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La Resistenza: tra mito e realtà

maifestaz_20dopo203020giugnodi Federico Mugnai Dall’ 8 Settembre 1943 al 25 Aprile 1945 si è consumato in Italia un tragico dramma di immani proporzioni. L’8 Settembre 1943, giorno dell’armistizio, può essere considerata la data simbolo del male italiano. Per capire lo spirito del tempo ci pare opportuno, tra le tante pagine tragiche, riportare un piccolo frammento de la “Pelle” di Curzio Malaparte che così racconta l’8 Settembre: “Un magnifico giorno…Tutti noi ufficiali e soldati facevamo a gara a chi buttava più ‘eroicamente’ le armi e le bandiere nel fango…Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi…E’ certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla.” I nazisti che si sentivano traditi occuparono il centro-nord dell’Italia. Dall’immagine del tedesco alleato si passò a quella del barbaro invasore della patria. Fu un momento di sbandamento, di disorientamento e di sconforto totale, in cui si consumò il cosiddetto “delitto alla Patria “. Con la liberazione di Mussolini e il suo ritorno forzato sulla scena politica , con la costituzione della Rsi (che in realtà era largamente controllata e diretta dai tedeschi, mentre limitata era l’azione del governo presieduto da Mussolini), il Paese si sfilacciò e si divise ulteriormente. Solo dopo 20 mesi di aspre battaglie tra tedeschi e fascisti da una parte e partigiani e angloamericani dall’altra, si pose fine alla guerra grazie principalmente al contributo fondamentale e decisivo degli Alleati. La Resistenza fu di supporto e di aiuto in taluni casi degli Alleati e fu sicuramente un movimentò importante in cui confluirono oltre agli antifascisti di sempre (e c’è da credere che non fossero molti), coloro i quali alla Resistenza approdarono dopo un passato o di afascismo o di più o meno adesione al fascismo (e furono i più). Era ovvio che fossero i primi, gli antifascisti di sempre, raccolti nei rinati partiti politici, ad assumere la direzione politica della Resistenza. La Resistenza è stata indubbiamente un grande evento storico. Crediamo però sia necessario analizzarne il fenomeno in modo “scientifico” (basato sulla verità dei fatti) e non mitologico, come è stato fatto sinora (salvo rare eccezioni) dalla vulgata storiografica. Una vulgata storiografica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare la nuova democrazia con l’antifascismo), ma usata spesso per scopi politici (legittimare la sinistra comunista con la democrazia), ha creato tutta una serie di stereotipi che ci hanno impedito di comprendere gli aspetti significativi di quel periodo buio della nostra storia nazionale. Una storia di quel periodo complessa che vede il nostro Paese teatro essenzialmente di tre guerre in una : una guerra patriottica (contro i nazisti da una parte e contro gli angloamericani dall’altra), una guerra civile italiana ed europea (tra fascisti e partigiani, ma anche tra due diverse concezioni di ordine europeo postbellico) e una guerra di classe (tra fascisti e comunisti). Nel dramma collettivo i più decisero di non schierarsi, di rimanere alla finestra, in attesa della conclusione del conflitto. Nonostante il distacco dal fascismo, l’odio per il nazista invasore non fecero scattare la scelta alternativa di schierarsi con il movimento partigiano. Contrariamente quindi a quanto ha sempre sostenuto la vulgata filo resistenziale, non è possibile considerare la Resistenza un movimento popolare di massa: il movimento partigiano si fece moltitudine pochi giorni prima della capitolazione tedesca, quando bastava un fazzoletto rosso al collo per sentirsi combattente e sfilare con i vincitori. Ci sono dei numeri che evidenziano in modo incontrovertibile questo dato di fatto. Il movimento partigiano non superò mai le 200 mila unità di combattenti sino alla’Aprile del 1945 (dati ricavati da un rapporto dello Stato maggiore della Rsi e da una dichiarazione di Ferruccio Parri del 1947 che invitava l’Anpi a non gonfiare a dismisura le cifre). Questi dati ci fanno capire quanto in realtà l’apporto militare del movimento partigiano non sia stato fondamentale. Dichiara il grande storico Renzo De Felice nel libro-intervista “Rosso e Nero” : “ Una credenza mitica della vulgata resistenziale, uno stereotipo di cui la storia può anche fare a meno, è il supposto dovere degli alleati di aiutare l’antifascismo. Un’idea ingenua, allora. Una leggenda strumentale, dopo. Si può continuare a sostenere che il ruolo della Resistenza è stato importante nella Guerra di liberazione dall’occupante tedesco, ma non si può dimenticare nemmeno per un istante che l’aggettivo ‘decisivo’ può essere attribuito esclusivamente al ruolo dell’esercito di Sua Maestà Britannica e degli Stati Uniti d’America.” Inoltre per niente idilliaco fu il rapporto tra popolazione civile e partigiani. Infatti i continui rastrellamenti da una parte e dall’altra, gli attentati e le imboscate che mettevano in serio pericolo la vita dei civili; per non parlare (quando si ingrossavano le file del movimento partigiano) dei soprusi, delle grassazioni, delle violenze e delle imposizioni indiscriminate (quasi tutte commesse da formazioni garibaldine) e che non avevano nulla da invidiare a quelle fasciste, portavano ad un ulteriore distacco, misto a paura, da parte della popolazione nei confronti dei due schieramenti in lotta. Ed infine le lacune della Resistenza si evidenziano laddove c’era bisogno di unire l’Italia nel dopoguerra. Dichiara De Felice nel già citato “Rosso e Nero”: “Nel conto delle idee che vincono e che perdono è l’idea di nazione che esce sconfitta. E’ qualcosa di profondo che tocca il dna di un popolo, sfigura la sua autobiografia, trasforma il suo patrimonio genetico …………. Non avevamo più gli anticorpi: la mitologia della nazione creata da Mussolini, crollata definitivamente col 25 Luglio, era minata fin dalle origini dal monopolio fascista del patriottismo, che identificava il primato della nazione con il primato del regime. La vulgata storica ha fatto tutto il resto. Ha oscurato il problema, spinta da due ragioni opposte: da una parte la necessità di legittimare con la vittoria antifascista il nuovo Stato, dall’altra depurare dai veleni del nazionalismo la politica del dopoguerra e la ricostruzione democratica. Per rispondere a queste necessità “ideali” non c’era che un modo: fascistizzare la guerra e nascondere la natura fratricida fra Rsi e Resistenza ………. E allora non si tratta di cancellare l’idea di nazione, ma di mantenere quel tanto di funzioni, di accordo morale, culturale e storico fra i cittadini che la compongono”. De Felice ci invita quindi a depurare la Resistenza dall’ideologismo imperante, dal non farne un oggetto di culto che sia completamente scollegato alla storia precedente. L’Italia non è nata e nemmeno risorta con la Resistenza. Essa ha costituito indubbiamente una pagina importante della nostra storia, ma non ha rappresentato né una vera rivoluzione civile e morale (come in realtà la componente comunista avrebbe desiderato) e nemmeno una sorta di “secondo Risorgimento” (data la sua fragilità e la mancanza di unità nazionale e pacificazione che non si è avuta nemmeno negli anni del dopoguerra a causa del razzismo morale da parte della sinistra nei confronti dei saloini e degli ex fascisti), ma semmai è stata una tappa fondamentale per traghettare l’Italia fuori dall’incubo della guerra (e non ci stancheremo mai di dirlo, grazie al contributo militare fondamentale degli Alleati, all’acume politico di De Gasperi e al supporto morale del Vaticano) e riportarla a quella vita democratica che il fascismo aveva calpestato.

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