3 apr, 2010
“Porte Aperte” di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale
di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell’ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo Porte Aperte del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all’uscita con grande successo, il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un’ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l’ultima importante legge sui “pentiti” è, infatti, del 1987!) e ferveva l’attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti, la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell’opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de “la piovra”), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del “piccolo giudice” antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una “condanna a morte politica” per confermare davanti all’opinione pubblica la propria capacità di imporre l’ordine, si prestava alla “mitizzazione” della magistratura “militante”, all’epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di “magistratura militante” portato avanti da una certa Sinistra negli anni ‘60/’70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio ‘87 contro i “professionisti dell’antimafia”, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato “stato di eccezione” e non all’interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne Il giorno della civetta del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell’incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il “piccolo giudice”, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio “umiliato e offeso” degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come “pena esemplare” la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il ”piccolo giudice” farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l’effettivo senso di repulsione per l’uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della “continuazione”. In questo modo, farà scattare la norma del Codice Rocco che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell’ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l’assassino sarà effettivamente condannato a morte). Il “piccolo giudice”, in questa chiave, non è altri che l’esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l’obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, “Porte aperte” è una chiara e significativa parabola. Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di “giurisprudenza sperimentale” avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore “dover essere” sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto ”fiancheggiatrice”, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un “ritorno allo Statuto” (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l’Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: e se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l’URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi “processi-purghe” di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il “piccolo giudice” di Sciascia. Con il suo meraviglioso “Porte Aperte”, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un “modo di intedere e fare magistratura” che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come “fariseismo” o peggio “gesuitismo”. Certo, sotto il fascismo non c’era la Costituzione rigida, non c’era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze “non giuridiche”, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull’attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c’è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.
Cara Emanuela, Sciascia, da vero erudito, non ignorava lo sviluppo della dottrina giuridica penalistica contemporanea al fascismo; l’interpretazione tecnico-giuridica di Rocco o la scuola “finalistica” segnarono la linea di resistenza reale che molti “tecnici” fedeli allo Stato più che al fascismo, ma liberali ‘in pectore” segnarono contro le pretese di irrazionalizzazione e di ideologizzazione del diritto di certi settori estremistici del fascismo. Questa è la parabola del “piccolo giudice” di Sciascia. Se vuoi, ciò che può essere attuale dell’interpretazione sciasciana è questo: ieri c’era una cultura giuridica con un forte senso del limite della giurisdizione (che infatti salvò e impedì la degenerazione totalitaria del fascismo voluta dai Farinacci e soci). Una simile cultura del limite è dogma ad esempio nel sistema inglese: non è un caso che in questo sistema la Giustizia sia più efficiente e la cultura dei diritti più radicata. Questo corrisponde ad un sistema liberale. Il mio post si fonda su un paradosso: ecco perchè dico che la magistratura era più liberale … sotto il fascismo! Cordialità e grazie dell’attenzione. Giorgio Frabetti
Mi sembra una interpretazione del fascismo piuttosto addomesticata, lontana da Sciascia e dal messaggio delle sue opere.
Sciascia uno dei migliori scrittori d’Italia eletto non a caso parlamentari nelle file radicali