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PDL-cattolici: ma le aperture non bastano!

ansa_10072359_18140di Giorgio Frabetti- Dopo 15 anni di fine dell’unità politica dei cattolici occorre  avviare finalmente una riflessione corretta sul rapporto Stato-Chiesa in Italia. Questa esigenza di riflessione a mio avviso è stata resa attuale in questi giorni dall’anomala e ingiustificata polarizzazione della campagna elettorale per la Regione Lazio sui temi della bioetica tra cattolicesimo e laicismo: polarizzazione anomala, dato che la Regione non ha i poteri per legiferare sui temi come aborto, eutanasia, testamento biologico, unioni omosessuali (sui cui da sempre si concentra l’attenzione della Chiesa); con ciò, a livello mediatico, è rimasto del tutto oscrurato il vero e proprio confronto programmatico amministrativo. In particolare, è parso in questa campagna elettorale che fossero i due “colossi” mediatici dell’anticlericalismo (Repubblica) e del cattolicesimo militante (Avvenire) a dettare, a mò di spin doctor, il confronto elettorale tra le candidate alla carica di Governatore; al punto che, ad esempio,  gli stessi toni della polemica PDL contro la Bonino (specie per bocca dell’On. Roccella) a tratti parevano toni più consoni al lobbyng etico che ad una campagna elettorale! A rendere, poi, più aspro il clima polemico e ad aggravare quello che è stato un vero e proprio “corto circuito” mediatico per la Regione Lazio, si è anche aggiunta la presa di posizione del Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, le cui parole di raccomandazione ai fedeli cattolici, (affinchè non diano il proprio voto a quei politici che non diano garanzia di sostenere i “valori non negoziabili”) sono state interpretate come netta stroncatura della candidata PD, Emma Bonino (dichiarazioni che puntualmente hanno ripaerto la miseranda e mai esecrata polemica sulle cd ”ingerenze del Vaticano nella politica italiana”). Ora, a mio modesto avviso, questa ”polarizzazione anomala” è stata favorita dalla debole e carente elaborazione politico-culturale da parte del sistema politico del rapporto Chiesa-Stato: la responsabilità del centro-destra (rispetto alla sinistra) è però nel medio periodo più rilevante, considerando che, nel rapporto Chiesa-politica negli ultimi anni, è stato il centro-destra a tenere di fatto “le bocce in mano” e a condizionare anche la posizione del centro-sinistra: se, cioè, negli anni 90, crollata la DC, la Sinistra non ha avuto problemi con la Chiesa, perchè ha potuto contare sulla continuità dei rapporti intessuti dalla DC (che in buon parte si è integrata nell’Ulivo), la situazione è cambiata all’inizio degli anni 2000, quando per la non indifferente e imprevista trasmigrazione del voto cattolico in una collocazione di destra non democristiana classica come Forza Italia, la Sinistra, perso il vechio referente post-democristiano per il mondo cattolico, per “riflesso condizionato”, ha corretto il tiro puntando sui temi della laicità e dell’anticlericalismo, nella speranza di spiazzare il centro-destra nel suo elettorato laico. Oggi, la strategia, fin qui vincente e dominante, con la quale la destra si è fin qui accattivata la simpatia di non poco elettorato cattolico mostra la corda e deve essere rivista, perchè non più utilmente sostenibile, come attesta la campagna elettorale del Lazio. A riassumere la strategia di quasi un ventennio di rapporti centro-destra/Chiesa valgano per tutte le parole pronunciate dal Sen. Gaetano Quagliariello ne L’Occidentale del 17/02 scorso (Nel Lazio, la Bonino mette alla prova la laicità del voto cattolico): ”i candidati dicano come la pensano su sanità, educazione, famiglia, biopolitica, restituendo ai principi lo spazio che spetta loro, e garantendosi di poter scegliere a viso aperto quale persona, quale coalizione, quale programma li rappresenta di più”. Parole ragionevoli, ma superate e ormai obsolete: se, infatti, fino ad oggi con questa strategia (influenzata da Introvigne e Stark e dalle loro teorie sull’analogia tra “mercato religioso” e “mercato economico”)  il centro-destra (e Forza Italia, in particolare), formalmente laico, ha dato una grande prova di “apertura” verso il mondo cattolico (al contrario della Sinistra, almeno attualmente), oggi tale “strategia delle aperture”  verso i cattolici … non paga più. Se, cioè, negli anni 90, appena finita la DC, un tale “aperturismo” era utile per intercettare il voto cattolico (onde spostarlo da Sinistra a Destra) e per scongiurare l’attrattiva di un “grande centro” sul modello del PPI di Martinazzoli, oggi questa strategia appare abbastanza ”suicida”. In effetti, oggi questa strategia avvantaggia più il “centrismo” di Casini e meno la PDL; e, per riflesso, l’ apertura (tramite l’UDC) di un “cartello elettorale cattolico” (indipendente dal PDL) ha consentito alla Bonino di realizzare un simmetrico “cartello elettorale anticlericale”, all’evidente scopo di “parassitare” lo scontento indotto nei laici di centro-destra dallo sbilanciamento del PDL sui cattolici! Evidentemente, sia Bonino che Casini (su fronti opposti) sono i “vincitori morali” della campagna elettorale, perchè, pur nel marginale apporto dei loro partiti, hanno saputo catturare l’attenzione nazionale e sbilanciare realmente (con le loro issues trasversali) gli schieramenti. Ma se Casini e Bonino possono cantare vittoria, la PDL deve già leccarsi le ferite: sbilanciandosi, infatti, troppo verso le ragioni “cattoliche” del voto in Lazio, il partito berlusconiano ha pagato un prezzo troppo alto a Casini (coalizzato per la Polverini), mettendo a dura prova quell’ambizione egemonica e maggioritaria per cui la PDL è nata (il che è simmetricamente vero anche per il PD nei confronti della Bonino, ma si sa ormai il PD non ha storia)! La sconfitta del centro-destra, in questo senso, almeno in termini di equilibri dei poteri, è sensibile. Ecco, perchè, a causa di queste recenti vicende, ritengo che i tempi siano maturi affinchè il PDL riveda i termini del rapporto con l’elettorato cattolico, affinchè intraprenda una serena riflessione politico-culturale, capace di andare aldilà della logora strategia delle mere “aperture”, onde approdare verso un confronto più denso sui contenuti delle proposte cattoliche.  In particolare, credo che il centro-destra possa ritrovare nelle parole di Marcello Veneziani  (Religione e Cittadinanza) spunti utili di riflessione; secondo Veneziani, cioè, nel rapporto Chiesa-politica, ”il vero problema non è l’invadenza della religione nella politica, ma l’opposto: la debolezza della politica e della cultura civile che non è in grado di veicolare valori condivisi, regole comuni, orientamenti etici; non è l’ingerenza clericale ma il deficit politico il vero problema” (debolezza, per altro, oggi esemplificata dal ”basso profilo politico”  della campagna elettorale del Lazio). Affinchè una simile subalternità non si ripeta, occorre un’elaborazione politico-culturale del PDL più vasta e profonda, che sappia raccogliere il meglio delle sollecitazioni offerte dalla Chiesa Cattolica, ma senza per questo diventare clericale e senza stravolgere la propria identità di partito laico.  Innanzitutto, i tempi sono maturi affinchè il PDL prenda atto dell’ eccellente provocazione che viene dalla Chiesa su temi come aborto, bioetica etc.,, affinchè la politica scopra il fondamento meta-legislativo della vita e di alcuni valori morali essenziali, “non negoziabili” perchè strettamente connessi al DNA di una convivenza civile nel segno della libertà e del pluralismo (sul punto, vedi il mio Il crocifisso … del 10/11 scorso su questo news-magazine). Ma se la Chiesa fornisce solo alcuni paletti etico-morali (lei ama dire “principi di riflessione”), compete poi all’autonomia, alla necessaria creatività e progettualità dei politici fare la propria parte. Il politico, infatti, è chiamato ad essere un profeta-poeta, con la vocazione di interpretare la realtà presente con lo scopo di gettare un ponte verso il futuro della Nazione, per intercettare in anticipo sugli altri segmenti della società opportunità, rischi, potenzialità progettuali; una vocazione nella quale risiede, ci si passi il termine, la “religiosità intrinseca” della politica stessa: “Non si tratta -continua Veneziani- di abbracciare una scelta culturale di tipo neo-guelfo”. Viceversa, il PDL deve assecondare la naturale vocazione della destra politica affine a ”una visione più ghibellina o dantesca, ovvero religiosa ma non clericale, cattolica ma non confessionale, ove permane la distinzione delle sfere temporale e spirituale; ma in una prospettiva tutt’altro che laicista o irreligiosa.” Aggiungo, poi, che, sul piano operativo, la politica deve essere consapevole della sua specificità rispetto alla Chiesa: ad es. per gestire i problemi della crisi economica o dell’immigrazione, non basta delegare il volontariato (che pure la Chiesa meritoriamente può garantire come una grande ONLUS e sul quale politici ed amministratori scaricano volentieri le incombenze di provvedere!), ma occorre tutta una capacità di regolazione e di progettazione che solo lo Stato e la politica possono garantire, con la dovuta attenzione alle prospettive future dei cittadini. Questa è la via maestra per consentire al PDL di recuperare un ”alto profilo politico-culturale” nei riguardi dell’elettorato cattolico contro il filybustering di Casini o Bonino: è questa la via di un partito aperto sì ai valori cattolici, ma non clericale.

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  1. Alter scrive:

    Alla Cei andrebbe bene un governo dei casalesi se facesse politiche contro i contraccettivi? Davvero il passaggio dall’aborto chirurgico a quello farmaceutico e le coppie gay sono problemi più gravi della mafia e della corruzione?
    Se la Cei dice di votare politici razzisti per difendere il crocifisso e bloccare la pillola abortiva allora non mi fido della Cei. La Cei non mi ispira fiducia.
    Ma l’elettorato bigotto e di destra è plagiato dai mass media berlusconiani e si accontenta degli slogan senza pretendere fatti e coerenza. Non so come fanno ad esserci tanti italiani che hanno più paura della pillola abortiva che della corruzione e della mafia. Mistero.

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