8 mag, 2010
Il vino nuovo della politica nell’otre vecchio del conservatorismo. Sulla “rivoluzione neoconservatrice” di Cameron
di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai.
La vittoria (a metà) dei Conservatori di David Cameron in Inghilterra rappresenta una interessante svolta sul piano politico inglese ed europeo; non si tratta infatti solo del ritorno dei Conservatori al Governo ( fuori da 13 anni, dopo un regno quasi incontrastato iniziato dal 1979 al 1997 con l’apogeo nell’èra Thatcher), ma anche per la rimarchevole e nuova piattaforma politico-programmatica con la quale i Conservatori si presentano. Dopo un ventennio di avanguardia “neo-liberista”, i conservatori inglesi si sono scoperti “attenti al sociale” e “comunitari”. Un grande ed acuto osservatore coma Marcello Veneziani (Il Giornale, oggi) ha esemplarmente riassunto questo nuovo profilo della Destra conservatrice inglese: “Le tre principali differenze rispetto ai conservatori del passato sono assai interessanti per noi europei perché sembrano provenire dal nostro continente. La prima è la svolta sociale del conservatorismo, il progetto riformatore, la convinzione che lo Stato debba garantire maggiore giustizia sociale, più qualità alla scuola pubblica, controllo dell’anarchia finanziaria, dopo le follie prodotte dal mercato. Una svolta rispetto alla tradizione conservatrice inglese e rispetto al liberismo della Thatcher; ma una svolta che riannoda i conservatori britannici alla tradizione cristiano-sociale, gollista e di destra sociale europea. Da noi una svolta analoga l’ha fatta Tremonti, passando dal liberismo a una visione sociale dello Stato, critica verso il mercatismo e rafforzata dalla difesa della tradizione. La seconda novità rispetto ai conservatori è l’interesse per l’ambiente, la difesa della natura dal degrado e dall’inquinamento, la visione di un eco-conservatorismo che toglie finalmente il monopolio verde al velleitario ideologismo radical e lo coniuga al realismo dei conservatori. Il terzo tema nuovo e forte è l’idea di comunità, tema centrale della nuova destra europea. Un’idea forte, che consente da un verso a Cameron di svoltare rispetto all’individualismo dei conservatori o all’idea popperiana della Thatcher che la società non esiste, esistono solo gli individui. Ma dall’altro verso l’idea comunitaria permette a Cameron di riprendere in modo nuovo la difesa dei legami territoriali, l’identità nazionale, le tradizioni inglesi, le radici cristiane della nazione, la famiglia, che è al centro del discorso di Cameron, la politica per l’infanzia e la tutela del matrimonio; qui si innestano alcune aperture di Cameron, anche discutibili, come i Pacs per riconoscere le coppie omosessuali”. Naturalmente la discussione si è aperta sulla portata di questa “rivoluzione conservatrice” in senso ai tories inglesi. Personalmente, crediamo che parlare di “rivoluzione” sia inesatto, meglio parlare di “aggiornamento” semmai della Destra inglese. Anzitutto, il “comunitarismo” di Cameron attesta in modo più evidente la continuità fondamentale della sua proposta politica con la lezione “laica” (non ideologica) e pragmatica burkiana, nel cui ambito “i corpi intermedi garantiscono le libertà, non la Libertà con la L maiuscola della Rivoluzione Francese” (vedi Quarantotto-Prezzolini, Intervista sulla Destra, Mondadori, 1977), Chiariamo subito che esiste una vasta tradizione “comunitaria” nella Destra Europea, anche continentale e non inglese: anzitutto, non possiamo dimenticare il ruolo centrale rivestito da “famiglia, municipi,provincia” nella teoria di Bonald, ma anche di De Maistre, essenziali per il rilancio dell’appartenenza sociale e politica, destrutturata (secondo lo scrittore savoiardo) dall’invadenza statuale dello Stato dell’ancième regime, spazzato poi via dalla Rivoluzione del 1789. Un tema, per altro, su cui significativamente ritorna lo stesso Tremonti ne “La paura e la speranza”, del 2008, indicando la riscoperta della partecipazione comunitaria, l’antidoto contro una crisi economica che è venuta a cadere e coincidere con la forte crisi dei valori indotta dal consumismo (e dalla dissoluzione indotta da lui nei rapporti sociali). E’ comunque curiosa la “circolarità della storia”: come ai tempi della Rivoluzione francese, alla spinta della diffusione europea e mondiale dell’Illuminismo e dello spirito della Rivoluzione, si accompagnò la riscoperta delle Nazioni, così negli ultimi anni, dopo l’esaltazione del “mercato globale” e della “fine dello Stato” e “della storia”, è subentrata la riscoperta del comunitarismo e dei “corpi intermedi” : pare, proprio, che gli ultimi secoli siano come un pendolo che oscilla continuamente tra tendenze all’Universale e tendenze al Particolare! Molto significative e illuminanti, al riguardo, come lezione sullo scacco della versione recente dell’Universalismo globalista, sono le parole di Luca Baccelli (politologo non certo di destra), il quale nella sua opera “Critica del repubblicanesimo”, Laterza, 2004 ebbe a dire sui recenti processi di devoluzione della politica economica a organismi sovranazionali come UE e WTO: “Quanto più il luogo della decisione politica si allontana dai singoli cittadini, tanto più tendono a prevalere logiche tecnocratiche e decisioniste, da parte di agenzie pubbliche, ma soprattutto prive di legittimazione democratica”. In queste parole, c’è tutto lo scacco dell’ideologia post-comunista e post-socialdemocratica che ha creduto di aggiornare il proprio bagaglio “internazionalista” facendosi sostenitrice entusiasta dei processi di globalizzazione, senza comprendere che, così facendo, “suicidava” le ragioni della vera democrazia. La globalizzazione è stata per la sinistra europea post-comunista l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi dopo la fine dell’illusione comunista; si è immaginata l’Europa adeguata a una norma cosmopolita, omogenea e funzionale alla globalizzazione, ripercorrendo da una strada secondaria il marxismo. Ci si è dimenticati (e non solo a sinistra, ma anche in taluni casi a destra, più per fede nel mercato che non nella globalizzazione) come afferma Ernst Nolte che “l’uomo trascende gli ambienti particolari ma non dovrebbe trascendere i limiti ultimi che sono le grandi culture e, forse, le nazioni; l’uomo senza limiti non è più uomo.” Nel vuoto e nell’incapacità della Sinistra di esprimere un’idea dell’appartenenza “calda”, la Destra “comunitaria” ha avuto buon gioco nel guadagnare spazio politico ed elettorale. Se poi leggiamo le parole di un altro, grande conservatore come Giuseppe Prezzolini, siamo ancora meno autorizzati a ravvisare nel “profilo riformista” di Cameron un segno di rottura con la tradizione conservatrice: “Il vero conservatore- dice Prezzolini nel Manifesto dei Conservatori, Rizzoli, 1972, non si confonde con i reazionari, i tradizionalisti, i nostalgici. Il suo fine è ‘continuare mantenendo’, non di ripetere esperienze fallite o esaurite. Sa che ai problemi nuovi, occorre dare risposte nuove, ispirate però a principi permanenti”. Crediamo che queste parole esauriscano ogni valutazione possibile: si sa che il “fatto nuovo” degli ultimi anni è la crisi, ma il “mercatista” che ha sorretto la politica europea dagli anni 90 in poi e che costituisce la causa dei pesanti postumi sociali della crisi finanziaria attuale: è fallita, cioè, l’idea che, lasciando fare alla “mano invisibile” del mercato, i redditi e la ricchezza si sarebbero distribuiti da soli e con equità e non ci sarebbe più stato bisogno dello Stato Sociale. Viceversa, la globalizzazione ha prodotto la selvaggia “finanza creativa” dei mutui sub-prime e la crisi generalizzata; è naturale, quindi, che se negli anni 70-80 forti iniezioni di liberismo avrebbero potuto lubrificare un’economia industriale e fordista in crisi, oggi è attuale correggerne gli eccessi ritrovando la sede politica come istanza di moderazione e di gestione se non del mercato (tesi socialistica decaduta irrimediabilmente) almeno delle conseguenze e delle emergenze sociali indotte dalla globalizzazione: strada sui cui pare muoversi anche Cameron. La lezione è sempre comunque (così pare) quella di “gestire il divenire (il mutamento) con riferimento all’essere (a ciò che non muta). In conclusione, Cameron non farebbe altro che rimestare il “vino nuovo” dell’attualità politica contemporanea negli “otri vecchi” della tradizione politica conservatrice: inglese e non.
L’argomento è stato oggetto di abbozzate discussioni tra me e Federico in senso storico-culturale, quando scrivemmo a marzo l’articolo sull’Unità d’Italia (la cui composizione lunga e difficoltosa risentiva del sovrapporsi di queste complesse problematiche di attualità). In quell’articolo, riconoscemmo che i “corpi intermedi” funzionano in Italia abbastanza bene (famiglia, Chiesa, piccole imprese); possiamo dire che in alcuni casi funzionano “troppo bene”, se mi passi il termine, perchè purtroppo, in Campania, Calabria, Sicilia, ci sono organizzazioni che suppliscono totalmente lo Stato. In questi termini, io non credo che in Italia una destra “comunitarista” possa svolgere una funzione “passiva” verso i corpi intermedi (un pò come teorizzato dal grande giurista Santi Romano): cosa che avverrebbe se il comunitarismo della Destra si sposasse in toto una linea di “sussidiarietà verticale/orizzontale”, almeno nei termini a senso unico con cui è stata intesa negli anni 90 (delega ai privati il più possibile!). Io credo che il “comunitarismo” in Italia debba declinarsi in senso “nazionale”, ovvero come riscoperta del ruolo dello Stato non tanto come religione civile o culto (alla maniera risorgimentale), quanto come “assicurazione sul futuro” per la continuità del progresso sociale e civile (le parole sono di Carlo Galli, giornalista di ‘Repubblica’ ma che qui sottoscrivo, nonostante la diversità di orizzonte politico culturale). Deve ritrovarsi, cioè, la consapevolezza dell’importanza del “contratto sociale” non come sede di difesa di interessi privati dallo Stato (cui porterebbe una “sussidiarietà” strumentale e a senso unico), ma come sede per consentire alla Nazione di investire sul suo futuro, sui suoi talenti umani, sociali, economici etc.: in cui acquista senso e valore la lotta contro la criminalità e contro le distorsioni del mercato (o del Welfare)che penalizzano eccessivamente donne e giovani etc. Mi rendo conto che, detto così, il discorso può apparire qualunquistico e rinvio al post sul Risorgimento scritto da me e da Federico in cui si esprime con maggiore approfondimento questi concetti. Io credo che una destra non possa non fare proprie le parole di un Piero Gobetti (sottoscritte da Prezzolini nel ‘Manifesto del Vero Conservatore): “Un partito conservatore poteva compiere in Italia una funzione moderna, indirettamente liberale, in quanto facesse sentire la dignità del rispetto della legge, l’esigenza di difendere scrupolosamente la sicurezza pubblica e l’efficacia del culto della tradizione per fondare nel Paese una coesione morale”. E’ vero che queste parole oggi sono utilizzate da Flores d’Arcais e dal “popolo viola” come grimaldello antiberlusconiano; ma se le estrapoliamo dagli usi faziosi del “popolo viola”, queste sono essenziali nel denunciare un deficit di “senso dello Stato”. Non voglio tanto dire (alla Di Pietro) che in Italia manca il “senso dello Stato”, perchè c’è un problema di stretta legalità nell’azione pubblica e privata; dico che esiste un deficit di “socializzazione politica” (il termine è di Habermas), ovvero manca in Italia la consapevolezza che lo Stato è un “investimento sul futuro” di tutti ed è qualcosa di diverso e di più
dall’appartenenza alla famiglia, al gruppo di interesse, alla Chiesa etc. Secondo il mio modesto giudizio, il PDL abbisogna di avviare una “riflessione impegnata” (Nolte) su questi argomenti, oggi declinati in un legalismo troppo caporalisco e riduttivo, oppure (da parte di destra) di un’elaborazione che risente ancora troppo del “riflesso condizionato” della polemica politica e giornalistica immediata. Ma credo che da qui solo (almeno questo è il mio modesto parere) possa partire la via per una destra italiana conservatrice in senso moderno. Scusate la prolissità, che forse avrebbe richiesto un altro articolo.
Complimenti a Giorgio e Federico per l’analisi degna di un editoriale del Times.
Ciò che più mi interessa capire a questo punto è come queste macro-tendenze europee verso una appartenenza calda, questo pensiero lungo verso una Destra comunitaria “aggiornata” che sembra riscuotere le simpatie non occasionali dell’elettorato europeo, si possa tradurre in progetto politico per l’Italia.
Il quadro da noi, rispetto alla situazione inglese, è reso ancora più complesso dal divario nord-sud che dall’unità d’Italia ad oggi non solo non si è colmato ma si è addirittura approfondito con una perdita netta di sovranità dello Stato nazionale a favore di uno stato parallelo che controlla realmente il territorio.
In questo Paese il valore aggiunto prodotto dalle regioni ricche del Nord finisce nel circuito dell’illegalità al Sud con il doppio risultato negativo di non alimentare lo sviluppo e di ingrassare le mafie.
Serve una stagione di riunificazione o meglio di rifondazione nazionale sulla base di un nuovo patto costituzionale tra territori più che tra forze politiche. Forse la strada giusta è un federalismo responsabile.
Chi potrà darcelo? La Lega certamente sarà una forza determinante in questo processo che peraltro, vedo ineluttabile.
Ma non solo.
Serve un PdL che si sia chiarito le idee al suo interno e serve persino una sinistra che accetti la sfida di una nuova stagione costituente condivisa come quella del ‘48.
Ma da dove si ri-comincia?
Forse fra tre anni, da Tremonti Capo del Governo con Fini Presidente della Repubblica?