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La Resistenza, grande “occasione mancata” di unificazione nazionale

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di Giorgio Frabetti- C’è un articolo (non scritto) nella Ns. Costituzione italiana che potrebbe recitare così: “L’Italia è una Repubblica … nata dall’08 settembre 1943″; nata dall’armistizio di Cassibile, che certificava definitivamente la sconfitta militare dell’Italia rispetto agli Anglo-Americani e dallo sbandamento conseguente. Parole molto lucide sul punto, sono state scritte dal grande storico Renzo De Felice, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel cinquantenario (1993) dell’armistizio di Cassibile: “Se l’ Italia rischia- scriveva l’ autorevole storico -, come suona il titolo di un recentissimo libro sulla sua crisi attuale, di cessare di essere una nazione, la causa prima, ma ancora operante, di cio’ va ricercata nella condizione morale evidenziata dall’ 8 settembre e nel rifiuto della classe dirigente postfascista di riconoscerlo e, peggio, nel tentativo di parte di essa di spiegarla “storicamente” con argomentazioni di un elitismo che, rifiutando di fare seriamente i conti col vissuto collettivo, ha in qualche caso sfiorato i confini di una sorta di razzismo moralistico”. In cosa consiste l’ esame di coscienza che De Felice reclama, sull’ esempio di quello avviato in Francia da Marc Bloch dopo il crollo del giugno ‘ 40? Lo ha gia’ spiegato lui stesso proprio nella conversazione col Corriere: si tratta di riconoscere che la Resistenza si e’ rivelata troppo fragile come evento “fondante” della Repubblica, proprio perche’ ha interessato una porzione esigua della popolazione. Si tratta anche di ammettere che le classi dirigenti post belliche non hanno saputo incarnare un ideale liberal nazionale di tipo risorgimentale”. In effetti, come lo storico reatino mette lucidamente in luce, la guerra civile ‘ 43 45 ha coinvolto solo le minoranze, il grosso della popolazione ne e’ rimasto estraneo. Poi, nel dopoguerra, il paese non ha piu’ ritrovato una reale identita’ nazionale, si e’ diviso in varie famiglie politiche oppure si e’ racchiuso dentro le “piccole patrie” locali. Qui e’ il nocciolo della “questione italiana” ed il nocciolo di quel filone storiografico (minoritario, ma da rivalutare) che vede nella Resistenza una grande “occasione mancata” di unificazione nazionale dell’Italia; e questo a causa di un uso eccessivamente settario della categoria dell’ “antifascismo” (come fa notare De Felice).Si può dire che l’antifascismo ebbe sostanzialmente due essenziali colonne: una colonna politica e “organizzativa” nei comunisti; una colonna politico-culturale negli azionisti. Si sa l’importanza politica conosciuta dai comunisti nel dopoguerra: la questione dei rapporti e dei confini con la Jugoslava fu un palcoscenico politico di fondamentale importanza dei comunisti italiani che fecero pesare tutto il loro apporto geopolitico nell’assetto del dopo-Jalta (ma sul punto, vedi il post Mai più le foibe! del 10 febbraio 2010). Si deve, però, dire che il mito antifascista ebbe forse una più profonda primogenitura nell’ambito dell’universo radicale-azionista, erede dell’esperienza di “non mollare” e di Giustizia e Libertà di Rosselli, Rossi e soci; una primogenitura che deriva dalla saldatura (realizzatasi negli anni 1942-43 immediatamente precedenti il 25 luglio) tra la propaganda clandestina di Giustizia e libertà e la riflessione (pubblica) del filosofo anti-fascista Benedetto Croce, la cui opera non era stata mai di fatto oscurata dal regime. In effetti, l’ossatura politico-culturale dell’antifascismo non comunista (per quanto fragile, all’atto pratico, come s vederà tra poco) era talmente formata, che i comunisti non ebbero altro da fare che “appoggiarvisi” e sfruttarla, creando il Camelot (favola) dell’Unità Antifascista (spezzata nel 1947 con l’estromissione del PCI dal governo del Paese).. A 65 anni di distanza, però, dobbiamo riconoscere che su questa borghesia radicale-azionista, forse più dei comunisti, ricade un ruolo di primaria responsabilità nella caduta della coscienza nazionale: responsabilità grave, perchè contribuì alla defezione dalla tradizionale “coscienza nazionale” di parte di quel ceto medio che, bene o male, era stato alla base dei moti prima risorgimentali e poi intervenstici della Grande Guerra; moti certo dagli esiti dubbi e discutibili (ad esempio, la Grande Guerra aveva sfasciato, con la caduta dell’Austria, l’Europa intera e sulle sue ceneri era nato il mostro comunista e poi il fascismo!), ma che avevano avuto un indubbio significato positivo nel far crescere a livello popolare la “coscienza nazionale” e il “senso dello Stato” (cose che dopo l’08 settembre sono del tutto crollate). Ora, invece, la Resistenza ci restituisce un quadro della borghesia (borghesia che si era inoltre dimostrata inadeguata anche all’inizio della guerra, quando con grande superficialità aveva quasi festeggiato l’entrata in guerra dell’Italia nel Giugno 40′ pensando in una rapida e vittoriosa conclusione) liberaldemocratica inacidita da decenni di marginalità, di sostanziale subalternità al fascismo e di identificazione non più con i ceti popolari ed emergenti, ma con le banche e il super-capitalismo, che ben poco rappresentano dell’Italia Reale. Per questo motivo, fondamentalmente, l’universo democratico e radicale, invece di condurre un moto di reazione popolare su base nazionale, si fece capofila di iniziative politiche e militari che relegarono la Resistenza a rappresentare un fenomeno di assoluta minoranza (e sciaguratamente favorendo, nel dopoguerra, l’accaparramento della causa antifascista dei Comunisti). La beffa della storia vuole che la resistenza all’invasore tedesco partisse da una base spontanea, da parte di quei reparti stazionati, per lo più a Cuneo e in Friuli, luoghi di transito dell’esercito per le operazioni di guerra; fu per colpa dei settarismi di Parri e soci, che non seppero e non vollero riconoscere l’apporto alla Resistenza di esponenti militari e politici, solo perchè combattevano in nome del Re, venivano associati alla responsabilità di Vittorio Emanuele III, il grande ”fiancheggiatore” del fascismo. Fortunatamente, oggi, Arrigo Petacco  nel suo ultimo libro edito da Mondadori, parla di questa Resistenza tricolore, ovvero degli apporti di Cadorna, Pizzoni, e dei militari “badogliani” in generale, sbandati nei giorni dell’Armistizio, che furono decisivi nel costituire il primo “nucleo duro” della Resistenza, oggetto di ostlità e boicottaggio da parte dalle brigate Garibaldi e di Giustizia e Libertà che ne pativano la concorrenza, a fronte del più debole apporto iniziale delle loro formazioni: non si smetterà mai di rendere merito a Enrico Mattei, il quale cercò di portare i “Partigiani bianchi” sotto l’ala protettiva della DC per impedire il monopolio comunista delle brigate prtigiane. Per colpa, quindi, dei dirigenti azionisti e comunisti, questi moti spontanei di resistenza all’invasore tedesco, che sulla carta non avrebbero potuto rovesciare la posizione militare dell’Italia, ma certo avrebbero potuto contribuire a gettare le basi di una più solida unificazione nazionale, furono politicamente del tutto sterili: la divisione, cioè, tra antifasciti radicali (e antimonarchici e repubblicani) e antifascisti moderati e lealisti alla Monarchia pregiudicò per sempre la possibilità di far risorgere, dopo l’08 settembre, una nuova “linea del Piave” contro i tedeschi e contro lo scoramento per la causa nazionale. In effetti, in seno all’antifascismo radicale (non comunista) era fortissimo il complesso di “doversi vendicare” del fascismo, ma non solo ai danni dei “fascisti storici”, quanto ai danni di quei “fiancheggiatori” (liberali, nazionalisti e popolari) che, anche se si erano poi pentiti nel 1925-26, non avevano saputo impedire a Mussolini di andare al potere e diventare dittatore: inutile dire, che questo parossismo demagogico porterà la Sinistra a ritrovare i tratti dei “fiancheggiatori pro-fascisti” sia negli anni ‘60 in Tambroni (DC), perchè favorevole alla collaborazione con il MSI (ex-fascisti) e in Silvio Berlusconi, che nel 1994 “sdoganerà” definitivamente il MSI di Almirante (cosìcchè la “diatriba fascisti-antifascisti” si riproduce pateticamente alle soglie del XXI secolo come diatriba tra “berlusconiani” e “antiberlusconiani”!). Per questi motivi, quindi, la Resistenza costituì un’occasione perduta di unità e di rinnovamento della Nazione e della sua “avanguardia sociale”  la borghesia liberale; di una borghesia che pure condivideva, in partenza, le comuni radici nel Risorgimento e nelle speranze della grandezza dell’Italia, ma che era divisa in modo durissimo tra antifascisti e fascisti, tra antifascisti della prima ora e antifascisti già fiancheggiatori e tra monarchici e repubblicani. Corollario di questa divisione a livello politico e a livello operativo della borghesia italiana, fu anche il divorzio politico-culturale da Benedetto Croce, accusato di conservazione monarchica, per la sua ricerca di unità patriottica dei liberali, sia radicali sia moderati e già fiancheggiatori del fascismo; così, fu anche disperso e inutilizzato un altro riferimento dell’unità della borghesia politica del dopoguerra. E’ proprio nella vita e nell’esempio del filosofo di Pescasseroli credo possa ritrovarsi un esempio di fulgido “antifascismo” che coniuga il rigore dell’opposizione al fascismo con la perfetta coerenza e aderenza alla tradizione risorgimentale; in particolare, Croce oggi rivela la possibilità di un’alternativa seria alla settaria e retorica mitologia resistenziale che avrà la meglio nel secondo dopoguerra. In altre parole, mentre la Resistenza sfocerà in un assetto politico del tutto nuovo e “di rottura” rispetto alle tradizioni etico-politiche liberali e democratiche pre-fasciste, Croce rappresentava anzitutto un richiamo fattivo ed efficace ad una continuità tra l’ipotesi di democrazia post-fascista e la tradizione liberale e democratica pre-fascista. Non solo: laddove storicamente l’epoca repubblicana post-fascista sfocerà in un assetto etico-politico che pretende il più rigoroso anti-fascismo e proclama banditi dal nuovo assetto politico non solo i fascisti veri e propri, ma anche i “fiancheggiatori”  del fascismo (liberali e popolari di destra), Croce  non invocò (si legga De Felice) mai rappresaglie politiche sui fascisti, nè giustificò mai i settarismi  contro i fascisti di ieri e i fiancheggiatori, consapevole della complessità della storia italiana contemporanea: in effetti, se l’Italia allora avesse dato retta a lui e non a Parri forse avrebbe trovato più “unità patriottica” e una parte di odii ideologici all’Italia sarebbe stata risparmiata. In particolare,  l’esempio di Benedetto Croce deve oggi servirci a trovare il modo di superare una lettura della storia italiana tra il 1943-45 troppo condizionata dall’angusta e manichea alternativa fascismo-antifascismo, cercando finalmente quella sintesi storica che la Nazione si attende dopo 65 anni. Anzitutto, Croce ci insegna che deve finire il complesso secondo il quale occorre essere stati antifascisti durante il ventennio o durante il biennio 1943-45 per essere considerati patrioti e buoni italiani: viceversa, occorre valutare realisticamente il fascismo, nonchè procedere al serio recupero di alcuni fascisti o fiancheggiatori (penso a Gentile, Bottai, Balbo, Grandi, Turati. Giurati, Arpinati, etc..). Allo stesso modo, non è automatico il rapporto antifascismo-democrazia (il PCI docet!) . Parlare della Resistenza come “secondo risorgimento”  è non solo storicamente falso (come visto, la Resistenza non fu una “linea del Piave” della coscienza nazionale), ma è addirittura deleterio, perchè non fa che perpetuare il camelot (falso) dell’unità antifascista che tanti danni ha già provocato alla società e alla politica italiana (in termini specie di delegittimazione della destra: vedi Tambroni, vedi Berlusconi). Parlare di Resistenza, quindi, è utilissimo, come monitoraggio della storia nazionale; parlare di antifascismo, invece, molto meno.

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