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La “rivoluzione” fiscale del centro-destra: Forza Giulio!

04-GiulioTremontidi Giorgio Frabetti- Troppa gente ha dimenticato che il fenomeno Tremonti aveva una sua storia molto tempo prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi: era, infatti, noto al grande pubblico almeno dal 1986, quando, insieme con Vitaletti, il Commercialista di Sondrio aveva dato alle stampe un libello dal titolo “la fiera delle tasse”. Da allora, il Ns. si guadagnò un ruolo di opinion-maker nella tribuna del Corriere della Sera, come voce dello scontento fiscale di una parte del ceto medio Lombardo-Veneto che di lì a poco darà vita alla Lega e contribuirà in misura decisiva all’affossamento del sistema di equilibri della Prima Repubblica. Da questo punto di vista, Tremonti riveste un ruolo specialissimo di avanguardia ideologica del centro-destra. Ripercorrere oggi i suoi insegnamenti, significa andare alle origini della ragione storica della presenza poltica del centro-destra, ovvero al DNA ideale del centro-destra. A inizio anno, Giulio Tremonti ha annunciato che il Governo dopo le elezioni regionali 2010 metterà mano alla riforma fiscale: la riforma si farà “non in termini di speculazione elettorale o di avventurismo demenziale ma in termini di vero riformismo”, ha detto Tremonti nell’intervista rilasciata al Sole 24 Ore il 17/01 scorso; se nell’immediato non è possibile ridurre la pressione fiscale, “non è affatto escluso- continua il Ministro- che nel tempo a venire si possano aprire finestre di opportunità per riduzioni fiscali”. Opportunità che dovranno, comunque, essere sottoposte “al vincolo della disciplina del bilancio”. Da decenni, Giulio Tremonti teorizza una riforma fiscale che (in controtendenza con la riforma del 1971) realizzi uno spostamento del baricentro del prelievo tributario dalle persone alle cose, ovvero dai redditi ai consumi. Ognuno, infatti, può rendersi conto che la primazia ricosciuta dal Ns. ordinamento alle imposte sui redditi genera situazioni paradossali e inaccettabili, come il fiscal drug che tende a livellare al ribasso i redditi dei lavoratori, rendendo sostanzialmente vane ed inefficaci politiche di rilancio della domanda dei consumi incentrate sull’aumento della disponibilità netta di reddito; senza contare le sperequazioni e le ingiustizie sociali che penalizzano le fasce di reddito intermedie, quelle con propensione a crescere: per fare un esempio, l’ aliquota del 38% (introdotta da Romano Prodi e Padoa-Schioppa), colpendo la fascia di redditi che va da E. 28.000 a E. 55.000, pare fatta apposta per penalizzare i ceti emergenti. Capita così ad es. ad un libero professionista, che, in regime fiscale ordinario, guadagni ca E. 36.000, di percepire di reddito effettivo (al netto di tutto contribuzione compresa) E. 18.000, ovvero 1.500 al mese, come una “Partita IVA minima” (fiscalmente agevolato dalla l. 244/2007) con reddito lordo di ca E. 26.000. Quale propensione a crescere, a innovare a queste condizioni? Che sfacciati poi i vari Boeri e i vari tribuni di Repubblica  (ieri strenui sostenitori di Prodi) a tuonare contro la politica italiana (sottinteso: la destra!) che non investirebbe nelle nuove professioni e nei giovani! Un Fisco di tal fatta, allo stato attuale, premia solo i redditi bassi sotto gli E. 15.000, quelli al limite della disoccupazione: proprio quella “fascia grigia” che spesso lavora “in nero”, riusciendo anche a spuntare i vantaggi da “semi-nullatenente”  dal Welfare (e spesso dicharazioni ISEE favorevoli, social card, finanche aiuti dai servizi sociali!), contribuendo ad alimenare fiumi e fiumi di teorie sociologiche inconcludenti sulle cd. “trappole” del Welfare!  E’ dagli anni ‘80 che Giulio Tremonti tuona contro un simile Fisco, che si guadagna dagli italiani soltanto una persistente propensione all’evasione fiscale; è dagli anni 80 che Tremonti ha fatto presente che il reddito (pietra di paragone della riforma tributaria Preti-Visentini del 1971, densa di socialemocrazia ideologica) non è affatto misura assoluta nè della ricchezza, nè della capacità contributiva di una persona: in parte, perchè a certe condizioni il reddito è tecnicamente evanescente e sfuggente (per chi non subisce ritenute alla fonte, basta non fare fattura e il reddito sparisce!), in parte perchè costituisce misura  di ricchezza troppo fragile, perchè soggetta  a troppe e mutevoli coordinate: come non dimenticare in proposito quanto diceva Luigi Einaudi, ovvero che, nell’immediato primo dopoguerra, lo stipendio di un Direttore Generale di Ministero, per effetto dell’inflazione galoppante, era sostanzialmente uguale a quello di un Capostazione! E del resto ancora negli anni 70/80 fenomeni del genere erano ampiamente riscontrabili non solo per effetto della nuova spirale inflazionistica, ma anche per effetto della cd “scala mobile” (di quel meccanismo che adeguava gli stipendi al “caro vita”). Nello stesso tempo, Tremonti ha sempre stigmatizzato lo spreco in beni di lusso pur quando (a cavallo anni 70/80) la recessione era forte e l’inflazione era a due cifre , quando, cioè, sarebbe stato logico aspettarsi rigore e austerità nei consumi! Evidentemente, l’evasione fiscale era diffusa oltre ogni immaginazione (in effetti, negli anni 80, quando Tremonti cominciava a “fare opinione”, l’ordinamento fiscale italiano aveva raggiunto un enorme grado di ineffettività, al limite della bancarotta; alla quale, per altro, l’Italia andrà vicino, come oggi la Grecia, nel 1992!).  Come contraltare, Tremonti propone una revisione completa dell’impianto della riforma tributaria del 1971, che ne sposti il baricentro dalle imposte sui redditi (sulle persone) alle imposte sui consumi: nell’età del consumismo, dice Tremonti, i redditi vanno necessariamente incrociati con la disponibilità dei beni, con le spese e il tenore di vita del contribuente per verificarne incongruenze.  Tremonti, però, non ha mai riconnesso a questa “rivoluzione fiscale” solo la finalità di rendere più effettivo ed efficiente (e forse anche “popolare”) il sistema dei controlli; Tremonti ha sempre puntato a restituire al sistema tributario la funzione di terminale effettivo ed efficace della politica economica dei governi: con sommo realismo, cioè, Tremonti ha sempe riconosciuto che la leva fiscale più efficace utilizzata nella storia dai Governi per governare l’economia sono stati i dazi: la forma più elementare e meno invasiva di “intervento pubblico nell’economia”, perchè, incidendo sui prezzi dei beni, effettivamente erano in grado di orientare i consumi e di riflesso gli investimenti del sistema produttivo, anche più degli attuali “incentivi” e fiscalizzazioni. L’anno passato, su questo tema (e sull’istanza di un riequilibrio della tassazione dai redditi ai consumi) si è registrato il parere favorevole e la disponibilità di Luigi Bonanni (Segretario CISL): segno che almeno a livello di dichiarazioni, la buona volontà di una riforma tributaria c’è. A noi non resta che incoraggiare il Ministro e dire: Forza Giulio!

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  1. Antonino Armao scrive:

    E…. bravo Giorgio! Mi trovi pienamente daccordo.
    Peraltro posso testimoniare che sotto la guida del “divo” Giulio (quello nuovo, quello buono) l’Agenzia delle Entrate sta “riorientando” le strategie dei controlli verso l’incrocio tra i redditi dichiarati e la capacità di spesa.
    Cioè, di fatto, almeno sul lato dei controlli, la rivoluzione fiscale di Tremonti “dal reddito ai consumi” è già una realtà.

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