24 mag, 2010
Walter Tobagi, giornalista morto per la verità sul terrorismo rosso- 30 anni dopo
di Giorgio Frabetti- Il 28 maggio prossimo ricorrono i 30 anni della morte di Walter Tobagi, allora Presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, autorevole penna del Corriere della Sera, dedito alle cronache del terrorismo rosso, di cui fu lucido e intelligente analista, tra i migliori del tempo: uno zelo di verità che pagò con la morte in una piovosa mattina a Milano per mano del sicario Barbone della Brigata XXVIII marzo (poi pentitosi), tra lo strazio e la costernazione dei passanti, della famiglia e degli amici che accorsero. Fu Tobagi l’ennesima vittima della logica del “colpirne uno per educarne cento”? Di fatto sì, e non è un caso che la sua morte avvenga in un anno, il 1980, caratterizzato da una tremenda escalation di azioni terroristiche truculente, dalla morte di Bachelet, alla morte di Guido Galli, al sequestro d’Urso, al sequestro (e poi la morte) del fratello del “primo pentito BR” Peci: in quel periodo, la “bestia brigatista” è ferita, paga i primi colpi inferti all’organizzazione dal Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, dai primi pentimenti e delazioni e paga la “terra bruciata” che il PCI di Berlinguer gli ha tessuto attorno (temendone la competizione e temendone la tremenda portata frazionista all’interno della Sinistra, oltreché la crudezza dei metodi). Senza contare la competizione esercitata attorno alle BR dai Gruppi piccoli (come la Brigata XXVIII marzo, o come Prima Linea), per lo più sbandati, senza il radicamento organizzativo, militare e dottrinale delle BR, tesi a contendere l’attenzione dell’opinione pubblica con delitti gratuiti e sensazionali: anche Tobagi (come il Giudice Alessandrini, quindi) pagò con la vita il bisogno di protagonismo di queste sette estremistiche imbevute della delirante ideologia comunista! Un breve stralcio degli articoli di Tobagi basterà a rendere chiara quanto grande fosse la sua lucidità di pensiero e la sua modernità nel comprendere non solo le dinamiche intrinseche al terrorismo in generale (per equanimità bisogna dire che come si occupò dei “rossi”, si occupò anche dei “neri”) ma anche i motivi del particolare radicamento di quello rosso, favorito, in questo dalla miopia di una borghesia (specie milanese quella stessa borghesia che inneggerà al crucifige contro il Commissario Calabresi) che, in nome di un falso spirito libertario, era stata troppo indulgente e permissiva : “Se si vanno a rileggere adesso i documenti e i giornali di allora –scrive Tobagi, riferendosi ai primi anni 68-69 dei “conati” estremistici –si vede che i germi del Partito Armato c’erano ed erano espliciti. Solo i pregiudizi ideologici impedivano di rendersene conto. E’ uno dei tanti album di famiglia che bisogna sfogliare, se si vogliono capire le radici vere del terrorismo italiano: è l’album di una certa borghesia ed intellettualità sinistrese che non credeva alle parole scritte, si illudeva che i reduci più arrabbiati del ’68 si accontentassero di giocare con gli slagans rivoluzionari. E nello stesso tempo attribuiva covi e prigioni del popolo alle perfidia di un potere cinico interessato a spaventare l’opinione pubblica con il gioco al massacro degli opposti estremismi. […] Sono sette anni che viviamo così: prima spaccavano le porte, adesso spaccano i cervelli! Ma lo spirito non è diverso”. Con queste dichiarazioni, Tobagi accusava, da un lato, la Sinistra “salottiera” e borghese (specie milanese) che, nella fregola di “essere à la page” (e tra il 68-69 essere à la page voleva dire essere marxisti o pro-marxisti), non si era accorta che stava allevando veri e propri … “mostri” in casa propria (su questa scia, si colloca, su un diverso orizzonte la polemica tra Indro Montanelli e Camilla Cederna, accusata quest’ultima, dal grande “toscanaccio” di posare a marxista perché irresistibilmente attratta dai capelloni rivoluzionari … per “l’afrore delle loro ascelle”!); dall’altro, Tobagi metteva il “dito nella piaga” di una controversia allora molto acuta nel mondo comunista tra l’ortodossia “politicista” e burocratica del Comunismo di URSS e PCI (teso a conservare le strutture di partito e gli apparati militari e geopolitici conquistati con la guerra e il Patto di Varsavia, ma in un’ottica di conservazione dello status quo in Europa, che culminerà con gli accordi di Helsinki nel 1975) e l’eterodossia cinese, propensa a valorizzare l’estremismo e la lotta armata: una contrapposizione che riproponeva la controversia degli anni 30 tra il Comunismo d’ordine di Stalin e Berja e il Comunismo come “rivoluzione permanente” di Trozky e compagni. In realtà, oggi gli storici (vedi Pons nel suo pregevole Berlinguer e la crisi del Comunismo, 2005) sono consapevoli che questa controversia alla fine agevlò solo gli estremisti: non solo perché, nonostante le scomuniche, gli estremisti erano i soli in grado di esprimere una residua vitalità del Comunismo, specie nel Terzo Mondo (vedi Etiopia), quanto perché erano i soli ad esprimere il Comunismo per quello che realmente era, una forza ideologica, violenta, sovvertitrice e rivoluzionaria. In Italia, poi, il Partito Armato (rosso) esplodeva come “nemesi” della “doppia morale” togliattiana prima e berlingueriana poi: la “nemesi”, cioè, di un PCI che prima, per conquistare potere ed influenza, aveva non solo tollerato, ma ampiamente utilizzato gli estremisti “marxisti-leninisti” (specie Secchia) segnando episodi tra i più cruenti della storia d’Italia (vedi omicidio di Giovanni Gentile, eccidi delle foibe), salvo poi “scaricarli”, quando la loro presenza diventò ingombrante per le combinazioni politiche e parlamentari del PCI nei “piani alti” del Palazzo Italiano (prima i Governi del CNL tra Togliatti e De Gasperi, poi con i “governi della solidarietà nazionale” per Berlinguer). La voce di Tobagi era perciò lucidissima, in quanto anticipava di 30 anni un giudizio sul quale ormai la storiografia più lucida è attestata; curiosamente, anche oggi, in non pochi settori intellettuali della Sinistra prevale ancora la reticenza (vedi storici come Tranfaglia o Franco De Felice): anche dopo che le BR sono state scoperte, cioè, la Sinistra non accetta del tutto che esse (come onestamente aveva detto Rossana Rossanda nel Manifesto) facciano parte dell’album di famiglia (che è poi il filone leninista e poi trozkista di Bordiga prima e Secchia poi): si parla di inquinamento e manipolazione di “compagni che hanno sbagliato” da parte dei “servizi deviati”, si indugia allo solita teoria del “complotto P2” (e Gladio), ma non si vuole accettare come la scelta estremista sia non solo radicale, ma perfettamente consequenziale all’orizzonte ideologico marxista e comunista: Tobagi l’aveva capito e in questo era naturalmente uno “scomodo”. E un isolato: come insegna Falcone per la mafia, il terrorismo colpisce gli uomini dediti alla causa dello Stato e della legalità che lo Stato (e l’opinione pubblica) non hanno saputo difendere: questo è stato certamente il caso di Walter Tobagi, trent’anni fa esatti.