6 mag, 2010
E Fini non si dimette …
di Giorgio Frabetti-A quasi due settimane dallo “strappo” del 22 aprile, credo non possano non fare specie le mancate dimissioni di Fini da Presidente della Camera. Come interpretare ciò? Certamente, la permanenza dell’ex leader AN alla “terza carica dello Stato”, nonostante le accalorate richieste di dimissioni di Berlusconi ha il sapore di una mancata “garanzia di lealtà” verso il Partito da parte di Fini. Una cosa credo sia certa: questa situazione non giova alla stabilizzazione del PDL dopo le recenti “tempeste”; con queste premesse, infatti, c’è più di un elemento per ritenere che proprio il Gruppo Parlamentare possa diventare il “tallone d’Achille” non solo della maggioranza berlusconiana, ma anche della continuità del “progetto PDL” di sintesi tra Berlusconiani e finiani. Finora, il Gruppo Parlamentare è stato “plasmato” da Berlusconi, con le liste bloccate; la “dialettica interna” è stata bloccata dal continuo ricorso al “voto di fiducia”. Berlusconi ha cercato un ceto di Parlamentari plasmabile, manovrabile secondo i desideri del Capo; ora, questo parlamento rischia di diventare per Silvio un’handicapp’. Modestamente, prevedo che, se il PDL (ma specie il “Popolo” degli iscritti) non esprimerà un segnale forte nel senso della continuità della proposta politica, questa “massa parlamentare”, un pò per le polemiche finiane, un pò per lo ’stato d’animo’ del declino di Berlusconi (di cui è quasi certa la mancata presentazione alle prossime elezioni politiche per evidenti ragioni anagrafiche) diventerà una truppa sbandata pronta a vendersi “al primo che passa”, per conservare il posto e garantirsi la rielezione: non è da escludere con una diversa maggioranza (magari antiberlusconiana). Come noto, le “teste di legno” seguono il capo, finchè questo è forte; ma quando questo da segni di debolezza …. sono dolori! Ora, c’è da chiedersi: è in vista di questa previsione di un prossimo “sbandamento” della “massa parlamentare” PDL la ragione per cui Fini non ha ancora dato seguito all’invito di Berlusconi e non si è ancora dimesso da Presidente della Camera? Il punto della discussione, quindi, resta sempre lo stesso: in quale direzione si consoliderà, prenderà corpo l’attuale fase di “smarcamento” di Fini verso Berlusconi? Parliamoci chiaro: la competizione, il ricambio delle èlites è il sale del gioco politico ed è il solo lubrificante che rinnova i partiti: non mi scandalizza la competizione politica in sé e nemmeno l’eventuale competizione di Fini con Berlusconi. Il punto, però, da chiarire è se Fini punti alla continuità/rinnovamento del PDL, ovvero metta in conto la sua dissoluzione, per ritagliarsi una fetta di rendita di potere, una specie di “cuccia” nel sistema politico. E’ difficile entrare nella testa e nelle intenzioni di Fini; è difficile, però, sfuggire all’idea che Fini, restando alla Presidenza della Camera, anziché dimettersi, punti ad una manovra politica di respiro abbastanza corto e di poca prospettiva. Non dimettendosi dalla Presidenza della Camera, cioè, Fini non pare aver scelto … il Partito (nel quale avrebbe bisogno di lavorare 24 ore su 24, se veramente fosse stato intenzionato a lavorare, organizzando “la minoranza”!). Qualcosa ci fa pensare che, scegliendo la Presidenza della Camera, Fini abbia fattivamente preferito alla via del lavoro “politico-culturale” all’interno del Partito, dai tempi più lunghi e avara di risultati visibili nell’immediato, la via più semplice che attualmente gli assicura indubbiamente la maggiore visibilità politica e mediatica. E’, quindi, assai probabile che Fini non intenda andarsene dalla Presidenza della Camera, per cogliere tutti i vantaggi dal improbabile logoramento del Gruppo Parlamentare PDL, per il quale potrebbe certamente diventare un punto di riferimento, di appoggio in caso di sbandamento dei parlamentari PDL , in caso di declino dalla leadership berlusconiana. Nella peggiore delle ipotesi, Fini potrebbe voler giocare una strategia non dissimile a quella “giocata” da Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato. Eletto Presidente della Repubblica, a ridosso del crollo della DC, tentò con operazioni politiche artificiose (es. l’incarico a Dini formalmente tecnico, ma di fatto composto tutto da elementi di area ex DC) di puntellare in via istituzionale una formazione indebolita e ridotta alla marginalità politica ed elettorale; temo che lo stesso intenda fare Fini, “puntellando” quel che resta di AN (ovvero dei suoi) con una “direzione speciale” dalla Presidenza della Camera. A questo punto, l’unica via che il leader modenese avrebbe a sua disposizione per “fare la guerra” a Berlusconi sia quella di rendere la Camera un vero e proprio “libano politico” per l’Esecutivo, sfruttandone al massimo grado le già presenti tendenze al frazionismo e alla disgregazione, favorendo clamorose “imboscate parlamentari” contro l’Esecutivo Governo, mettendone a dura prova la tenuta e la legittimazione parlamentare. In questo, la politica di Fini (se dovesse assumere queste dimensioni) toccherebbe lo ‘zenit’ di auto-referenzialità … politichese. Non si illuda, a questo punto, Silvio di poter disinnescare Fini con manovre di trasformismo parlamentare, ovvero concedendo a Fini una carica prestigiosa in seno al Governo (come fece con Follini); una simile operazione curerebbe solo un sintomo parziale, non il sintomo più grave e determinante: ovvero il virus del frazionismo da cui il Gruppo Parlamentare PDL, riconducibile (almeno questo è il mio modesto parere) all’assenza di una vera “disciplina di partito”. E’ a questo livello che occorre agire per impedire che la “secessione finiana” infesti mortalmente il Gruppo Parlamentare PDL. Ora, io quando parlo di “disciplina di partito” intendo una sintesi tra libera dialettica e rispetto della maggioranza: come era nei partiti “di una volta”; quando c’era il Gruppo parlamentare, che però, “prendeva ordini” dalla Direzione, dalla Segreteria, dove interloquivano gli iscritti che potevano essere non parlamentari; cosìcchè si dava voce a Sindaci, territori, associazione e società civile in generale! Ma ritrovare la “disciplina del partito” significa rilanciare con la tensione progettuale e programmatica in seno alla PDL e fare del PDL un vero partito di “popolo”, che avverte il mandato di rappresentare al massimo livello il “Popolo della Destra” nelle Istituzioni e nella Società. Per fare uscire la politica di destra dalle sacche di “auto-referenzialità”, in cui sembra arenatasi con le non chiare dispute Fini-Berlusconi. Una cosa, soprattutto, deve essere chiara: questa è la più grande occasione per fare “grande” la destra in Italia dopo decenni di marginalità; e questa occasione va colta adesso, perché non si ripeterà più, se la PDL se la lascia sfuggire di mano!