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Presidenzialismo e legge elettorale: proporzionale o maggioritario?

berlusconi-sarkozy-accordo-nuclearedi Giorgio Frabetti- Ieri, mentre era in visita a Parigi presso il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, il premier italiano Silvio Berlusconi ha indicato nel sistema semi-presidenziale “alla francese” un modello sicuramente da importare in Italia per dare efficacia ed efficienza al potere decisionale della politica (sui pregi di questo sistema e sualla sua naturale adattabilità alle istituzioni italiane, vista la loro storia costituzionale, ho già avuto modo di parlare diffusamente nei miei due precedenti post). Ha fatto molto discutere, però, l’affermazione del premier quando ha escluso la possibilità di importare nel sistema italiano un’ipotesi di “legge maggioritaria a doppio turno” come nel sistema francese; a questa affermazione, ha fatto riscontro la piccata e fredda presa di distanza del Presidente della Camera, On. Fini (tra i due ormai c’è una tendenza a regalarsi reciproci “colpi di fioretto”), il quale, in sintonia con il PD, ha ritenuto inevitabile, in caso di azione del sistema presidenziale, l’adozione del sistema magioritario del doppio turno. Mi rendo conto che queste ipotesi di riforma sono del tutto teoriche, astratte e su di esse non è stato presentato alcun disegno di legge; credo, comunque, che se ne debba parlare, non solo perchè “fanno notizia”, ma perchè pongono all’attualità della discussione temi che sono comunque urgenti ed importanti (come già detto, la riforma della politica in senso “verticale” è urgente, perchè occorre una politica elastica ed efficiente per gestire le esternalità della globalizzazione economica!). Al riguardo, i termini della discussione sono semplici: Berlusconi (da sempre) è ostile al “doppio turno”, perchè teme che faciliti l’aggregazione delle forze di opposizione, preferendo una competizione a turno unico, che viceversa favorisce la frammentazione e la divisione. Allo stesso modo, il Silvio Nazionale teme che il “doppio turno” possa favorire aggregazioni anche in seno al centro-destra ostili alla sua leadership verso soggetti diversi: memore dell’esperienza di Fini che nel 1999 corse con Mariotto Segni e con la formazione dell’Elefantino con una piattaforma di riforma “a doppio turno” concepita apertamente per sostituire Berlusconi nella leadership del centro-destra. Personalmente, credo che un simile dibattito deve diventare l’occasione per comprendere che il problema della legge elettorale in un sistema “presidenziale” va impostato, considerando la realistica architettura dell’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) che tale sistema presuppone; occorre, cioè, recuperare parte della lezione dei cd. “originalisti” americani che rinvengono nella Costituzione non solo un catalogo di diritti  obblighi ed una fredda ed impersonale architettura della forma di governo, quanto una linea di “buon governo”: in particolare, la lezione americana insergna che se da un lato il presidenzialismo oggettivamente rafforza l’efficienza decisionale dell’esecutivo, dall’altro esso è un sistema di potere che scaturisce da un equilibrio dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), in una logica di reciproci contrappesi. A questo punto, quindi, non ha senso discutere sulla legge elettorale da adottare in caso di adozione del sistema presidenziale, come se esistesse una legge elettorale valida in assoluto per un sistema presidenziale (o semipresidenziale alla francese); il punto, invece, è adottare una legge elettorale che non irrigidisca il sistema isituzionale: si deve, cioè, evitare che la legge elettorale renda il Parlamento capace di paralizzare in modo abnorme il potere esecutivo; così come evitare che  da una legge elettorale esca un Parlamento troppo debole e tale da favorire esisti “dittatoriali” nell’esercizio dell’Esecutivo (un precedente è la Repubblica di Weimar, un sistema semi-presidenziale, in cui, però, il Parlamento era eletto con la proporzionale pura e che favorì l’ascesa al potere di Hitler).  Se si tiene presente che, nel sistema presidenziale, gli indirizzi della politica nazionale sono determinati “di concerto” tra legislativo e esecutivo (e giudiziario se si aderisce alla valtazione realistica del precedente post che vede la Magisatratura come “riserva del potere politico”) e non dal solo Parlamento (come nelle Repubbliche Parlamentari),  l’esperienza istituzionale delle Repubbliche Presidenziali insegna che tra Esecutivo e Parlamento tende a realizzarsi un equilibrio tale per cui l’Esecutivo assume la rappresentanza delle politiche nazionali in senso stretto, mentre i Parlamenti tendono a integrare la rappresentanza nazionale con le istanze delle comunità locali e delle lobbys. Dirò anche di più: nei sistemi presidenziali, il rapporto governo-parlamento è attenuato, poichè l’esecutivo è eletto direttamente dall’elettorato e, pertanto, non servono i “voti di fiducia”; per questo motivo, nei sistemi presidenziali, i Parlamenti non sono “ostaggi” dei Governi, cosìcchè questi possono determinare propri ordini del giorno in piena libertà e autonomia. Questo sistema, quindi, contribuisce a rendere il Parlamento luogo di rappresentanza “plurale” ed “aperto” per eccellenza, luogo, quindi, di raccolta di petizioni ed istanze dei cittadini e dei territori, molto utile a gestire le vicende di una società (come quella attuale) continuamente aperta ed in divenire (e che a sua volta in Italia si evolve sempre più nel segno del federalismo!). Ora, qualunque legge elettorale si scelga (sia essa uninominale o proporzionale con premio di maggioranza), si deve prestare la massima attenzione a rispettare quella che è la genuina vocazione del Parlamento di un sistema presidenziale, ovvero un luogo dalle rappresentanze plurali. Secondo me, in questo sistema, esiste solo una vera inompatibilità: credo, cioè, che sia assolutamente incompatibile con un sistema presidenziale una legge elettorale che preveda “liste bloccate”. L’incompatibilità è evidente: il Presidente della Repubblica, che appartiene ad un partito rappresentato in Parlamento non può imporre i parlamentari che vuole! Allo stesso modo, è da ritenersi radicalmente inutilizzabile una legge elettorale maggioritaria a collegio unico nazionale, per gli stessi motivi. Allo stesso modo, per donare credibilità rappresentativa ad un Parlamento così “plurale”, occorre procedere serenamente a redigere una legge sulle lobbys e sulla disclousure, non secondo lo spirito maccartista e giustizialista del “conflitto di interessi” nostrano, ma secondo quelle logiche di trasparenza ed equilibrio che animano le migliori leggi statunitensi ed europee: come far capire ai dipietristi che la disclousure non la si ottiene con persecuzioni e ricatti giudiziari, ma lasciando che interessi politici ed economici si confrontino in modo aperto e trasparente, in modo che ognuno si presti a resonsabilità diffusa presso il pubblico? In questo nuovo quadro istituzionale, quindi, il Parlamento dovrebbe diventare come le grandi assemblee degli azionisti della grandi e illustri società per azioni, dove a ciascuno è dato di esprimere legittimamente il proprio punto di vista, lasciando all’Amministratore Delegato (Presidente della Repubblica) tirare le somme.

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