Arezzo Polis

Cultura politica, dibattito pubblico.

Politica Nazionale

Tags:

2 commenti

  • Share

Repubblica presidenziale: ora o mai più!

2giugnodi Giorgio Frabetti - Finalmente, sulla riforma della Costituzione, il centro-destra sembra pronto a dare quella prova di forza che il Paese da tempo si attende. Forse i tempi sono davvero cambiati: finora si è indugiato, si è tentennato, ma, alla fine, si è sempre accuratamente evitato … il “colpo grosso” (vedi tra tutte la Bicamerale del 1997-98 di D’Alema, naufragata nelle polemiche sui cd “inciuci” tra la Sinistra e il centro-destra berlusconiano). Ora, conclusasi in modo promettente l’estenuante campagna elettorale per le elezioni regionali 2010, apertosi oggi il vertice Lega-PDL, la maggioranza di centro-destra ha messo a punto un “metodo condiviso” per quelle riforme (Costituzione, Giustizia, Fisco etc.) che l’elettorato italiano attende da decenni. Personalmente, condividiamo gli auspici di chi ritiene ormai matura per l’Italia una riforma costituzionale nel segno del semi-presidenzialismo “alla francese”: non è stato lo stesso On. Dario Franceschini a gennaio 2008, in piena crisi del secondo Governo Prodi, ad aprire anch’egli verso questa ipotesi? Intendiamoci: la riforma (come auspica Loquenzi nell’ottimo editoriale pubblicato oggi su L’Occidentale) non sarà nè una “riforma da cattedratici” (una riforma che piace ai Professori di diritto, ma del tutto avulsa come tale dalla storia civile e politica del Ns. Paese), nè una “riforma tagliata con l’accetta” (come fu quella sulla devolution del 2006, spazzata via dal referendum del 25 giugno dello stesso anno); viceversa, sarà un consolidamento puro e semplice della Ns. attuale “costituzione materiale” che, specie negli ultimi 20 anni, da Pertini in poi, ha visto un accrescimento oggettivo del potere politico del Presidente della Repubblica e un suo ruolo sempre più rilevante come arbitro nella vita politica italiana (fino ad arrivare al recente, discutibile “rinvio” del “collegato lavoro”, che è parso più esercizio di un poter di veto, tipico delle Repubbliche Presidenziali). In effetti,  se noi introduciamo l’elezione del Capo dello Stato a suffragio universale,  e modifichiamo i poteri del Capo dello Stato il minimo indispensabile (ad esempio rivedendo il potere di nomina presidenziale negli organismi di garanzia come la Corte Costituzionale), muteremmo ben poco della costituzione materiale italiana attualmente in atto. Non può, a questo punto, non colpire il precedente della repubblica francese che negli anni 50 ha conosciuto un passaggio abbastanza naturale tra Repubblica parlmentare pluripartitica e repubblica presidenziale bipolare. Certo, da noi non c’è una crisi di Algeria; nè all’orizzonte non è ravvisabile alcun De Gaulle (per quanto alcuni vedano ambizioni golliste, se non peroniste, in Silvio Berlusconi!); ma evidentemente, anche da noi c’è un’emergenza che giustifica il mutamento istituzionale: l’emergenza di uno Stato che ha un debito pubblico abnorme e che, specie in un momento di cruda crisi economica come l’attuale, dispera di trovare meccanismi decisionali che fluidifichino la capacità regolativa dello Stato sull’economia nel marasma della globalizzazione e dell’interdipendenza economica internazionale: la Ns. Algeria (per continuare il paragone con la Quinta Repubblica francese) si chiama Welfare, si chiama impoverimento delle famiglie (specie quelle giovani), si chiama prospettiva di bancarotta dello Stato Sociale! E’ evidente che solo un’assunzione forte di responsabilità collettiva può far fronte a questi rischi sociali, senza precedenti per inaudita gravità; è evidente che ci vuole una strumentazione istituzionale capace di favorire e di premiare l’assunzione della responsabilità politica: questo è il giusto spirito del Presidenzialismo; il quale, semplificando, cioè, poteri e competenze, nella sua intima essenza, serve a togliere ai polici l’alibi della “non decisione”; laddove, invece, un assetto istituzionale troppo articolato e complesso favorisce lo “scaricabarile” e il defilamento dalle responsabilità. Il Presidenzialismo, poi, è particolarmente adatto per un Paese complesso, variegato e disomogeneo come l’Italia: mi fa riflettere, al riguardo, l’esempio degli Stati Uniti d’America, un paese multietnico, ultra-disomogeneo, ma che può contenere le rilevanti spinte alla frammentazione espresse dalla sua società civile, grazie alla perfetta archiettura istituzionale ideata dai Padri Fondatori. Certo, non siamo così ingenui dal credere di poter importare la Costituzione di George Washington sul suolo italico in un batter d’occhio: troppa storia, troppe differenze di cultura politica e sociale ci separa dall’America; soprattutto, gli USA non avevano un passato istituzionale come noi, che (come la Francia) veniamo da decenni di Repubblica Parlamentare, che  ormai si sono sedimentati nelle abitudini, nella mentalità e nella cultura istituzionale del ceto politico e che non è facile sradicare chirurgicamente, in un colpo solo. Di qui, l’opportunità del sistema ”semipresidenziale alla francese” che costituisce sviluppo naturale e armonico del sistema parlamentare classico (direi quasi come correttivo e sbocco natuale): il segreto del sistema semi-presidenziale, infatti, è la ripartizione del potere esecutivo, il quale si presenta articolato in modo caratteristicamente complesso (a differenza del Presidenzialismo USA dove l’Esecutivo è accentrato nelle mani del solo Presidente della Repubblica): nel semi presidenzialismo, cioè, la presenza di un Presidente della Repubblica elettivo, non esclude la presenza di un Presidente del Consiglio con la classica investitura parlamentare. In questo modo, se il colore politico del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio coincide, abbiamo una situazione istituzionale molto simile a quella USA (dove il Capo dello Stato gode del massimo di visibilità istituzionale  e politica!); se invece, il colore politico del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio non coincide, abbiamo la cd ”coabitazione” (come è successo frequentemente nella storia della Repubblica francese): in questo regime di “coabitazione”, la situazione istituzionale è molto simile a quella che si riscontra nel Ns. attuale assetto di Repubblica Parlamentare. A questo punto, appare chiaro l’intrinseca duttilità del sistema semi-presidenziale alla francese, il quale, a seconda dei rapporti politici esistenti, può funzionare ora nel segno del Presidenzialismo all’americana, ora nel segno della Repubblica Parlamentare: in questo senso, proprio perchè tende a “trapiantare” e a giustapporre il principio dell’elezione diretta del Capo dello Stato con il principio del rapporto di fiducia governo-parlamento (tipico delle Repubbliche parlamentari), il sistema “semi-presidenziale” può bilanciare e assorbire senza traumi e scosse sia le spinte alla frammentazione e al pluripartitismo, tipiche del parlamentarismo puro (che vengono però corrette dalla presenza del Presidente della Repubblica che è figura politica “forte”) sia le spinte alla concentrazione del potere, tipiche del presidenzialismo puro (che però vedono il Parlamento sempre vigile). Per questo motivo, il dispositivo “semi-presidenziale” è abbastanza coerente ed armonico con la Ns. storia istituzionale (di una Repubblica come la Ns. da sempre caratterizzata da pluripartitismo e frammentazione estrema), perchè non muta in modo improvviso e trauamtico i termini del confronto politico-istituzionale.  Inoltre, il sistema semi-presidenziale è il corollario istituzionale e formale di un dato di fatto della Ns. attuale costituzione materiale, che quasi da vent’anni conosce un “presidenzialismo di fatto”, proprio perchè la lotta politica appare massimamente concentrata sull’investitura “carismatica” del leader di Governo. In mancanza di una regolazione costituzionale della competizione “presidenziale” tra candidati-premier, il “carisma” dei leaders è stato supportato dai media (giornali e TV): con gli esiti che tutti conoscono, la corsa sfrenata a demolire il leader di turno (per lo più, Berlusconi) anche nella vita privata e personale, in tutto quello, cioè, che può arrecare danno all’immagine e alla simpatia del politico (vedi Noemi, d’Addaio & co.). Con un sistema presidenziale affermato, poi, si può risolvere l’annoso problema dell’ “uso politico della Magistratura”: in un sistema presidenziale compiuto (e non informale ome l’attuale italiano), infatti, il Presidente non può che godere di una sorta di “immunità naturale”, per quanto funzionale e limitata all’investitura politica popolare che ha ricevuto: essendo, cioè, braccio politico di quella “sovranità popolare che appartiene al popolo” (art. 01 Cost.), questi deve poter disporre della pienezza delle funzioni per operare e per rispondere al mandato ricevuto dai cittadini e non può, quindi, essere inquisito, in assenza di imputazioni gravissime e certe oltre ogni ragvole dubbio, dalla Magistratura “ad ogni stormir di fronde”, come l’attuale Presidente del Consiglio. Senza pretendere di additare il “toccasana” di tutti i problemi italiani, è comunque certo che una riforma di marca “semi-presidenziale” è utile almeno per avviare un serio percorso di risanamento almeno della vita politica italiana; e, di riflesso, sociale, per il miglioramento e a maggiore flidità dei processi decisionali della politica.

Share

2 commenti

  1. maria scrive:

    i giovani hanno bisogno di sicurezza in questo clima di incertezze e talgi continui… il governo sta cercando di fare qualcosa di positivo(secondo loro) come sempre.. ma il problema è che ci sono tante cose che non vanno in questo paese..

  2. maria scrive:

    ottima osservazione! il problema è che i nostri governatori sono disposti a cambiare la forma di governo italiana? mmm… io non ne sono tanto convinta.. secondo lei se lo si facesse presente in parlamento questo discorso qulcuno sarebbe d’accordo con noi? bè lo spero almeno si avrebbe una politica migliore dato che negli ultimi 50 anni è andata peggiorando sempre piu.. spero tanto che si possa fare qualcosa per cambiare questa nazione…

Lascia un commento