contro la Francia e l’Inghilterra, il 10 giugno 1940. Un evento fatale che porterà prima l’Italia alla rovinosa sconfitta, alla caduta del fascismo, successivamente all’occupazione nazista che coinciderà con la più grave guerra civile mai conosciuta dalla Penisola, con la rottura definitiva del tessuto etico-politico e sociale che era stato alla base del Regno d’Italia dal 1861 in poi. Quale l’utilità storica di questa commemorazione? Fu il 10 giugno 1940 il prodotto della vanagloria imperialista di Mussolini che, nel colmo della follia, si era atteggiato a novello Hitler o novello Giulio Cesare? Grazie alla puntigliosa ricostruzione (iniziata da De Felice ma continuata nei successori) delle linee di politica estera di Mussolini, oggi sappiamo che Mussolini fu tendenzialmente machiavellico, ma sostanzialmente realista e non propenso ad atteggiamenti aggressivi gratuiti in politica estera. In particolare, l’intenzione di Mussolini il 10 giugno 1940 era quella di acquisire sì la veste di “potenza belligerante”, ma con la riserva mentale di poter operare come “potenza neutrale”, capace, cioè, di operare (per il presumibile ridotto impiego militare dell’Italia) da mediatrice per la risoluzione degli equilibri internazionali; non a caso, il Duce non dichiarò mai la “mobilitazione generale” e, fin quasi allo sbarco in Sicilia, si attenne ad una linea organizzativa dello sforzo bellico, quasi minimalista se confrontata con i dispositivi di mobilitazione delle altre potenze belligeranti. Questo atteggiamento di Mussolini il 10 giugno 1940 (che risulterà poi fatale) muoveva da due premesse, una di politica estera, un’altra di politica interna. Dal punto di vista della politica estera, deve dirsi che il Duce, nei suoi orientamenti geopolitici e strategici di partenza, non si era mai discostato dagli indirizzi classici impressi all’Italia da Cavour e successori (come del resto delineato da un grande storico come Chabod nel suo La politica estera in Italia dal 1870 al 1914): in un’Italia, proiettata, dal punto di vista geopolitico, sul Mediterraneo e fatalmente costretta al “vicinato” di Francia e Inghilterra che si dividevano il Medio Oriente e l’Africa, Mussolini, in fondo, non mutava granchè ai termini della tradizionale politica italiana di matrice sabauda, portata ad approfittare delle rivalità e divisioni politiche tra Francia ed Inghilterra nel Mediterraneo per strappare volta per volta benefici (come fu al tempo della guerra di Libia etc.) in termini di dominio coloniale (per altro in un quadro strategico che non annullava il predominio franco-inglese). L’unica variante che Mussolini impresse a queste coordinate diplomatiche fu, negli anni ’30, la costruzione di un rapporto privilegiato con la Germania di Hitler (che pure personalmente il Duce avversava come rivelerà dal 1932 al giornalista Ludwig e in vari sfoghi con molti gerarchi fascisti), cercando (fin dal “patto a quattro” del giugno 1934) di sfruttare, in chiave di deterrenza, il revanchismo tedesco contro i vincitori di Versailles per “costringere” Francia ed Inghilterra a trovare nell’Italia il ruolo di necessario freno e mediazione verso Hitler: in questo modo, il Duce sperava di favorire la revisione delle condizioni di Versailles, non solo a beneficio della Germania, ma anche dell’Italia, riscattando così la sindrome della “vittoria mutilata”. E’ rimarchevole, poi, come in questa ottica machiavellica e “realista”, Mussolini abbia indotto il genero Ciano a stipulare il Patto d’Acciaio del maggio 1939: se, infatti, la pubblicistica ha qualificato il patto d’acciaio come patetica e delirante tentativo del Duce di “diventare come Hitler” (associandosi a lui), grazie a De Felice, si è potuto riscontrare che il patto fu concluso per obbligare la Germania a consultare obbligatoriamente l’Italia nelle controversie diplomatiche. Un simile strumento diplomatico sarebbe dovuto servire a Mussolini ad istituzionalizzare nel Duce quel ruolo di mediatore che egli aveva ben dimostrato ai tempi della conferenza di Monaco nel settembre 1938 quando fu superato l’ultimatum di Hitler a Francia e Inghilterra sui Sudeti. Si può convenire che questa prospettiva si sia poi rivelata ingenua (e Grandi, più informato sulle intenzioni di Hitler su Polonia e Romania inutilmente ebbe ad agire sul Duce per disilluderlo); certo, si può escludere che, a livello di intenzioni, in Mussolini gravassero ipoteche imperialiste irrealistiche e “cesaristiche”. Del resto, è da leggere in questa ottica la scelta del Duce per la “non belligeranza” quando Hitler, invadendo la Polonia, costringerà Francia ed Inghilterra a dichiarargli guerra, impedendo così all’Italia qualsiasi mediazione. Oggi, grazie alle acquisizioni storiografiche di Renzo De Felice, si può dire che ancora in questa chiave di mediazione, Mussolini arriverà al “passo fatale” della dichiarazione di guerra soltanto il 10 giugno 1940: con la Francia umiliata, e l’Inghilterra costretta alla rovinosa ritirata di Dunquerque, il Duce era convinto che con un pugno di morti e poche settimane di combattimenti gli sarebbero stati sufficienti per guadagnarsi il diritto di sedere al tavolo della pace dalla parte dei vincitori. Ciò che spiazzò Mussolini fu la determinazione dell’Inghilterra ad andare avanti (il famoso discorso di “lacrime e sangue” di Churchill), accentuando la missione della guerra in chiave ideologica e anti-fascista, oltreché anti-tedesca, e non lasciando quindi spazi di manovra al Duce che, dopo le prime gravi sconfitte della fine del 1940 (Grecia, Taranto e Africa Settentrionale) non potette più portare avanti la “guerra parallela”, utile all’Italia per “smarcarsi” dalla Germania e, continuare a guerra conclusa a ricoprire un ruolo di potenza e prestigio in Europa. Come dicevamo in apertura, un’altra motivazione che portò Mussolini al “fatale discorso” furono gli umori della borghesia italiana, nel giugno 1940, molto ben disposti verso una Germania che, mettendo in sesto un colpo senza precedenti, era riuscito a mettere in ginocchio la Francia, aggirando la (apparentemente inespugnabile) “linea Maginot”, simbolo dell’apparentemente inviolabilità degli accordi di Versailles. Quanto per Mussolini fossero importanti gli “stati d’animo” della folla è cosa abbastanza nota per tornarci su; certo, però, questa volta il Duce non trovò davanti a sé (come ai tempi del 03 gennaio 1925) un’ opinione pubblica borghese docile e “arrendevole”, ma un’opinione pubblica più instabile e volubile negli umori, che, colta, dopo l’euforia iniziale, dai bombardamenti e dalla dura realtà della guerra, si demoralizzò e soprattutto (quel che è peggio) trasmise via via le proprie inquietudini ad un regime che, dopo anni di paziente e pacifica convivenza tra le sue varie anime ed interessi, cominciò a sgretolarsi, via via che l’Italia incassava sconfitte e non riusciva ad uscire dallo stallo di una guerra che da breve stava diventando lunga, minando (e questo è gravissimo) la compattezza del “fronte interno”, in un momento tanto grave come la guerra. Con la guerra, il regime entra in una fatale crisi di identità: De Felice, al riguardo, è molto lucido nel rilevare come, ai tempi della II Guerra, tutte le contrapposizioni fino allora sopite tra le componenti del regime (Partito-Stato, Partito- Esercito etc.) venissero a galla con un’evidenza sempre più grave e sconcertante, disarticolando il regime: pensiamo alla polemica Serena-Tassinari sull’annona, settore-chiave della guerra, alla polemica “sui giovani” che destabilizzò la Segreteria PNF nel crinale decisivo 1941-42, contribuendo a fiaccare quella che finora era stata una riserva di consenso essenziale per il regime, i giovani e gli Universitari in generale. Fino agli scioperi del 1943 nelle fabbriche del Nord, quando, destituito Senise, il successore di Bocchini, capo dell’OVRA deceduto per incidente nel 1940, fu assolutamente chiaro che Partito, Sindacati e Polizia, presi dall’isterismo e condizionati dalla recrudescenze estremistiche all’interno del PNF, non erano più in grado di gestire l’ordine pubblico tutto sommato con l’equilibrio e la sapienza politica che li aveva fin lì contraddistinti (pur nella repressione anche dura degli avversari politici) dal teppismo e dal velleitarismo squadrista “alla Farinacci”. Così si gettarono le premesse della fine di Mussolini il 25 Luglio 1943. A conclusione di questo discorso, vale la pena constatare una strana circolarità all’interno della storia del fascismo: il regime, nato con la contrapposizione “regime”-Farinacci al tempo del Delitto Matteotti, si concluderà il 25 luglio 1943 con la stessa contrapposizione riprodotta in seno al Gran Consiglio e con un Farinacci nella stessa posizione di disturbo sulla via di una “normalizzazione” (di una “normalizzazione” costituzionale nel 1925, di una “normalizzazione” della politica estera nel 1943, quando addirittura lo Stato Maggiore vedrà in lui una “quinta colonna” tedesca). In fondo, però, il tatticismo di Mussolini e il vuoto teppismo di Farinacci, costituivano l’alfa e l’omega del fascismo: il fascismo, che era nato dal “trincerismo”, che si considerava l’erede ideale del Risorgimento italiano e della tradizione romana (in senso lato)e latina dell’Italia, alla fine esauriva il suo dinamismo in un attivismo, che (anche quando porterà a importanti riforme e trasformazioni) era tanto retorico e trionfante nella forma, quanto vuoto nelle prospettive e negli obiettivi finali (“l’azione per l’azione” come eloquentemente Augusto del Noce descriverà l’essenza del fascismo ne Il problema dell’ateismo, facendo il verso alla voce “fascismo” di Mussolini- Gentile, pubblicato nella Treccani): un movimento che aveva generato grandi speranze, che coltivò e nutrì speranze, ma che alla fine, forse per aver intercettato troppi umori, forse per aver cercato di piacere a tutti, a troppi, non riuscì ad unire la Nazione e non resse, quando si trovò costretto a scendere dal piedistallo della retorica e del trionfalismo per fare i conti con la propria realtà, con i propri errori, con le proprie contraddizioni insolute. Chi dolorosamente e lucidamente si rese conto di come la guerra fosse un vero e proprio “banco di prova” per il fascismo fu Giuseppe Bottai che, contrariamente all’opinione corrente che vuole vedere in lui una sorta di “antifascista occulto”, colse in pieno le potenzialità politiche della guerra (come occasione di vera unificazione e di rinnovamento nazionale, come in fondo anche Mussolini sperava), ma che dovette presto ricredersi davanti all’immaturità del Regime, del Paese e della borghesia stessa: in effetti, con la guerra le contraddizioni fatali del fascismo esplosero, dividendo insolubilmente quella parte che lo aveva sostenuto soprattutto per opportunismo, per difendere i propri privilegi (e che dopo il 25 luglio 1943 farà a gara o a tacitare il proprio consenso al fascismo o a distinguere la propria posizione), dalla parte di borghesia che aveva trovato nel fascismo quel generico un “avventurismo dannunziano”, tanto eccitante finchè non si scontrò con la prova della guerra, senza esprimere una classe dirigente davvero consapevole dei propri doveri e della propria missione storica. La catastrofe della guerra ha distrutto per sempre le fondamenta del fascismo, ma ha lasciato intatte varie problematiche riguardanti l’Italia, cui noi tutti siamo chiamati, con profondo spirito civico e solidarietà nazionale a dare il nostro contributo per risolverle.

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