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Non è meglio abolire il 25 aprile?

a1945adi Giorgio Frabetti- Dopo 65 anni, e dopo che la storiografia (vedi Rusconi, vedi Galli della Loggia, vedi Piero Scoppola, vedi Renzo De Felice) ha ritrovato un suo equilibrio nel rappresentare la Resistenza come fatto che ha riguardato una minoranza di italiani, non è arrivato forse il caso di pensare seriamente di abolire il 25 aprile come festa nazionale? Intendiamoci: non intendo essere così cinico ed insensibile da negare l’indubbio significato simbolico e morale della data per quella parte di italiani che bene o male si riconosce in buona fede nella battaglia dell’antifascismo e della Resistenza. Non neghiamoci dal riconoscere che il 25 aprile deve restare la degna festa dell’ANPI (Associazioni Partigiani d’Italia): non cada il mondo liberale e di centro-destra nell’errore speculare ed opposto dei comunisti e degli azionisti; se è vero, cioè, che per decenni il mondo azionista e comunista ha speculato su una inesistente “resistenza di massa” e sull’inesistente mito-camelot dell’ “unità anti-fascista” al punto da sfiorare il “razzismo politico”, non dobbiamo noi liberali di destra, emarginati dalla ”casta” dell’antifascismo e principali vittime del ”razzismo politico” azionista-comunista, accedere ad un settarismo uguale  e contrario, che nega la Resistenza o la sua dignità. E’ sempre sbagliato petendere la rimozione dei fatti storici: dopo 65 anni, dopo che i protagonisti di quei giorni sono morti ormai tutti, dopo che i peculiari equilibri politici (essenzialmente DC-PCI) legati alla “guerra fredda” che hanno determinato la sopravvivenza per forza di inerzia del camelot-mito dell’ “Unità antifascista”, non ci sono alibi per “non fare i conti con la storia”. E fare i conti con la storia significa riconoscere il valore della Resistenza, ma riconoscere contemporaneamente che essa fu appannaggio di una minoranza (rispettabile) di cittadini che si riconoscevano nell’antifascismo democratico-radicale e dei comunisti e che diede certamente anche esempi di patriottismo e di sacrificio personale in personalità come Pertini, Mattei, Parri etc (salvo episodi di banditismo nemmeno troppo sporadici e salvo la piaga delle “foibe” nella Venezia Giulia); patriottismo, però, che fu appannaggio anche di persone che combatterono “dall’altra parte”; che fecero la guerra al tedesco in nome del Re (accusato di essere il “grande fiancheggiatore” del fascismo) e che fu anche di fascisti, che rifiutarono l’alleanza con la Germania (es. Balbo, Bottai) o che comunque, pur talora sbagliando, servirono in buona fede la causa dell’Italia (vedi Rossoni, Federzoni, Bastianini etc.) e del suo rinnovamento. Sia chiaro che “aver fatto” il 25 aprile non può essere una “patente” di patriottismo, come se prima di allora in Italia non ci siano stati esempi di patriottismo: gli anni 20 del primo dopoguerra, ad esempio, gli anni del primo fascismo sono anni sì tumultuosi, sì torbidi, poco edificanti dal punto di vista della cultura democratica purtroppo e del rispetto della vita umana: tutto si può dire, ma non che quegli anni non fossero anni pieni di entusiasmo patriottico e di voglia di rinnovare l’Italia, perchè tale era il principale fattore che animava gli ex-trinceristi che animarono il fascismo. Certo, l’entusiasmo dei giovani fascisti negli anni 20 ha portato facilmente all’errore: ha portato all’estremismo ideologico, ad errori madornali come l’associazione alla Germania; ma non si può dire altrettanto dei giovani che hanno imbracciato la causa, ad esempio, dell’antifascismo comunista? Che hanno accettato la causa dell’estremismo ideologico e che si sono trovati (loro malgrado) complici di aberrazioni terribili come le “foibe” e l’alleanza con l’URSS? Io credo di sì, che in molti albergasse il sincero desiderio di servire l’Italia, nonostante l’ambiguità e il machiavellismo dei dirigenti comunisti.  Purtroppo, la ricorrenza del 25 aprile è sempre servita per istituire classifiche di “patrioti di serie A” e di “serie B”, dividendo, così, la Nazione, invece di unirla; per discriminare, in nome dell’antifascismo radicale-comunista, chi non era ad esso allineato: inutile dire, che questo parossismo demagogico porterà la Sinistra a ritrovare, a guerra finita, i tratti dei “fiancheggiatori pro-fascisti” anzitutto negli anni ‘60 in Tambroni (DC), perchè favorevole alla collaborazione con il MSI (ex-fascisti) e in Silvio Berlusconi, che nel 1994 “sdoganerà” definitivamente il MSI di Almirante (cosìcchè la “diatriba fascisti-antifascisti” si riproduce pateticamente alle soglie del XXI secolo come diatriba tra “berlusconiani” e “antiberlusconiani”!).  Inoltre, se ci furono giornate che divisero l’Italia (già lacerata dai postumi dell’08 settembre) quelle furono proprio le giornate successive al 25 aprile, quando il CLNAI, argomentando una propria rappresentanza popolare nei “partigiani” autonoma rispetto all’Esercito Regio, pretese il governo dello Stato, tramite l’investitura di Ferruccio Parri a Presidente del Consiglio: uomo di indubbia onestà e impegno, Parri dimostrò l’inettitudine del CLNAI di ”normalizzare” l’Italia e di fare cessare la guerra civile, perchè purtroppo episodi di banditismo di violenza politica più o meno terroristica proseguirono ben oltre la fine della guerra, fino a lambire i giorni del referendum del 02 giugno 1946 (i fatti di Reggio Emilia insegnano). Fallì, in particolare, la pretesa integralistica di epurare le Prefetture e le Questure, inserendo elementi di “fede democratica” che, pur in buona fede, erano spesso del tutto digiuni di pratica di polizia e non riuscivano (dopo anni di convivenza e complicità alla “macchia”) a moderare i Comunisti più estremisti e violenti. La dimostrazione del fallimento politico del “vento del 25 aprile” fu chiara il 25 novembre 1945, quando Parri, dimettendosi da Primo Ministro, per la sfiducia dei liberali, accusò il delinearsi di una situazione “pre-facista”: in effetti, dominando, allora, come ai tempi ante-marcia, un clima politico caratterizzato da “opposti estremismi”, era del tutto impossibile una gestione politica in nome dei principi della “democrazia radicale e intransigente” (allora Nitti, Gobetti, Matteotti, oggi Parri) senza animare contemporaneamente (anche senza volerlo) la concorrenza politica degli estremisti. In questo, non si può dubitare, dopo 65 anni, che fu solo con l’ascesa al potere di De Gasperi che l’Italia trovò il solco della “normalizzazione”, ovvero solo con una politica moderata e realista. Per questo, credo sia molto ingenuo pretendere che il 25 aprile 1945 diventi “patrimonio di tutti”: il 25 aprile non può essere festa di tutti gli italiani, ma solo di una parte, i “partigiani”: resti, quindi, il 25 aprile, purchè resti una ricorrenza dei Partigiani e non della Nazione; non da giustificare una festività nazionale. E poi, diciamocela tutta: perchè commemorare un fatto che oltre a rivestire un valore militare insignificante (l’Italia fu liberata per opera degli Alleati, non degli Anti-fascisti come recentemente ha ribadito il Presidente della Provincia di Salerno, tra le polemiche della Sinistra) ha riguarda un gruppo minoritario di “guerriglieri”, ovvero di “bande irregolari” (aldilà del valore intrinseco della testimonianza patriottica effettivamente offerta) e non propriamente le Forze Armate! Per questo motivo, credo opportuno che la Nazione ripensi la propria simbologia di “autorappresentazione” e metta seriamente in discussione il 25 aprile 1945: senza negare il valore dell’apporto dei Partigiani, credo che una “politica della memoria” seria debba evitare altre faziosità sulla storia e i simboli della Nazione e debba valutare se esistono altre date in cui si possa celebrare l’unità nazionale in modo non fazioso e distorto: ad esempio, il 04 novenbre (anniversario della Vittoria) o altra ricorrenza (il 07 gennaio, festa del Tricolore?).

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