29 mar, 2010
Si scrive ASTENSIONE, si legge ANTIPOLITICA
di Giorgio Frabetti- A scrutinio ancora in corso e prima ancora che siano proclamati i risultati ufficiali del voto regionale del 28-29 marzo 2010 con i connessi verdetti di vittoria o di sconfitta, un dato balza all’attenzione: la bassa affluenza alle urne, attestata ieri al 47% e oggi in via definitiva al 64,5%. Un dato impressionante: c’è una fetta abbondante di elettori che ha scelto l’astensione; è impressionante solo pensare che queste percentuali erano alle elezioni europee del 2009, le percentuali di partiti nazionali importanti come la Lega o l’IDV! Non è da escludere che, sommato ai voti nulli e alle schede bianche (molto elevati nelle competizioni amministrative), il “non voto” raggiungerà (nella peggiore delle ipotesi) il 40%, raggiungendo percentuali degne della Democrazia Cristiana dei tempi d’oro, mentre (nella migliore delle ipotesi) eguaglierà il risultato realizzato dal PDL alle europee dell’anno passato. Al momento in cui scrivo, non si sa ancora chi ha vinto dei candidati alla carica di governatori, ma già le cifre delle astensioni indicano una cosa: ha vinto l’antipolitica! Nè abbiamo motivi per stupirci più di tanto. All’inizio del mese, commentando le prime, deplorevoli notizie degli stop alle candidature Polverini e Formigoni, avemmo da dire: “anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), (…), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a “manovre giudiziarie” di altro tipo” (vedi Elezioni regionali 2010 del 03/03 in questo newsmagazine). Il punto è stato parzialmente rieccheggiato anche da Schiavone nell’editoriale di Repubblica di oggi: “Se si svuota giorno dopo giorno il contenuto partecipativo dell’esperienza democratica, la pienezza delle sue articolazioni e dei suoi equilibri, la sua capacità di coinvolgimento quotidiano nelle scelte e nelle decisioni collettive (…), è inevitabile che la stessa cerimonia del voto perda di senso nella percezione di molti”. E’ evidente che non è condivisibile la conclusione dell’articolista, che accredita l’astensione all’autoritarismo Berlusconiano che “passivizza” gli elettori! L’articolo, però, converge con un Ns. pensiero, laddove denunciavamo la crisi della democrazia partecipativa. Una crisi lampante: non avevamo introdotto nel 1993-95 il principio dell’elezione diretta alle cariche amministrative? E allora, come può essere motivato al voto quel cittadino che esprime, con voto diretto, la preferenza ad un candidato, che poi successivamente viene costretto alle dimissioni da parte della Magistratura? Così è stato per Cuffarro e Marrazzo; così non sta prendendo una buona piega la posizione del Governatore della Sicilia Lombardo, già accreditato come indagato “concorrente esterno in associazione mafiosa” dalla consueta e provvidenziale “fuga di notizie” dalla Procura di Catania e raccolta da Repubblica. Un ulteriore “moltiplicatore” di antipolitica deve inoltre ravvisarsi nella fisiologica tendenza all’astensione registratasi massicciamente nel Ns. paese particolarmente nel voto locale negli ultimi anni: in altre parole, l’astensione e i “voti passivi” (nulli e bianchi) sono stati anche parzialmente indotti dagli anni 90 in poi come effetto collaterale della riforma dell’elezione diretta dei Rappresentanti Locali (e, quindi, si deve mettere in conto un certo quid di fisiologicità dell’astensionismo nelle elezioni amministrative!): ricordiamo, infatti, che nel 1993, noi abbiamo applicato un dispositivo di riforma dei rappresentanti locali (Province e Comuni) su un impianto amministrativo ancora sostanzialmente centralizzato, sul modello piemontese e con Enti Locali (specie Comuni) dalle competenze sostanzialmente universalistiche. Di qui, si deve dare atto degli esiti talora quasi “podestarili” di un simile assetto di potere: con un’amministrazione di marca “simil-prefettizia” (nonostante le riforme di federalismo/decentramento di Bassanini), si da ai Rappresentanti insediati (specie Sindaci) un vantaggio eccessivo in termini elettorali ed una capacità enorme di amministrare e oliare “in tempo reale” clientele, consenso e base elettorale (fino ad arrivare a collusioni con l’Opposizione di marca trasformistica). Non a caso, negli Enti Locali (specie nei Comuni quelli con meno di 5mila abitanti) la concorrenza bipolare è stentata: di qui, la propensione all’astensione, al voto bianco o nullo, in chi non si riconosce in chi amministra! Non è un mistero per nessuno, poi, che elezioni in regioni come Lombardia o Emilia non abbiano storia, perchè in entrambe, è talmente alto il livello di integrazione tra schieramenti politici e società civile ed economica, che il voto (per centro destra e per sinistra, rispettivamente) è sostanzialmente scontato! In queste realtà, poi, si deve registrare la tendenza di operatori economici, aggregazioni della società civile che a livello nazionale sono orientati per l’opposizione (e che votano così alle elezioni politiche) a preferire alla “lotta aperta” il “buon vicinato”, ovvero ad evitare battaglie politiche aperte, a sperare in accordi e compromessi per la sistemazione di esigenze e interessi, cosìcchè quanto sarebbe (a condizioni normali) oggetto di contesa politica, diventa oggetto di contese e transazioni “economiche” (in senso lato e non necessariamente negativo!). Nè più nè meno di quanto capitava con Depretis e Giolitti. Come detto, è in questa “zona grigia” purtroppo che si alimenta e cresce la “malapianta” del giustizialismo e della propensione alle “delazioni giudiziarie”: quando contese economiche si confondono con le contese politiche, infatti, l’unico vero surrogato alla lotta e alla militanza è lo scandalismo, la corsa alla “intercettazione scottante”, al dossier compromettente e alla “supplenza” della Magistratura; cui viene alla fine delegato il “lavoro sporco” di colpire quell’avversario che si è rinunciato a colpire in sede di dibattito e di confronto leale. E’ molto triste pensare che i guasti principali della politica nazionale nascono proprio a livello locale; è molto triste rilevare un simile livello di disattenzione alla cosa pubblica, laddove (a livello locale) l’interessamento a questa parrebbe più naturale e scontato; ma così è. Attenzione, però: queste deplorevoli rigidità del voto amministrativo sono sì incentivate dalla rigidità e dall’inadeguatezza dell’organizzazione amministrativa (rimasta targata per competizioni politiche unipolari come quelle del tempo di Depretis-Giolitti o dell’èra democristiana) ma trovano terreno fertile in una politica che non riesce più ad avere mordente e capacità progettuale e militante e che non riesce a saldare adeguatamente il livello nazionale della proposta politica con il livello locale e che tende ad impigrirsi nel basso profilo del “tirare a campare”, disincentivando le ragioni della militanza e della lotta. Per restituire ai cittadini la voglia di partecipare, per disincentivare i “surrogati politici” (alla Grillo o similari), per togliere terreno al filybustering di Di Pietro e Casini, per togliere terreno, in una parola, all’antipolitica, urge finalmente una politica “di alto profilo”, che rilanci le ragioni della lotta politica e della vera democrazia partecipativa. Certo, le istituzioni si sono anche aggiornate, le competenze decisionali (specie alle Regioni) si sono moltiplicate, gli spazi per politiche (anche a livello amministrativo) di alto profilo coordinate a livello nazionale e locali (sempre più realistiche oggigiorno data la complessità delle interdipendenze socio-economiche) ci sono; basta coglierle.
caro giancarlo tutto quello che dici è vero ma è anche vero che i mali che denunci si affrontano e si combattono con emergia se cresce il senso di responsabilità collettivo: il rimedio non è meno politica, ma più politica o comunque più politica di qualità. Per me politica, te lo dico subito significa metter continuamente i politici, il “palazzo”, sotto pressione. Ma politica significa anche far pressione sulle istituzioni, perchè solo la politica è (o sarebbe) la Ns. assicurazione per un futuro migliore e più giusto; politica significa prendere decisioni che guardino lontano, che siano lungimiranti. Prendi ad esempio il Ns. Welfare: negli anni 60-70 abbiamo spremuto lo Stato per dare tutto a tutti, senza badare, ad esempio, che avremmo potuto dare anche più pensioni o tutele a chi ne aveva a sufficienza; se ieri avessimo saputo essere meno prodigali nella spesa sociale, oggi avremmo ci sarebbero soldi per aiutare i giovani; se ieri avessimo saputo guardare al futuro, oggi i giovani non sarebbero ridotti col nulla (o quasi) di previdenza che si ritrovano. E questo perchè? Perchè è venuta meno la politica, ovvero la capacità nei cittadini di pensare in modo intelligente per il bene comune. Cordialità. Frabetti
i cittadini sono stanchi dei soprusi,dello spreco,del debito pubblico che non scende,della burocrazia,delle contravvenzioni indiscriminate che succhiano gli ultimi risparmi,con l’aiuto degli avvoltoi (gerit).con i continui aumenti di benzina col beneplacito dello stato,con l’aumentare della disoccupazione,con l’eccessivo buonismo giuridico.dei 100 miliardi di interessi che paghiamo per il debito pubblico,dei continui scandali di personaggi politici,,,,devo continuare? c’è da riempire un libro. e destra o sinistra il risultato è il medesimo.il non voto non significa indecisione,e lo sapete benissimo.significa solo che il vaso è colmo.ed io non voterò fino a che non cambierà tutto questo.resterò affacciato alla finestra a guardare.saluti