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L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro?

quarto_stato_okdi Giorgio Frabetti- In questa festività del 01 maggio, Festa dei Lavoratori, non può non venire alla memoria di noi tutti il solenne incipit della Ns. Costituzione, la quale all’art. 01 esordisce con la seguente, icastica frase: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ ancora attuale questa indicazione? Al tempo in cui i Costituenti redassero questo testo (dopo aver scartato la dizione, troppo socialistica, “l’Italia è una Repubblica dei lavoratori”) questo articolo era leggibile in combinato disposto soprattutto con l’art. 04 e con l’art. 03 Cost. A 64 anni dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale, ci si deve seriamente chiedere se e quanto la Ns. Repubblica italiana ha davvero operato a favore dei lavoratori. All’inizio, la politica ha beneficiato del traino della ripresa economica successiva alla II Guerra Mondiale: non si renderà abbastanza merito alla politica anti-inflazionistica di Einaudi-De Gasperi che ha tutelato i redditi fissi e rilanciato i consumi (essenziale volano e moltiplicatore del “miracolo economico” degli anni 50-60), oggetto della più ampia opposizione e diffamazione da parte dei Sindacati, i quali erano più propensi a tollerare l’inflazione per “livellare” a favore degli Operai il potere di acquisto della lira (crollata dopo lo sforzo sangue della guerra). Proprio la CGIL di Di Vittorio non aveva capito la lezione dell’Italia pre-fascista, quando, finita la Grande Guerra, i ceti medi e i redditi fissi, essenziali per la stabilizzazione dell’economia, erano stati schiacciati finanziariamente due volte: prima dall’inflazione (che erodeva il rendimento dei buoni del tesoro, classico “bene rifugio”) e poi dalle tasse (ricordiamo che i redditi degli Operai, privi di case di proprietà e titoli di Stato, non soggetti come oggi a “ritenuta alla fonte”, sfuggivano più facilmente all’imposizione fiscale!). Grande, comunque, è stato il merito del “movimento sindacale” nel consolidare le tutele legali a favore dei lavoratori, che troveranno il momento culminante nello Statuto dei Lavoratori, approvato dal governo di centro-sinistra di Rumor nel 1970 grazie all’iniziativa del ministro sindacalista Donat Cattin (DC), avendo cura, però, di recepire un progetto di legge che era stato vecchio “cavallo di battaglia” della CGIL di Di Vittorio. E oggi, cosa resta da fare? Molto: se ieri, in tempi di “vacche grasse” la politica ha potuto giocare un ruolo di “traino” (secondario e facile da gestire), oggi, in tempi di crisi e “vacche magre” (ma con una crisi della grande industria che affonda già dagli anni 70), la politica non può tirarsi indietro e defilarsi, ma deve assumersi le necessarie responsabilità per le principali sfide cui oggi sono esposti il mondo del lavoro e dell’economia. Al momento, attuale, quattro sono i principali “sentieri interrotti” della politica italiana verso il lavoro e l’industria: 01) Invertire l’attuale tendenza ad una politica industriale debole: Fin dall’Unità d’Italia,il regime produttivo della Penisola ha sempre oscillato tra il “gigantismo protetto” dei grandi complessi siderurgici del “triangolo Torino-Genova-Milano” (spina dorsale del “decollo industriale italiano” tra fine 800 ed inizio 900), e il “nanismo” delle piccole medie-imprese; da un lato, uno stile industriale “viziato”, perché iper-protetto dallo Stato e dalle banche (prima con le Commesse Belliche) e che, quando andrà in ristrutturazione negli anni 70/80 contribuirà a prosciugare letteralmente le casse dello Stato italiano con contributi (spesso a fondo perduto) ed ammortizzatori sociali generosissimi; dall’altro, i “piccoli imprenditori” trattati dallo Stato come “bruta forza operaia” senza “valore aggiunto” (così si esprimerà la Commissione Finanze rispetto a questo sistema, quando nel 1971 licenzierà il testo della riforma tributaria Preti-Visentini, attualmente in vigore), assolutamente privi di “ammortizzatori sociali” ed oggetto di una politica tributaria ondivaga e isterica (prima un disinteresse che incentiva l’evasione, poi una moralistica penalizzazione con minimum tax e Studi di Settore) che non ha mai favorito in queste realtà una politica di investimento in risorse umane (anzi penalizzando con l’IRAP le assunzioni, contribuendo ad elevare il “cuneo fiscale”), nonostante dagli anni ’80 in poi costituiscano la forza economica più viva italiana (elogiata pubblicamente da Clinton nel 1997); 02) Favorire un sindacalismo “non avverso” al rischio dell’innovazione: Indubbiamente, la grande industria italiana va male perché il ceto dirigente “avverso al rischio” e viziato dall’assistenzialismo non riesce a premiare e valorizzare lavoratori disposti all’innovazione. A questo riguardo, un’autorevole giuslavorista come l’Avv. Pietro Ichino (non a caso entrato “ nel mirino” delle BR) propone di modulare le tutele retributive e non, tra lavoratori “avversi al rischio” dell’innovazione (da tutelare come ora in una pretta logica “assicurativa”) e “lavoratori non avversi al rischio” disposti ad accettare anche temporanee diminuzioni delle tutele “assicurative” del rapporto di lavoro, laddove accettino di impegnarsi in progetti di innovazione, con la prospettiva di partecipare (a “obiettivo raggiunto”) ad incrementi retributivi anche consistenti (la FIAT negli anni 2000 concepì una politica industriale simile con il cd “progetto Melfi” poi abortito); 03) Istituzionalizzare la rappresentanza sindacale, come richiesto dall’art. 39 Cost. Non è stato un caso, quindi, se un industria debole ed “amorfa”è stata affine ad un sindacalismo debole e “amorfo”, proteso all’assistenzialismo, invece che all’innovazione. Evidentemente, una simile alleanza è servita in Italia a favorire le componenti più conservatrici e meno dinamiche di industria e sindacato (che, in questo modo, hanno trovato un equilibrio e una comoda e non disturbata coabitazione), ma è anche la causa della stagnazione dell’assetto produttivo italiano. La causa di questa stagnazione e autoreferenzialità della politica sindacale e industriale storicamente è indubbiamente aggravata dall’inattuazione dell’art. 39.04°comma della Costituzione: oggi, cioè, non esiste una legge capace di regolare la rappresentanza sindacale, nonchè istituire procedure trasparenti di elezione e validazione degli effettivi iscritti: un meccanismo che, come ognuno può ben vedere,costituisce una grande opportunità di fluidificazione della rappresentanza sindacale e per favorire la concorrenza sindacale tra insider e outsider, nonchè l’innovazione e la selezione delle classi dirigenti; la sua previsione (almeno abbozzata) in Costituzione rende indubbiamente conto della lungimiranza del disegno dei Padri Costituenti . Negli anni 70/80, purtroppo, i Sindacati, nonostante avessero ottenuto per le proprie rappresentanze nei luoghi di lavoro, la massima tutela con lo Statuto dei lavoratori, preferirono ostacolare una legge che ne regolasse la loro rappresentanza, per la paura di favorire la concorrenza di sindacati out sider (come sarà l’UGL in questi ultimi anni). Occorre invertire la tendenza; 04) Realizzare ammortizzatori sociali equi, che oggi pesa soprattutto sui giovani, i quali (complice i mutamenti organizzativi del sistema produttivo) si trovano a beccare una flessibilità selvaggia, che diventa precarietà, in quanto non controbilanciata da una politica di sussidi intelligenti (è triste dare ragione a Casini, quando dice che il vero “ammortizzatore sociale” dell’Italia è la famiglia!). Auspichiamo che questa giornata di festa dei lavoratori aiuti l’opinione pubblica a trovare il “bando della matassa” per iniziare a discutere finalmente senza faziosità e demagogismi sui problemi urgenti ed indifferibili dell’industria e del lavoro, in modo da creare un efficace pungolo e stimolo sulla classe politica, affinchè non adbichi ad un ruolo di regolazione e di innovazione, che il sistema sociale esige per non essere definitivamente compromesso nelle sue potenzialità di espressione e di produzione; e per rilanciare i redditi e le tutele dei lavoratori.

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