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Vinta la guerra, si vinca la pace: il PDL dopo le elezioni regionali 2010

grazie_Italiadi Giorgio Frabetti- Abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo lunedì sera, apprendendo gli incoraggianti risultati elettorali del centro-destra, vincitore in 11 regioni su 20: un vero “cappotto”, ben oltre le previsioni.  Contrariamente ai commenti di Bobo Craxi e di Casini, un risultato è certo: ha vinto il bipolarismo.

Attenzione, però: il Ns. “bipolarismo” è comunque sui generis.

Il bipolarismo, infatti, risente del clima politico del 1994, quando nacque una forza politica, importante e decisiva per gli equilibri della II Repubblica (almeno quanto a potere di coalizione) come Forza Italia, che potè nascere e quasi modellarsi in diretta aderenza sulla peculiare struttura “terzistica” che è maggioritaria nell’economia italiana e nella struttura delle imprese (è l’Italian way cui richiama con molta lucidità Limes nel nr. 02/09: Esiste ancora l’Italia? Dipende da noi): a fronte cioè di un blocco politico moderato (il pentapartito) caduto verticalmente ed in modo impressionante con la crisi di Tangentopoli,  se ne è ricostituito un altro, grazie a Berlusconi che, con tempismo stupefacente, ha ricreato ex novo un personale politico formato da ex-dirigenti d’azienda Fininvest, Professionisti e personale di carriera della PA (specie prefetti). Il sistema “terzistico” italiano (piccole-medie imprese, lavoratori autonomi, liberi professionisti) ha accolto subito questa nuova formula politica quasi a sua immagine e somiglianza (mentre la grande industria e le banche arricciavano il naso). Attenzione, però: con questo, non intendiamo aderire alla lettura di Forza Italia come “partito azienda” e simili, nè accreditare la lettura del “conflitto di interessi” nei termini di Gomez, Travaglio & Co. Intendiamo solo porre l’attenzione sulla circostanza che Forza Italia nasce come un “partito di quadri” (Duverger), come una specie di super lista civica, ma a supporto e al servizio della leadership di Silvio Berlusconi; non si tratta, cioè, di un partito tradizionale con un personale proprio, “chiuso” all’esterno e con un definito organigramma di gerarchie locali  provinciali. E’ proprio questa dimensione di Forza Italia come sorta di “super-lista civica”, almeno per la contiguità dell’estrazione sociale di molti esponenti con tale variegata realtà (in cui prospera e alligna l’antipolitica) a costituire il vero fattore di fragilità dell’organizzazione berlusconiana, solo compensata dalla forza della leadership dell’Uomo di Arcore.

Certamente, Forza Italia possiede un punto di forza incontrastato: ha potuto, cioè, consolidare la propria immagine politica (e incamerare i voti per il proprio personale) presentandosi come “vettore di liberismo economico”.

Ora, è questo il fattore che ha reso inaspettatamente forte la proposta politica berlusconiana, anche in queste elezioni regionali 2010.

Non facciamoci al riguardo illusioni: ad incidere sul successo del centro-destra è stata la crisi economica. In Italia vige una legge strana (ma solo in apparenza): in periodi di recessione è premiata la destra (così fu nel 1994), anzichè (come ci si aspetterebbe), la Sinistra. Questo perchè, nei periodi di crisi, il mondo sindacale ed industriale classico non è visto dalla maggioranza degli italiani come “bene rifugio” contro la disoccupazione: gli italiani, cioè, non confidano, in periodi di crisi, in un mercato del lavoro rigido che premia (da noi) gli insider a scapito degli outsider. Anche in questo periodo di crisi, è il “terzismo” la fondamentale valvola di sfogo della disoccupazione, come ha documentato del resto l’anno passato Dario di Vico nel Corriere della Sera, registrando a maggio 2009 il saldo positivo tra l’apertura e la chiusura delle Partite IVA (dati del Ministero dell’Economia). E’ questo il “liberismo all’italiana”, (cui recentemente il Governo ha dato un importante, anche se poco pubblicizzato seguito legislativo con la “Direttiva servizi Bolkenstein”) la filosofia che spontaneamente il “sistema Italia” insegue per reagire alla crisi e alla disoccupazione: un riflesso dell’eterna “arte di arrangiarsi”. Quando, i Ns. Professoroni di Sinistra (Boeri, Ichino &Co) comprenderanno che questa è la struttura del sistema Italia? Comunque, un dato è certo: confermandosi questa struttura socio-economico di fondo, il berlusconismo ne esce confermato come formula politica nazionale, reggendo (contro le aspettative) i colpi di una delle crisi economiche più gravi dopo quella del 1929.

Dicevamo, comunque, che i problemi di Berlusconi sono sempre nati in relazione alla difficoltà del suo partito di fare il salto da “super lista civica” a partito omogeneo ed unitario (come intende essere oggi la formula PDL): in relazione a questi peculiari problemi di struttura, è sempre stato problematico, per Silvio Berlusconi trasformare il consenso elettorale in capitale politico consolidato. Questa difficoltà rende oggi il partito berlusconiano la formazione più soggetta ai sussulti dell’antipolitica. Evidentemente, si deve valutare se oggi, con la vittoria alle elezioni regionali 2010, ci siano le condizioni reali per una svolta.

A questo punto, si possono cogliere e valutare con adeguatezza i fattori di rischio.

01) Il Fattore Casini.

Il primo fattore di rischio era Casini, perchè, come partito moderato, avrebbe potuto raccogliere gli scontenti specie nel Sud. In molte realtà locali, in effetti, l’UDC raccoglieva gli scontenti di Forza Italia ed i componenti di liste civiche con un’evidente intenzione di filybustering politico. Ora, se si esclude l’effettivo sbilanciamento realizzato da Casini nel Lazio, ma su questioni peculiari coinvolgenti i temi pro life e la candidatura Bonino, Berlusconi è riuscito a contenere Casini. Innanzitutto, se si esclude il caso della Regione Puglia (dove però il candidati Vendola non è lontano dalla maggioranza assoluta), ne esce fortunatamente ridimensionato il “peso determinante” che Casini intendeva acquisire in ciascuna competizione elettorale: in Calabria, Campania, Piemonte il PDL ha vinto ugualmente senza l’apporto dell’UDC; per converso, il PD ha perso in regioni importanti (Piemonte) dove pure era alleato con Casini. L’elettorato, quindi, ha sostanzialmente punito il filybustering casiniano.

02) Il fattore Di Pietro

Anche Di Pietro avrebbe potuto essere un fattore (potenziale) di concorrenza, per la contiguità di elettorato e per la forza del voto protestatario. Fortunatamente, il richiamo Dipietrista non è scattato, IDV ha confermato la sua debolezza locale e l’incapacità di sfruttare a livello locale il traino del carisma di Di Pietro.

03) Il “fattore Lega”

La Lega è stata all’avanguardia della proposta berlusconiana e comunque condivide con Forza Italia la stessa base economica “terzistica”. E’ vero che questa condivisione può indurre concorrenza come la indusse ad es. nel 1994 quando la Lega, uscendo dal primo governo Berlusconi, si presentò come punto di riferimento dei padroncini e delle Partite IVA, facendo il pieno di voti al Nord alle elezioni del 1996. E certo è un’incognita che la Lega abbia iniziato dal 2008 a mietere consensi in Emilia e Toscana presso un elettorato (verosimilmente) non berlusconiano, se non antiberlusconiano. Al momento, però, non pare a breve prevedibile una concorrenzialità molto forte tra Berlusconi e Bossi (come paventa Della Vedova in Libertiamo.it di venerdì scorso), per la semplice ragione che la Lega sta attendendo la riforma del federalismo fiscale (suo cavallo di battaglia).

04) Il “fattore Fini”

Del tutto aperta è l’interpretazione del voto da parte dei finiani e la valutazione dell’apporto di AN al risultato elettorale specie nel Sud. Riteniamo, però, che attualmente sia in corso un sostanziale svuotamento di non poca dirigenza AN da parte di Berlusconi: molti notabili ex-finiani sono diventati berlusconiani accesi ed è prevedibile l’isolamento di Fini. Tutto questo, a causa essenzialmente della “manovra trasformistica” compiuta da Berlusconi alle elezioni 2008, quando, candidando in lista unitaria, con liste bloccate e senza preferenze, molti militanti di AN ne ha di fatto sterilizzato l’apporto politico autonomo (che sarebbe stato rilevante se ci fosse stato il voto di preferenza): adesso gli aennini devono la loro elezione al solo Silvio; per questo, credo che il futuro prossimo, anche complice il risultato elettorale sopra citato, vedrà sempre più l’omogeneizzazione del Gruppo parlamentare PDL nel segno della leadership berlusconiana. Ma, come noto, una cosa è il Gruppo parlamentare, un’altra il Partito. Come noto, tra ex-AN ed ex-FI brucia la divisione della “torta del potere” proposta da Berlusconi nella formula 70 (FI)/30 (AN). E’ probabile che le elezioni regionali siano state vissute dagli aennini (specie nella lotta per le preferenze) come una sfida per “contarsi” e per contare chi tra gli ex-AN e gli ex-FI sia determinante per i risultati elettorali. Crediamo, comunque, la strada maestra per il PDL (aldilà dei numeri 70/30) sia un accorto e saggio equilibrio tra le due specificità che il partito esprime (come detto molto intelligentemente dal Sen. Quagliariello in un intervento riportato anche nel ns. Newsmagazine il 07/02 scorso): da un lato, il “partito di massa” tradizionale di derivazione AN, con un suo apparato ed un suo radicamento territoriale; dall’altro, il “partito di quadri” incentrato sull’organizzazione del consenso del Capo-premier (ex FI). Le due componenti dovranno bilanciarsi. Viceversa, se tale bilanciamento non avverrà, e se il PDL accentuerà le sue caratteristiche di partito monocratico- Silviodipendente, non farà che provocare l’emorragia dei quadri bassi e intermedi ex-AN; se, invece, il PDL saprà recuperare la classica scuola e tradizione del partito capace di bilanciare le istanze istituzionali “romane” con le istanze degli iscritti, il PDL ci guadagnerebbe in termini di rappresentatività e di stabilità.

In questo modo, il PDL sarà una forza organica e non un semplice “cartello elettorale”, capace di garantire una piena copertura politica agli elettori di centro-destra, non solo in occasione delle consultazioni elettorali, ma anche in occasione della vita parlamentare: un partito, in altre parole, capace di vincere la pace e non solo la guerra.

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