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Gianfranco, a che gioco giochiamo?

gianfranco-fini-scetticodi Giorgio Frabetti- E finalmente venne l’aprile, il tempo nel quale alla fine Ganfranco e Silvio sono arrivati al redde rationem: finita la congiuntura pre-elettorale, è finita la “convivenza coatta” tra i due co-fondatori del PDL ed è arrivato il momento della “resa dei conti”. Intendiamoci: la ruggine viene da lontano, almeno da dicembre, quando già, per le sue dichiarazioni sui riflessi politici dei processi di mafia contro il premier, il Presidente della Camera fu accusato dai maggiorenti di Forza Italia (Scajola in primis) di essere già fuori dal PDL (sula crisi di dicembre si ripercorra il post I nostalgici del ‘Ribaltone’: a volte ritornano! pubblicato in questo news-magazine il 05 dicembre scorso). Una simile resa dei conti, diciamocelo subito, avviene però in un contesto del tutto surreale: parrebbe che Fini abbia tutto da perdere dall’attuale “braccio di ferro” con Berlusconi; non è semplice per l’ “uomo della strada” comprendere i moventi e gli obiettivi di una simile polemica, che presenta più di un elemento di contraddizione e di non congruità: al punto da legittimare il sospetto che si tratti di una schermaglia innaturale, in qualche modo, artificiosa, “costruita”. Un dato, anzitutto, balza all’occhio: se, cioè, il PDL sceglie di andare avanti fino in fondo, e, quindi, sciogliersi, le elezioni anticipate diventano una prospettiva certa, anche se magari non dietro l’angolo. Lo  sfaldamento del partito-perno dell’attuale maggioranza, infatti, porterebbe con sè  automaticamente un  vulnus della maggioranza e prima o poi farà inevitabilmente scaturire spinte centrifghe e disgregatrici: la crisi, quindi, da virtuale neanche troppo avanti diverrebbe sostanziale. Ma siamo sicuri che sia proprio questo che Fini vuole? Siamo proprio sicuri che anche Berlusconi si rassegnerà tanto facilmente a correre questo rischio? Personalmente credo di no. Se Fini oggi si stacca dal PDL, non potrebbe che accettare il rischio di correre da solo con una forza politica che godrebbe (come preventivano i sondaggi) di scarsissimo seguito popolare; una forza che per di più, se corresse da sola, con l’attuale legge a premio di maggioranza,  sarebbe tagliata fuori da tutte le combinazioni parlamentari e sarebbe condannata ad un rapido esaurimento: è disposto Fini a correre il rischio della sua fine politica? Credo di no. Ma non sottovalutiamo le incognite che si profilerebbero anche all’orizzonte di Berlusconi: un’eventuale corsa elettorale senza Fini riproporrebbe (rovesciato) lo schema del centro-destra del 1996: allora monco per mancanza della Lega, oggi monco per mancanza di AN: la coalizione sarebbe evidentemente sbilanciata e priva di forti basi rappresentative in vaste aree sociali italiane. Non solo: non è da escludere che la fuori-uscita di Fini possa determinare un tale sbandamento dell’elettorato e dei quadri locali ex-AN da fomentare, specie nel Sud, il sorgere di liste civiche, liste civetta, formazioni localiste che, contribuendo a frammentare il quadro politico, riprodurrebbero un assetto elettorale di divisione Nord-Sud nè più nè meno come nel 1992-93, restituendo quindi un quadro di totale ingovernabilità per una forza come il PDL a “vocazione maggioritaria” e egemonica sul centro-destra.  A rendere ancora meno congruo uno scenario di crisi politica a breve sta anche la circostanza che un simile “battibecco” Fini-Berlusconi avviene non dopo una sconfitta (come sarebbe stato più logico), ma dopo una vittoria, quella del 28-29 marzo. In fondo, il malumore di Fini prima delle elezioni regionali avrebbe potuto anche essere comprensibile, come manifestazione di insofferenza verso un premier (Berlusconi) che, con la scusa delle “liste bloccate”, aveva blindato la rappresentanza parlamentare, imponendo deputati e senatori secondo una propria graduatoria, e non secondo la normale dinamica delle preferenze: in effetti, la mancanza di preferenza avrebbe potuto costituire per un partito tradizionale come AN un motivo di frustrazione reale, perchè le “liste bloccate” avrebbero comprensibilmente potuto essere lette come segno di uno sbilanciamento dell’asse del Partito sul Gruppo Parlamentare (manovrato da Berlusconi “a colpi di fiducia”) a scapito di Direzione, Segreteria, articolazioni periferiche; le quali, viceversa, con i voti di preferenza, avrebbero effettivamente avuto un loro ruolo e un loro peso. Ma anche accettando come reale questo contesto (parziale precedente in queso senso è il conflitto Mussolini-PNF alle elezioni politiche del 1924), tali motivi di frizione avrebbero dovuto venir meno in occasione delle Regionali e a maggior ragione dopo la conquista di molte nuove regioni da parte del PDL. Nelle elezioni regionali caratterizzate dal voto di preferenza i quadri AN hanno, infatti, svolto un ruolo non indifferente di supporto al PDL nelle verie regioni e addirittura un feudo storico AN (già MSI) come Latina ha indubbiamente garantito al PDL l’elezione di Renata Polverini a Governatore del Lazio, in una sofferta battaglia contro Emma Bonino. Perchè aprire una crisi proprio adesso, in fondo, quando i giochi interni al partito si sono riaperti con prospettive effettivamente vantaggiose per AN?  Inoltre, non può farsi a meno di notare come,  a livello di vita politica locale tra gli aennini, almeno in queste elezioni politiche regionali 2010, non era infrequente ritrovare un atteggiamento ambiguo, contraddittorio, surreale, che ricordava quello dei liberali al tempo del fascismo: come i liberali, nel 1925-26 hanno accettato di mettere l’aggettivo “fascista” su tutti gli Enti e istituzioni dell’italia giolittiana (fianche nella nettezza urbana!), ma con l’obiettivo di non cedere neppure un centimetro del potere, così non era infrequente che molti aennini, dietro il “viva Silvio!” in realtà lavoravano ed operavano per la vittoria di uomini del loro apparato e non di Silvio! Certo, non mancavano, nemmeno a livelli periferici, le deplorazioni contro Fini da arte degli aennini, ma queste suonavano stonate o quantomeno strane: Fini o non Fini, l’impressione più credibile (che almeno un uomo della strada come me ha potuto ricavare), dal comportamento dei quadri aennini alle elezioni regionali 2010 è stata quella di un gruppo critico verso Fini, ma tutt’altro che intenzionato a diventare Berlusconiano, anzi deciso a far pesare il proprio ruolo e la propria vocazione territoriale. A questo punto, credo si viene ad un nodo cruciale: credo che, se c’è stata elezione in cui gli elettori hanno testimoniato la loro voglia di “politica radicata sul territorio”, questa è stata proprio quella trascorsa (come anticipato in parte nel mio Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica del 03 marzo, in questo newsmagazine): credo che in questo senso vadano interpretati singolari riposizionamenti elettorali tra i partiti della coalizione di centro-destra e tra gli stessi candidati nelle liste PDL, che hanno visto molti quadri “forzitalioti” classici schiacciati tra la Lega e AN! Verrebbe a questo punto la tentazione di applicare a Fini lo stesso schema con cui gli analisti usano interpretare il comportamento di un politico di razza come Clemente Mastella: il quale (almeno così la tradizione giornalistica insegna) è solito “piantare grane” e ostentare scontento, quando ha già incassato un obiettivo lungamente coltivato! A mio modesto giudizio, se (come è verosimile) i motivi dello scontento finiano risiedono principalmente nella spartizione del potere interno al PDL proposta da Berlusconi (70% a FI-30% a AN), non è da escludere che gli incoraggianti risultati elettorali del PDL abbiano spinto Fini a “presentarsi all’incasso” presso Berlusconi e a rivendicare i meriti per la propria organizzazione, per il suo radicamento sul territorio (più discontinua in Forza Italia). Ma cosa potrebbe chiedere a questo punto Fini, scadute le 48 ore di riflessione? Secondo me, secondo il mio modesto giudizio, non è da escludere che Fini chiederà un drastico ridimensionamento della divisione 70-30, chiedendo per sè un ruolo primario nella conduzione del Partito (Segretario, Presidente) per consolidare il PDL e diventarne a breve scadenza l’effettivo leader. Di più non è lecito dire, nell’attuale nebulosa politica; posso dire, però, che auspico un decorso costruttivo dell’attuale crisi, che possa condurre ad esiti politici più consolidati: qualunque sia l’esito della divisione del potere interno al PDL, il partito deve ritrovare l’unità delle sue forze, deve trovare un saggio equilibrio tra quadri nazionali e quadri locali, perchè solo unito e così riequilibrato può esprimere al massimo livello le proprie potenzialtà di grande partito popolare e nazionale; solo, così, il PDL può “vincere la pace”, dopo che, alle regionali 2010, ha “vinto la guerra” contro l’opposizione.

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